The world (sigh!) is not enough

La Russia che “scotta”, tra gli incendi in Siberia e l’incidente nucleare di Archangelsk

19 / 8 / 2019

Chiudete gli occhi e immaginate una foresta.

Milioni di conifere che la abitano, una prospera fauna che la popola, un grande polmone verde ampio oltre centosessantamila chilometri. Una zona più vasta dell'intera Sardegna[1].

E ora immaginate il tutto avvolto da fiamme e fumo.

L'impietoso fuoco, che da mesi attanaglia le regioni di Krasnojarsk, Transbajkalia, Sacha-Jacuzia e Buriazia, sarebbe causato in primis dall'aumento delle temperature, destinate per altro a rimanere elevate proprio a causa del susseguirsi dei roghi. In seconda battuta, si sospetta, dovuto anche a eventi di carattere doloso. Si stagliano, infatti, inquietanti ombre legate agli interessi di grossi gruppi dediti al commercio di legname in questa ampia regione[2].

A peggiorare il quadro, oltre alla perdita di alberi e di biodiversità, è in parallelo l'innesco del cosiddetto fenomeno del “black carbon”, per il quale la fuliggine scura alzata in aria dagli incendi si sta depositando sul bianco ghiaccio artico, riducendone drasticamente la capacità di albedo e peggiorando lo status di salute del Pianeta[3].

Adesso chiudete nuovamente gli occhi e pensate a un piccolo paese siberiano, con le sue case dal tetto spiovente e una comunità di 450 abitanti che tutelano e animano quelle strade.

E ora immaginatelo evacuato, ufficialmente a “scopo precauzionale” in seguito a un incidente, di cui sappiamo pochissimo e che di certo conta la fuoriuscita di radiazioni nucleari.

Un evento verificatosi a poca distanza dalla città di Archangelsk, che da sola conta oltre 350 mila abitanti e che ancora oggi, a distanza di oltre una decina di giorni, non ha notizie chiare né per quanto concerne la tipologia di incidente accaduto né per quanto riguarda il tipo e la quantità di radiazioni emesse.

Questi sono i due, diversissimi, episodi che nell'arco di poche settimane hanno interessato la vasta regione siberiana.

Sebbene non sia né sensato né possibile metterli a confronto, di certo due considerazioni li legano. La prima riguarda la copertura mediatica che è stata fornita a questi due disastri in Italia.

Al netto delle scarse informazioni trapelate e delle alquanto blande dichiarazioni ufficiali, stupisce quanto eventi di portata planetaria siano stati trattati come notizie da seconda pagina.

Certo, il decreto sicurezza bis, la Tav Torino-Lione e, infine, una crisi di governo con possibili elezioni anticipate avevano il diritto e il dovere di essere focus primario di telegiornali e quotidiani.

Eppure, questo continua a non essere motivazione sufficiente per non avere deciso di dare a due questioni ambientali un corrispettivo trattamento.

Magari una notizia in meno sui dj set del Ministro e una in più su queste due catastrofi avrebbe giovato maggiormente all'informazione collettiva.

Non ci si può occupare di ambiente solo quando riguarda “casa nostra” e senza mai avere una trattazione e un racconto che siano al contempo collettivi ed esaustivi. Non si può sposare la causa di “Non esiste un pianeta B” e decidere di sorvolare su quanto avvenga in giro per il mondo.

La seconda riflessione che si può trarre, invece, è quale impatto mondiale possano avere le decisioni militari, politiche ed economiche di uno stato.

Questi due disastri hanno mostrato, casomai ve ne fosse ancora bisogno, come le politiche predisposte da un Paese, i suoi secolari interessi coloniali, possano avere ripercussioni molto pesanti a livello mondiale. Soprattutto quando questo Paese conta - eccome! - nello scacchiere geopolitico globale.

Come purtroppo stanno dimostrando le annuali Conferenze sul Clima, la presa di coscienza ambientale sembra sempre atrocemente sottovalutata nelle agende dei vari governi.

Da noi lo ha dimostrato l'attuale alleanza giallo-verde che lo scorso giugno in Senato non ha voluto dichiarare lo stato di emergenza climatica. Un provvedimento tramite cui si avrebbe potuto avere il riconoscimento di un'emergenza nazionale e il conseguente investimento in risorse straordinarie per fronteggiarla, andando di fatto ad allinearsi con la maggioranza degli Stati che stentano a prendere tale disposizione. Al momento solo la Gran Bretagna lo ha fatto, in compagnia di oltre cinquecento distretti, regioni, città e metropoli sparse in giro per il mondo.

A quanto pare gli interessi sono sempre in pole position.

E sappiamo quanto diventino oggetto di contendere attenzionato nel momento in cui iniziano a riguardare la questione energetica e le risorse minerarie, tanto da tenere lo scacchiere geopolitico globale costantemente sotto tensione.

Se non fosse così, come si potrebbe spiegare l'interesse degli ultimi giorni del governo americano per l'acquisizione della Groenlandia? Non di certo solo per la volontà di Trump di passare alla Storia come il Presidente che ha acquisito un nuovo stato popolato da ghiaccio, poco più di 56 mila abitanti e halibut.

Ci troviamo quindi nel paradosso di una forte partecipazione civile e dei movimenti sociali sui temi green- tanto ad esempio da ospitare a breve a Venezia un Climate Camp, manifestazione internazionale volta a tirare le fila sullo stato della situazione per chi si interessa realmente di giustizia climatica  - e una risposta dall'alto sempre troppo conservatrice e avversa al cambiamento, che è perseguita a livello di realpolitik.

 



[1] https://www.ilpost.it/2019/08/05/incendi-siberia/

[2] https://www.globalproject.info/it/mondi/cronache-di-ghiaccio-e-di-fuoco-la-siberia-brucia-il-%20nostro-pianeta-brucia-e-a-qualcuno-va-bene-cosi/22180

[3] https://ilsalvagente.it/2019/08/06/maxi-incendi-in-siberia-greenpeace-conseguenze-per-tutto-il-pianeta/

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