Stretta autoritaria del governo peruviano, 20 i morti frutto della repressione

17 / 12 / 2022

Dopo una settimana di proteste in tutto il Paese a seguito del tentato autogolpe di Castillo, la svolta repressiva decisa dal nuovo governo e appoggiata dal Congresso con l’emanazione dello stato d’emergenza, il coprifuoco e la militarizzazione delle strade, provoca un aumento drammatico delle vittime: solo nella giornata di giovedì 15 dicembre le forze armate hanno ucciso ben 9 manifestanti nelle manifestazioni di protesta, elevando a 20 il numero totale delle vittime dall’inizio della crisi avvenuto il 7 dicembre.

Nel suo attuare in questa prima settimana di governo, la presidente Dina Boluarte ha più volte invitato alla calma, arrivando ad annunciare elezioni anticipate - ma per aprile 2024 - pur di pacificare il Paese. Parole di facciata però, che si scontrano con un attuare che ogni giorno diventa sempre più autoritario e che ha come conseguenza una repressione sempre più dura e spietata.

La svolta nella giornata di lunedì quando, a seguito del massacro di Andahuaylas dove la repressione delle forze armate ha provocato le prime due vittime del conflitto, la presidente Boluarte ha annunciato elezioni anticipate per aprile 2024. Tuttavia, nella stessa conferenza stampa, la presidente ha dichiarato anche lo stato d’emergenza nelle regioni di maggior conflitto. È il primo passo verso la deriva autoritaria di questo governo.

Come facilmente prevedibile, lo stato d’emergenza non ha fermato la protesta, anzi, il giorno successivo è proseguita con maggior determinazione, forte della rabbia popolare per le vittime del giorno precedente. La protesta si è estesa quindi da nord a sud, dalla regione di Cajamarca fino a quella di Tacna passando per Huánuco, Lima, Junín, Huancavelica, Apurímac, Ayacucho, Arequipa e Puno.

Ma come è cresciuta la protesta, è cresciuta anche la repressione e, di conseguenza, le vittime, in particolare nella regione di Apurímac. Per tutta risposta i manifestanti hanno assaltato e a dato fuoco alle sedi del potere statale, agli aeroporti, a canali TV pubblici e alle imprese private, ad Abancay, Arequipa e Huancavelica in particolare. Incapace di contenere la crisi, la presidente ha quindi deciso l’invio di altre truppe nelle strade. Saranno quasi duecento mila nei giorni seguenti i militari e le forze dell’ordine presenti nelle strade in tutto il territorio nazionale.

Ma è nella giornata di giovedì 15 dicembre che l’escalation di violenza è salita tragicamente. Di fronte alla determinazione della popolazione nelle strade, il governo di Boluarte ha deciso per la linea dura, estendendo lo stato d’emergenza a tutto il territorio nazionale e decretando il coprifuoco in 15 regioni. Ancora una volta la conseguenza è stata la repressione, gravissima nella pista d’atterraggio dell’aeroporto Alfredo Mendivil di Ayacucho, dove le forze dell’ordine hanno ucciso ben 8 manifestanti ferendone altri 52. Alla fine della giornata i dati sono drammatici: 20 i manifestanti uccisi, almeno un centinaio i feriti e altrettanti gli arresti arbitrari, con centinaia di denunce di violazioni dei diritti umani.

La presidente Boluarte, dopo aver armato i sicari dello Stato, piange lacrime di coccodrillo e offre le sue condoglianze alle famiglie delle vittime, ma continua imperterrita nel suo disegno autoritario, reprimendo ogni forma di dissenso a un governo imposto con l’inganno da un Congresso delegittimato dalla popolazione e con solo l’8% di approvazione. Boluarte e Congresso che condividono le responsabilità delle vittime della crisi, essendo rispettivamente il braccio e la mente della repressione in atto.

Negli ambienti istituzionali intanto, oltre a giocare con la vita delle persone, continuano i giochi politici. Sull’ex presidente Pedro Castillo si sta abbattendo infatti la mannaia della giustizia peruviana: dal carcere dove è rinchiuso, il Profe continua a dichiararsi presidente legittimo e innocente, tuttavia i giudici hanno avvallato la richiesta del pubblico ministero e condannato l’ex presidente a un anno e sei mesi di carcere preventivo, in attesa delle indagini e del processo.

Inoltre, nell’ottica di frenare le proteste, pochi giorni fa la presidente ha annunciato la possibilità di anticipare ulteriormente le elezioni, a dicembre del prossimo anno. Ma il Congresso ha rigettato la proposta, non arrivando ai 66 voti necessari per attuarla. Fa pensare che una fetta importante dei voti favorevoli sia venuta dal partito di Keiko Fujimori, mentre settori di sinistra, come il partito Perù Libre dell’ex presidente, abbiamo votato contro o si siano astenuti.

Le elezioni anticipate, avrebbero forse potuto riportare la calma, ma di certo non risolvere la crisi politica e istituzionale nella quale il Paese è impantanato ormai da almeno cinque anni. Infatti, votare con la stessa legge elettorale avrebbe come risultato un semplice rimescolamento delle forze in campo, ma riportando al Congresso le stesse persone che oggi vi siedono e che sono invise dalla popolazione.

Proprio per questo la crisi peruviana di difficile soluzione: senza la possibilità di riscrivere le regole, lo scioglimento del Congresso, le dimissioni di Dina Boluarte, le elezioni anticipate e soprattutto la costruzione di un’assemblea costituente (tutte le rivendicazioni delle piazze di questi giorni), rischiano di ricadere in mano ai gruppi di potere che hanno provocato la crisi e che oggi mandano i soldati nelle strade a uccidere la popolazione che protesta.

Difficile quindi prevedere gli sviluppi di questa crisi: nelle strade la determinazione sembra ancora tanta, ma comincia a intravedersi anche la disillusione per una senza via d’uscita. Senza un movimento capace di guidare le proteste e ricondurre le rivendicazioni sul piano istituzionale, il rischio è che le mobilitazioni finiscano per esaurirsi per la stanchezza della popolazione, già provata da un anno e mezzo e di pandemia e ora dalla crudele repressione di questi giorni.

Molti settori popolari, infatti, sono in piazza a manifestare anche per ragioni di sussistenza, più interessati a risolvere i propri problemi concreti di sopravvivenza che quelli dei politici corrotti e di uno Stato violento. E non è un dato di poco conto: a Lima e in tutto il territorio nazionale si stanno registrando sempre più saccheggi di supermercati o di grandi magazzini, a dimostrazione della complessità degli eventi in corso.

Lo scontro continua. Governo e Congresso, forti della legittimazione internazionale proseguono nel loro cammino repressivo ma proprio a seguito dell’ultimo massacro hanno cominciato a perdere pezzi, con le dimissioni dei ministri dell’Educazione e della Cultura, per cui è risultata inaccettabile la violenza espressa dallo Stato in questi giorni. Nelle strade si continua invece a manifestare il proprio malcontento, preoccupati per un futuro nero fatto di miseria, fame e violenza a cui nessun politico di professione sembra minimamente interessato.

Foto di copertina: Aldair Mejía - EFE

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