Storia dello Yemen: dagli anni ‘60 ai primi passi verso l’unificazione (seconda parte)

27 / 3 / 2020

Il 19 marzo 2015 cominciava la Guerra in Yemen, un conflitto asimmetrico dagli altissimi costi umani a cui i media occidentali hanno dato un rilievo estremamente limitato. In questa occasione, pubblichiamo la seconda parte di una serie di contributi che inquadrano il passato e il presente dello Yemen a cinque anni dall’inizio della guerra.

Gli anni ’60 tra rivoluzioni e guerre civili

Alla morte di Ahmad, nel 1962, gli successe il figlio Muhammad al-Badr, l’ultimo Imam del regno mutawakkilita dello Yemen del Nord. Una settimana dopo aver preso il potere, infatti, un gruppo di rivoluzionari nazionalisti, ufficiali dell’esercito, sostenuti dall’Egitto del presidente Nasser, lo detronizzò e proclamò la nascita della Repubblica Araba di Yemen (da ora anche RAY o Yemen del Nord), con capitale Sana’a. Iniziò allora una guerra civile che durò otto anni e che, semplificando molto, vide fronteggiarsi da una parte gruppi e tribù realisti, accomunati probabilmente più dalla diffidenza verso la repubblica che dal sostegno alla monarchia; e dall’altra le forze allineate con la nuova repubblica guidata dal presidente ‘Abdullah al-Sallal. Il nuovo stato era in realtà controllato dall’Egitto, presente con diverse decine di migliaia di soldati e con i propri consiglieri nell’amministrazione. Una tale presenza spinse l’Arabia Saudita ad intervenire a sostegno delle forze realiste, replicando quindi sul territorio yemenita quella tensione che in quegli anni attraversava i paesi arabi e che vedeva contrapposto alle monarchie l’Egitto repubblicano. Le ambizioni di Nasser non si limitavano al solo Yemen del Nord, ma guardavano anche a sud, ovvero alla fine dei protettorati inglesi. Per questo, l’Egitto si impegno a creare e di incoraggiare la nascita di gruppi di combattenti anti-colonialisti, come il Fronte Nazionale di Liberazione (FLN).

Nel precedente contributo, avevamo lasciato lo Yemen del Sud in mano agli inglesi, che ne organizzarono il territorio in due protettorati (est ed ovest), lasciandone il controllo diretto ad alcuni sultani e tribù alleati, che solo parzialmente riuscivano ad imporsi sugli altri poteri locali. La città portuale di Aden, invece, rimase salda nelle mani inglesi e negli anni ’50 cambiò  radicalmente rispetto al resto della sfera di influenza britannica. La sua popolazione crebbe con l’aumento di lavoratori provenienti dallo Yemen del Nord, attratti dalle nuove opportunità che si creavano nella città portuale. Parallelamente, aumentarono le lotte dei lavoratori per salari e condizioni di vita migliori, e si moltiplicarono le organizzazioni sindacali. Il malcontento diffuso tra la popolazione si tinse dei colori ideologici del panarabismo, alimentato da una nuova classe di intellettuali, molti dei quali provenienti dallo Yemen del Nord, e dalla propaganda radio egiziana. Il legame tra la città portuale e il resto dei territori coloniali continuò ad essere molto debole, anche se negli anni ’50 questo venne rafforzato dal diffondersi di partiti semi-clandestini e di associazioni nei villaggi. Mentre nel 1962 i territori vennero riuniti in una Federazione dell’Arabia del Sud.

Il conflitto nello Yemen del Sud iniziò il 14 ottobre del 1963. Spesso descritto da scrittori nella post-indipendenza come una lotta di classe contro governanti feudali sostenuti dal colonialismo inglese, in realtà le forze in campo erano molto più composite e non sempre interpretabili con una chiave di lettura economistica. Nel Nord come nel Sud, tribù e leader locali, soprattutto nelle zone rurali, spesso guardavano ai propri interessi, più che essere guidati da un’ideologia precisa. Gli inglesi, assieme alle tribù e ai sultani del Sud con cui si erano alleati, si ritrovarono a dover fronteggiare una serie di gruppi le cui alleanze e composizioni continuarono a cambiare negli anni. Il gruppo più importante era il già citato Fronte Nazionale di Liberazione, che ben presto ruppe l’alleanza con l’Egitto, rappresentato nel teatro bellico del Sud dal Fronte per la liberazione dello Yemen del Sud Occupato (FLYSO) creato nel 1966. Le truppe regolari federali si slegarono dagli interessi inglesi e si ritrovarono ben presto a fare da arbitri tra i diversi gruppi nazionalisti anti-coloniali in competizione per il controllo del paese. La violenza continuò anche quando gli inglesi annunciarono di voler abbandonare lo Yemen del Sud entro il 1968. A spingere verso la continuazione del conflitto erano diversi gruppi, tra cui il FLYSO, che però si ritrovò esposto quando l’Egitto decise di ritirare le proprie truppe nell’estate del 1967, dopo essere stato sconfitto da Israele nella Guerra dei Sei Giorni. Il tutto a vantaggio del FLN, che prese le redini dello Yemen del Sud una volta che gli inglesi abbandonarono definitivamente il paese nel novembre del 1967. Nacque così, nel 1971, la Repubblica democratica popolare dello Yemen (da ora RDPY o Yemen del Sud), con Aden come capitale. A guidarla era il presidente “Salmayn” (Salim Rubay’ ‘Ali), promotore di riforme ispirate al socialismo scientifico e alla lotta al tribalismo e ai poteri locali accusati di “feudalesimo”.

