Siria - Sauditi e americani in soccorso di Assad

29 / 3 / 2011

Si attende il discorso di Bashar Assad, forse già oggi, più probabilmente domani, per capire l'estensione e la profondità delle riforme che il presidente siriano sarebbe disposto a mettere in moto. Secondo le indiscrezioni, Assad dovrebbe andare ben oltre la revoca (dopo 50 anni) della legge d'emergenza e l'approvazione di qualche riforma politica di facciata. Potrebbe annunciare l'avvio, entro certo limiti, di un vero multipartitismo - non quello finto di oggi con formazioni satelliti che ruotano intorno al Baath al potere - e una maggiore libertà di stampa.
Tuttavia Assad non dispone del potere assoluto di cui aveva goduto il padre Hafez né ne possiede il carisma, necessario per tenere sotto controllo, da solo, i potenti apparati di sicurezza del paese. Ci provò dieci anni fa a riformare il paese, a modernizzarlo, ma gli uomini forti del regime lo costrinsero a fare marcia indietro e per un decennio il leader siriano non si è azzardato a riproporre la sua (presunta) linea di rinnovamento. Anzi, ha avallato la politica del pugno di ferro del mukhabarat (il servizio segreto) nei confronti degli oppositori e persino di quei dissidenti, come l'intellettuale progressista Michel Kilo, al quale lo stesso Assad aveva fatto riferimento nel primo anno di presidenza. Il rinvio del suo discorso alla nazione conferma che il dibattito - forse un vero e proprio scontro - nel regime è molto acceso.
«Comunque sia, anche i più conservatori nel regime siriano, quelli che controllano i piani alti dei servizi di sicurezza, sanno che non è possibile andare avanti come se in questi tre mesi non fosse accaduto nulla nel mondo arabo. Sono consapevoli che occorre voltare pagina, in qualche modo», spiega l'analista arabo Mouin Rabbani, convinto però che le riforme che si preparerebbe ad annunciare Assad, seppure significative, non metteranno in dubbio la stabilità del regime. L'urgenza del cambiamento è dettata dagli scontri con decine di morti avvenuti nei giorni scorsi, non solo a Daraa e in altri piccoli centri abitati rurali ma anche nell'importante città portuale di Latakiya, da dove è cominciata l'ascesa al potere degli Assad. «Sono stata ieri (domenica) a Latakiya e posso confermare la protesta è stata massiccia anche in questa città, nelle strade ci sono i segni di scontri violenti, auto ed edifici dati alle fiamme, barricate, pietre ovunque» ha riferito al manifesto Martina Iannizzotto, un'italiana che si trova da alcune settimane in Siria. La testimone, che ha visitato anche Daraa nei giorni scorsi, tuttavia sottolinea che «Bashar Assad rimane popolare: in migliaia, e non tutti prezzolati, sono scesi in strada a Damasco in suo sostegno e larga parte della popolazione è convinta che (il presidente) sia l'unico che può garantire la stabilità ed effettuare le riforme».
Nelle ultime ore in appoggio al presidente siriano è sceso il monarca saudita Abdallah - che ha inviato i suoi soldati nel Bahrein a reprimere la rivolta pro-democrazia contro re Hamad al Khalifa ed è pronto a fare altrettanto con i suoi sudditi sciiti - mentre il segretario di stato americano Hillary Clinton ha assicurato che «l'intervento» militare in corso contro la Libia non si ripeterà in Siria, «perché il Congresso americano ritiene che il presidente siriano Bashar Assad sia un riformatore».
A spingere alla cautela l'Amministrazione Usa è, in realtà, il rischio fondato che la Siria si trasformi in un nuovo Iraq, a danno anche, se non soprattutto, dell'alleato israeliano. Quando, nel 2003, la passata l'Amministrazione Bush venne tentata fortemente di ripetere contro Damasco l'offensiva devastante compiuto contro Baghdad, fu l'ex premier israeliano Ariel Sharon a frenare i piani di attacco, perché convinto che la caduta del «nemico Assad» avrebbe portato a ridosso dei confini di Israele i qaedisti e i gruppi armati sunniti e sciiti che hanno dettato legge per anni in Iraq.
Ieri è stata una giornata relativamente più calma almeno rispetto ai giorni passati, con le forze di sicurezza che avrebbero aperto il fuoco, stavolta solo a scopo intimidatorio, a Daraa dove si è svolta una nuova manifestazione di protesta. Sono stati liberati inoltre il producer televisivo Ayata Basma e il cameraman Ezzat Baltaji, entrambi libanesi e dipendenti dell'agenzia Reuters, che erano stati arrestati il 26 marzo perché non avevano il permesso per lavorare in Siria.


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