Siria - “Complotto esterno” o “rivoluzione”, i due linguaggi della Siria

7 / 2 / 2012

Tabqā Sūrya wāḥida wa muwaḥḥada. 

La Siria rimane unica e unita: così si legge nei manifesti che tappezzano uno degli uffici di frontiera da cui si entra nel paese, raffiguranti due demoni (emblema delle emittenti filo-occidentali Alarabiya e Bbc) intenti a tagliare a fette con dei coltelli la carta geografica della Siria.

Sono giunta a Damasco durante il mese di ramaḍān, coincidente con agosto. Ci si aspettava un periodo intenso di forti ed estese manifestazioni da parte degli oppositori (muʻāriḍīn). Eppure le strade della città vecchia e i mercati tradizionali apparivano congestionati da folle intente ad ultimare gli acquisti e i regali che precedevano la fine del ramaḍān e la festa della rottura del digiuno (ʻīd al-fiṭr). Le vie, inoltre, portavano i segni della mano pesante della macchina propagandistica del regime che tentava di mostrare il volto di una città serena, pacificata, controllata. Apparivano nuovi cartelloni: ‘ana maʻ sūrya, "io sto con la Siria"; naḥnu sūrya, "noi siamo la Siria" (con la bandiera siriana formata da persone). Le bustine di zucchero servite nelle caffetterie del centro storico imponevano di leggere sūrya biẖayr, "la Siria sta bene".

L’economia siriana, invece, non godeva affatto di buona salute: le pesanti sanzioni economiche imposte dall’Unione Europea, dagli Usa e in seguito dalla Lega Araba si riverberano nell’impossibilità di utilizzare le carte di credito da parte degli stranieri, che intanto hanno smesso di affollare le città siriane. A Damasco la quasi totale assenza di turisti e studenti mina gli affari dei negozi e dei tavoli dei ristoranti.

Crisi dunque, che accompagnava ogni venerdì di preghiera, in quello che iniziava a diventare un triste e reiterato carosello di proteste e manifestazioni, cortei funebri ed esequie del sabato, ritorno ad una situazione di finta calma nei giorni centrali della settimana. Oggi questa distinzione tra quiete e sommosse è venuta a cadere: ogni giorno si registrano violenti scontri armati tra l’Esercito siriano libero (al-ğayš al-suryy al-ḥurr) e le milizie filogovernative; il computo delle vittime civili tra i manifestanti e i membri dell’esercito regolare è diventato una prassi quotidiana.

Una rottura dello status quo che iniziavo ad analizzare attraverso i dialoghi e le interviste condotte a due gruppi distinti di siriani.

Coloro i quali appoggiano (o affermano di appoggiare) il regime degli ‘Asad, i cosiddetti mu’ayydīn, leggono gli eventi attraverso la lente di un complotto esterno (mu’āmara) di matrice sionista e statunitense, coadiuvato dalla Turchia e dall’Europa, atto a dividere e smantellare la Siria. Le cosiddette bande armate di terroristi (mağmūʻāt ‘irhābiyya musallaḥa), composte da infiltrati (mundassīn) stranieri, sarebbero le uniche responsabili degli eccidi e degli attacchi ai manifestanti. Sono accompagnate dai muẖarribīn, sabotatori, minaccia allo status quo vigente, all’ordine e alla sicurezza che la famiglia degli ‘Asad assicura al popolo da quarant’anni.

Sul versante opposto ci sono gli oppositori e i dissidenti (muʻāriḍīn), come anche gli attivisti (mutaẓāhirīn) che organizzano le proteste (muẓāharāt). Sono gli esponenti del dissenso dalle carceri siriane o dall’estero, che restano pacifici e disarmati nella prima fase della rivolta in Siria sino ad arrivare alle diserzioni di soldati che, abbandonate le fila dell’Esercito ufficiale ormai da diversi mesi (portando con sé le armi), si uniscono ai manifestanti con l’intento di proteggerli. Chi si schiera con questo gruppo giudica ridicole e offensive le notizie che giungono dalle emittenti di Stato (l’agenzia Sana, al-dūnya, al-aẖbariyya al-sūriyya), tacciate di veicolare solo falsità e propaganda. I terroristi armati sono da considerarsi, per loro, null’altro che bande para-militari assoldate dal regime allo scopo di perpetrare assassinii e propagare confusione debitamente organizzati. Sono šabbiḥa (1).