La sconfitta contro Israele portò alla fine della presenza egiziana anche nel Nord, nella Repubblica Araba dello Yemen, indebolendo in questo modo la posizione delle truppe repubblicane e favorendo, almeno temporaneamente, quelle realiste filo-saudite, che nel dicembre del 1967 assediarono Sana’a. A quel punto, volontari yemeniti accorsero a difesa della repubblica da diverse parti del paese. Tra questi c’era anche un contingente del FLN e combattenti del FLYSO. Appoggio all’esercito repubblicano arrivò anche dall’Algeria e dalla Russia, sotto forma di fondi ed armi. Anche se continuarono a combattere in alcune aree del nord fino al 1970, le truppe realiste di fatto persero la guerra nel momento in cui vennero allontanate da Sana’a nel febbraio del 1968. 

Consolidamento dei due Yemen

Governata da notabili con il sostegno saudita, lo Yemen del Nord tentò di costruire uno stato che contrastasse l’irredentismo tribale, introducendo allo stesso tempo il capitalismo sul versante economico e la modernità in ambito sociale. Emerse una nuova classe di commercianti, le cui fila vennero ingrossate da yemeniti che fuggivano alle politiche socialiste del Sud. Nel Nord le forze di sinistra vennero marginalizzate, mentre il potere veniva assunto a livello istituzionale dal capo del consiglio presidenziale (di fatto il presidente) Qadi ‘Abd al-Rahman al-Iryani. In quegli stessi anni si sentì inoltre la necessità di istituzioni accademiche in grado di formare i giovani yemeniti, e fu perciò fondata l’Università di Sana’a e pianificata una scuola di amministrazione pubblica. Senza un piano preciso, l’ateneo iniziò i corsi nel 1970 con un programma di formazione di insegnanti e una facoltà giuridica. Nel primo decennio le facoltà umanistiche e scientifiche ebbero un rapido sviluppo, trasformandosi però a fine decennio nel terreno di scontro fra i conservatori islamici e i modernisti laici.

Le relazioni tra i due paesi peggiorarono nuovamente tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Il Sud accusava il Nord di essere allineato con l’imperialismo occidentale e sotto un’eccessiva influenza saudita, mentre il Nord rispondeva con toni meno duri, non riuscendo tuttavia a frenare gli interessi tribali, che aumentarono la tensione tra i due paesi fino allo scoppio di un conflitto nel 1972. Le autorità di Sana’a non furono infatti in grado di impedire alle tribù, incoraggiate anche finanziariamente dai sauditi, di scatenarsi contro il Sud trascinando la Repubblica del Nord in una vera e propria guerra. Il conflitto si risolse con gli accordi di Tripoli, dove si gettarono le basi di una futura unificazione dei due Yemen. Negli anni successivi le relazioni bilaterali migliorarono, tanto che i presidenti dei due paesi iniziarono ad incontrarsi nel 1977.

Un grande ostacolo rimaneva però da rimuovere, ovvero l’opposizione all’unificazione di Riyad, che rappresentava un finanziatore e partner economico importante soprattutto per il Nord. Il boom petrolifero del 1974 fece aumentare i progetti di investimento in Arabia Saudita e, di conseguenza, la necessità di manodopera straniera. A rispondere all’appello furono in primis gli yemeniti del Nord: tra il 1975 e il 1980 circa il 10-15% della popolazione emigrò, una percentuale considerevole se si tiene conto del fatto che si trattava del 30-40% della popolazione attiva. Nello Yemen del Nord questa emigrazione causò da una parte un abbandono della tradizionale agricoltura e dall’altra un aumento delle rimesse (da 40 milioni di dollari nel 1969-70 a 1,3 miliardi di dollari nel 1978-9), dei salari, del potere d’acquisto delle famiglie, degli affari dei commercianti e dei consumi di prodotti di importazione. A migliorare ulteriormente le prospettive fu, nel 1974, un aumento degli aiuti internazionali: in quell’anno infatti giunsero contributi economici provenienti dalle Nazioni Unite e da diverse sue agenzie, dalla Germania dell’Ovest e da altri paesi dell’Europa occidentale, dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita e dai paesi arabi del Golfo. Questi finanziamenti permisero la costruzione dell’aeroporto di Sana’a, di linee telefoniche tra le maggiori città, di strade migliori, scuole, strutture sanitarie, edifici pubblici e moschee.