Attraverso la lettura che i singoli appartenenti ai due gruppi davano degli eventi (2) emergeva un percorso legato all’uso di determinati sostantivi, emblema della rivolta.

Per S., oppositore sunnita con retaggi familiari legati all’attività dei Fratelli Musulmani, i mesi di carcere e percosse continue hanno segnato la fine del suo impegno come manifestante. Mentre era per strada a inneggiare pacificamente alla caduta del regime - al-šaʻb yurīd isqāṭ al-niẓām, il popolo vuole la caduta del regime - presso la moschea al-rifāʻ, in quello che è diventato uno dei quartieri simbolo della protesta a Damasco (al-Midān), è stato fermato e arrestato da membri della sicurezza (‘amn) e šabbiḥa. Gli ho chiesto espressamente una descrizione fisica di questi ultimi.

“Gli šabbiḥa indossano scarpe da ginnastica, būt riyaḍiyya, di marca Ren, bianche e vestono in abiti civili. Portano al braccio dei legacci dai colori diversi (rosso, verde, azzurro), a seconda del settore cui appartengono e si chiamano tutti con lo stesso nome fittizio per riconoscersi a vicenda. Sono come delle bande armate (di coltelli, bastoni, spranghe, spade e sciabole), composte da adulti ma anche da adolescenti. Alawiti, drusi, cristiani; chi non è alawita picchia più forte affinché non sorgano dubbi circa la sua integrità e fedeltà al regime del ra’is al-ductūr Bašār al-‘Asad (presidente e dottore, in quanto laureato in oftalmologia: è detto in maniera ironica, ndr). Come anche gli ḥawārna, dalla regione dello Ḥawran. O gli šawāya dal nord della Siria, da Aleppo a Raqqa. Conosciuti, questi ultimi, anche dai libanesi: erano loro a violentare le donne in Libano. Il tipico šabbiḥa indossa degli occhiali scuri, è calvo o ha la testa rasata, porta la barba, con un corpo costruito da anni di palestra, spesso alla guida di una Mercedes scura. Šabbiḥa significa fantasmi: notoriamente si aggirano con vetture di grossa cilindrata, dai vetri oscurati”. Da qui il nome quindi, data la loro identità sfuggente.

Al contempo, in tutt’altro contesto, D., alawita scettico e disincantato, convinto che il regime baʻṯista non sarà abbattuto dall’ondata di proteste in corso, dava una definizione diversa ma altrettanto precisa dello stesso vocabolo.

“Gli šabbiḥa degli anni Ottanta e Novanta erano dei ragazzi che ostentavano sfarzo e ricchezza: catene dorate sul petto, macchine di lusso e occhiali da sole firmati. Camminano superbi e dandosi delle arie, magari con corpi possenti”. A lui ho chiesto allora se la parola araba mutakabbir (arrogante, orgoglioso, altero, superbo, sbruffone) potesse essere un sinonimo. “Tamaman! Eywa! Esattamente così, si. Gli šabbiḥa di al-Lāḏaqiyya (l’antica Laodicea) sono collusi col contrabbando (tahrīb), coi traffici illeciti e ostentano i lucrosi proventi attraverso la loro immagine. Ma vi sono anche gli šabbiḥa di Aleppo (Ḥalab), di Damasco (Dimašq) etc. Chiunque sia colluso con sistemi di mafia locale e traffici sporchi fa parte degli šabbiḥa”.

Mi si suggeriva come buona comparazione l’utilizzo dell’immagine di italiano mafioso, italiani-mafia e così via.

Una seconda riflessione sulla duplicità del lessico della rivoluzione siriana è imposta dall’analisi delle parole mutāẓahirīn e muẓāhara - rispettivamente "manifestanti" e "manifestazioni di protesta" - affiancate dal vocabolo masīra, "corteo", "processione" ma anche "marcia filogovernativa".