Lo Yemen del Sud era impegnato sugli stessi fronti. Nonostante la politica espressamente socialista e l’allineamento con la Russia, anche il Sud, come il Nord, si unì al Fondo Monetario Internazionale e chiese aiuto alla Banca Mondiale. Simile al Nord, era anche la dipendenza del Sud da aiuti internazionali e prestiti, come anche dalle rimesse degli yemeniti che avevano lasciato il paese. Si calcola infatti che se gli emigrati erano 125.000 nel 1975, alla fine del decennio avevano raggiunto i 200.000. Nel 1975 il placarsi delle tensioni della ribellione nel Dhofar, rivolta contro l’Oman e sostenuta dallo Yemen del Sud, prospettò una normalizzazione delle relazioni tra lo Yemen del Sud e i paesi arabi conservatori, in primis l’Arabia Saudita, disposta a ricompensar attraverso aiuti economici la moderazione politica raggiunta dagli yemeniti del Sud: i buoni rapporti tra Riyadh e Aden resero meno complicata la vita della diplomazia di Sana’a, non più obbligata a scegliere tra l’uno o l’altro vicino. Oltre che sul fronte economico, lo Yemen del Sud si impegnò anche sul fronte dell’istruzione, raggiungendo un tasso di scolarità del 40% entro la fine degli anni ’70, doppio rispetto a quello del Nord. E mentre negli anni ’70 il Nord vedeva la diffusione di idee wahhabite spinte da fondi sauditi, ciò non succedeva nel Sud, dove la pratica religiosa islamica era stata brutalmente repressa già all’inizio degli anni ’70.

Un nuovo conflitto

Il riavvicinamento tra i due Yemen non durò a lungo. Il 24 giugno 1978 un uomo che si era presentato come un emissario di Salmayn, presidente del Sud, uccise il Presidente del Nord Ahmad al-Ghashmi spingendo le autorità della Repubblica del Nord a intervenire presso i membri della Lega araba affinché interrompessero le relazioni diplomatiche con Aden. Alla metà di luglio del 1978, un mese dopo l’assassinio di al-Ghashmi, il tenente colonnello ‘Ali ‘Abdullah Salah fu eletto presidente, carica che ricoprì – anche dopo l’unificazione dei due Yemen avvenuta nel 1990 – fino al 2012. La situazione da gestire era particolarmente delicata: da una parte vi era infatti l’esigenza di normalizzare i rapporti con lo Yemen del Sud, animato da un’ideologia socialista e militante; dall’altra il contenimento della ribellione armata, sul proprio territorio, del Fronte nazionale democratico (FND), un’alleanza di organizzazioni create nel 1976 da gruppi di sinistra, sospettati di essere finanziati dallo Yemen del Sud.

La tensione dovuta all’assassinio di al-Ghasmi, alla quale si aggiunse quella dell’esecuzione pochi giorni più tardi di Salmayn (presidente del Sud) per mano degli stessi mandanti, crebbe fino portare allo scoppio di un conflitto di frontiera tra i due paesi. Benché a prevalere furono le truppe della Repubblica democratica popolare dello Yemen (del Sud), sia questa sia il Fronte nazionale democratico non erano pronti a trarre vantaggio da una rapida vittoria e il conflitto fu interrotto a marzo dall’intervento di mediazione della Lega araba, e soprattutto di Iraq e Siria con la mediazione del Kuwait. Il 28 marzo i capi di stato della RAY e della RDPY organizzarono un summit in Kuwait e decisero, per la seconda volta in sette anni, di mettere fine agli scontri e accordarsi sulle modalità dell’unificazione. Alla fine del 1980 e fino alla primavera dell’anno successivo i combattimenti però ripresero poiché il presidente Salah voleva dimostrare di essere militarmente più forte del Fronte nazionale democratico in modo da arrivare al tavolo dei negoziati in una posizione dominante. All’inizio del 1981 ebbe luogo un summit inter-yemenita per costituire un comitato incaricato di studiare la formazione di un’unica organizzazione politica e rilanciare i lavori delle commissioni miste istituite al momento dell’accordo di Tripoli del 1972: un documento che prevedeva, tra le altre cose, la scelta di Sana’a come capitale, l’Islam come religione di stato, l’arabo come lingua ufficiale e una forma politica modellata secondo l’Unione araba socialista libica. A questo incontro fece seguito il summit di Aden (30 novembre-2 dicembre 1981), nel quale i due presidenti della Repubblica araba dello Yemen e della RDPY istituirono un consiglio supremo formato da loro stessi, un consiglio ministeriale presieduto dai primi ministri e un segretariato permanente. Il 30 dicembre la Commissione costituzionale congiunta completò il progetto di costituzione previsto dall’accordo di Tripoli. Ma le condizioni per l’unificazione non erano ancora mature.

Ph. Credit: foto scattata dal fotografo Brian Harrington Spier tra il 1965 e il 1966 che racconta la vita in quella che in quegli anni era la capitale dello stato.

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