Il regime (niẓām), scosso dall’intensificarsi delle muẓāharāt, ha iniziato a contrastarle con delle masīrāt. Da piccole e poco organizzate quali erano all’inizio, formate prevalentemente da uomini adulti che vestivano alla stessa maniera e parevano reiterare gesti automatizzati e forzati, le marce si sono fatte via via più grandi e colorate, popolate da adolescenti e da donne, da danze e musica, striscioni e bandiere e gli immancabili effetti speciali offerti dal regime. Occupavano non solo le principali piazze siriane ma anche le prime pagine dei quotidiani locali e dei telegiornali filogovernativi. Che la partecipazione a tali cortei e raduni sia data da caldi inviti ai dipendenti pubblici o sia il risultato di una spontanea decisione personale, ogni masīra si adorna dell’aggettivo milyūniyya ("di un milione di persone"). Era, infatti, impellente il bisogno d’imponenti manifestazioni d’appoggio al governo che facessero da contraltare al dissenso urlato sempre più apertamente.

Tali classificazioni cadevano progressivamente durante i miei colloqui con R., un ragazzo alawita, originario della regione di Ḥamāh. Svolge il servizio militare che, tra i tanti doveri, prevede anche il controllo della sicurezza pubblica e delle manifestazioni che lui sostiene non essere sempre pienamente pacifiche. Mi spiega come una muẓāhara si possa tramutare in masīra.

“Non usiamo armi contro la folla, nel senso di armi pesanti. Solo bastoni. Funziona così: coloro che si trovano alle proteste perché hanno ricevuto del denaro appena vedono arrivare qualcuno della sicurezza (’amn) o della polizia segreta (muẖabarāt) hanno paura. Pagati, non sono lì perché esattamente credono in quello che fanno, ma solo per denaro, e allora cambiano slogan. Coloro che, invece, sono dei veri manifestanti, non hanno paura, sfidano la sicurezza e continuano con i loro slogan. La muẓāhara rimane muẓāhara”. R. mi descrive in seguito la sua esperienza di alcune manifestazioni in cui è stato mandato a sorvegliare, controllare, bastonare. “Non erano tanti quelle volte. Hanno iniziato ad insultarci con parole pesanti su mogli, madri e sorelle. Ci provocavano. Abbiamo reagito con i bastoni, mentre si davano alla fuga. Altri filmavano da più parti. La sera il video è apparso sull’emittente Aljazira, che l'ha definita una muẓāhara e ha detto che era composta da molte più persone di quante fossero in realtà!”.

“Che solo ci avessero provato ad entrare. Quelli..quei sabotatori (muẖarribīn). Da Qabūn (quartiere della periferia di Damasco a maggioranza sunnita, ndr) volevano entrare qui nella città vecchia (al-madīna al-qadīma). Per fortuna hanno organizzato dei posti di blocco (ḥawāğiz). Ma sarei sceso anch’io in strada a fermarli. Anche con la forza”. A parlare è un padre di famiglia cristiano, filogovernativo e sostenitore del regime di Bašār al-‘Asad.

La lente attraverso cui il quartiere cristiano di cristiano di Damasco pare leggere gli eventi è quella di una ferma opposizione all’azione dei manifestanti, di totale disappunto unito alla paura che la schiacciante maggioranza sunnita del paese possa, una volta al potere, negare i diritti delle minoranze (cristiani, drusi e alawiti in particolare). Gli attivisti sunniti vengono percepiti come mutaẖallifīn, mutamassikīn bi-l dīn e mutaʻaṣṣibīn ("arretrati" e "ignoranti", nonché "integralisti islamici"), senza concezione alcuna di cosa significhino termini quali democrazia, diritti umani, transizione pacifica e negoziata. Lo si intuisce anche dalle parole di O., un negoziante armeno del suq, particolarmente infastidito dalle folle che si riversavano nelle vie del centro storico in occasione dell’ʻid al-aḍḥā (la festa del sacrificio che chiude le giornate intense del pellegrinaggio alla Mecca): “Vengono dai quartieri di periferia come Qabūn, Zamalkā, Ḥarasta, Dūma e sporcano la città, mangiano e gettano i rifiuti a terra. Non hanno la benché minima concezione di cosa sia la città: non la conoscono e non la rispettano. Loro vengono dal rīf (periferia). Sono gli stessi che poi desiderano la caduta del regime, che appoggiano le devastazioni e il disordine causato dalle bande armate. Vorrebbero instaurare uno Stato islamico”.

Emerge così una peculiare attribuzione di significati negativi a quelle che sono percepite come masse incolte e integraliste di sunniti, incapaci di un vero cambiamento, ma in grado solo di sabotare lo status quo.

Le parole di A., militare sunnita di Rastān (uno dei principali focolai della rivolta), rivelano però un punto di vista diametralmente opposto: “I mutaẖallifīn per me, in questo momento, sono proprio i cristiani, che non capiscono che è questa l’occasione per lottare insieme per ritrovare libertà comuni. I sunniti: gran parte di loro sono commercianti, imprenditori, businessman che di certo hanno un minimo di idee liberali. Non puoi essere liberista in economia e non esserlo almeno un minimo anche in politica. Io sono sunnita e non voglio uno Stato islamico in Siria! E poi a chi dice che non vuole uno Stato come l’Arabia Saudita, io dico: l’Iran è forse differente? Sono due teocrazie. Le donne, in entrambi i casi, vestono di nero e veli integrali”.

La percezione del “cosa sta succedendo nel paese” (shw ʻam bi sīr bi-l balad) passa attraverso le opposizioni lessicali binarie descritte sopra.

Per gli oppositori è inevitabile la denuncia della gravità della presenza di šabbiḥa, la mano pesante, i soprusi e le brutalità subite da tali bande paramilitari; queste bande vengono classificate come gruppi dediti al contrabbando e ai traffici illeciti, e degradate così a mere formazioni parassitarie e mafiose, da chi sostiene l’attuale governo del presidente ‘Asad.

Le muẓāharāt sono viste come un dovere dagli attivisti e col trascorrere dei mesi si sono affinate le tecniche utilizzate per dar voce alla rivolta. Le emittenti filogovernative minimizzano, ridimensionandola, la portata reale del dissenso: la narrativa mediatica, presentando i manifestanti come mercenari o provocatori, minimizza la portata della rabbia e delle richieste di libertà che arrivano dal basso, dalle strade e piazze del paese, ormai non soltanto il venerdì di preghiera. Di contro si dà voce e risalto alle masīrāt, quali immensi cortei di lealisti.

Chi si schiera a difesa dello status quo associa così immediatamente alla figura del manifestante quella di un sabotatore e integralista, in un automatismo lessicale che rifiuta la realtà di un’opposizione mista e dal carattere transconfessionale - tra le fila dell’opposizione compaiono non solo sunniti, ma anche cristiani, drusi, alawiti, sciiti.

La sospensione - il 28 gennaio scorso - della missione degli osservatori (murāqibīn) internazionali della Lega Araba, i veti della Russia e della Cina in seno al Consiglio di Sicurezza e la recrudescenza delle violenze, in particolare a Ḥims e nei dintorni di Damasco, sembrano aprire la strada a un conflitto di più ampia portata regionale.

Il processo di stereotipizzazione dell’Altro pare già compiuto da ambo le parti: il concetto di una diversità costruita e artificiale è funzionale alle logiche dell’odio e della repressione cui assistiamo da mesi in Siria. Attraverso l’imposizione della propaganda mediatica e di una teoria del complotto, il regime nega la realtà del processo rivoluzionario, con i suoi linguaggi e i suoi protagonisti, per nasconderlo dietro alla narrativa del nemico esterno.

A loro volta, le emittenti panarabe e filo-occidentali, perseguendo la propria agenda, screditano il regime e danno ampio risalto alla repressione, anche se non sempre in maniera oggettiva e precisa: demonizzando il niẓām degli ‘Asad e minimizzando la violenza dell’opposizione armata, ci si allontana dalla realtà di una guerra civile in fieri.

I nomi degli interlocutori compaiono con la sola iniziale al fine di proteggerne l’identità.

(1) La parola šabaḥ o šabḥ, al plurale šubuḥ o ašbah indicherebbe una figura indistinta, una forma incerta, un’apparizione nonché fantasma, spettro, profilo, corpo o persona secondo la definizione tratta dal Vocabolario arabo-italiano curato da Renato Traini per l’Istituto per l’Oriente (Ipo).

(2) In arabo aḥdāth o ḥawādith, utilizzando così la medesima espressione che designava in Libano l’inizio della guerra civile nel 1975.

Limes 1/12 "Protocollo Iran"


Tratto da:

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