Romania - Proteste a Bucarest contro il decreto salva corruzione del Governo

6 / 2 / 2017

In Romania la scorsa settimana è stata caratterizzata da grandi proteste contro la legge sulla corruzione portata avanti dall’attuale governo in carica guidato dai Socialdemocratici del PSD. La legge prevedeva la riduzione per le pene previste per i casi di corruzione e abuso di potere, avvertita quindi da centinaia di migliaia di manifestanti come un sopruso della casta politica nei confronti della popolazione. Domenica scorsa il governo a seguito delle proteste ha scelto la revoca della legge, ma le manifestazioni sono continuate lo stesso nella stessa giornata di ieri. Nel giro di pochi mesi dall’est Europa arrivano notizie di mobilitazioni popolari in grado di respingere leggi oligarchiche ed autoritarie: le proteste di piazza hanno infatti determinato il ritiro del disegno di legge che inaspriva la legislazione sull’aborto in Polonia; a novembre, il referendum del premier Victor Orban che intendeva restringere le quote sui migranti e stato respinto, ed adesso in Romania è stata revocata una legge sulla corruzione avvertita come strumento di difesa dei propri privilegi della casta politica. Su quest’ultimo punto, di seguito un’intervista a Florin Poenaru, di Bucarest, attivista, antropologo e co – editore di CriticAtac, giornale di informazione e critica sociale, intellettuale e politica sulla Romania, est Europa e non solo.

Stando alle cronache dei media internazionali, nella scorsa settimana si sono svolte in Romania le proteste di massa più partecipate dai tempi della caduta di Ceausescu. Quali sono le ragioni principali che hanno portato tanta gente a scendere in piazza? 

In realtà, non è del tutto vero che questi sono i più grandi cortei dopo la caduta di Ceausescu. Nel 1990 vi sono state proteste più grandi, innescate dalle turbolenze politiche della transizione politica post rivoluzione, oltre alle mobilitazioni dei sindacati contro i licenziamenti di massa e le privatizzazioni. Le recenti proteste sono stati significative in termini di numeri, ma non è andato oltre il mezzo milione in un paese di 20 milioni di persone. Il motivo immediato che ha portato la gente per le strade è stata la decisione del governo di passare un decreto d'urgenza al fine di apportare alcune modifiche al codice penale. Una delle più controverse tra queste ha comportato la depenalizzazione dell'abuso di ufficio e altri reati correlati. Un sacco di politici riconosciuti avrebbero potuto beneficiarne immediatamente, sia per vedere le accuse contro di loro cadere, o magari per affrontare alla svelta sentenze brevi, come per il capo del Partito Socialdemocratico, attualmente al potere (eletto nell’autunno 2016). Egli è accusato per istigazione ad abuso d'ufficio e il processo tutt’ora è in corso, inoltre sta già scontando una sospensione condizionale della pena per aver violato la normativa elettorale. Ogni sentenza porterebbe immediatamente al carcere per lui e la fine della sua carriera politica. Ciò che ha aggravato i sospetti è stato il modo in cui il decreto è stato approvato: chiuso a mezzanotte, senza previa discussione pubblica. Le persone sono scese in piazza subito dopo e hanno chiesto l'annullamento del decreto e le dimissioni del ministro della Giustizia, accusato non solo di aver orchestrato, ma anche di essere estremamente arrogante in merito ad esso. Ben presto, però, le proteste sono aumentate e hanno chiesto le dimissioni di tutto il governo e elezioni anticipate. Domenica pomeriggio il governo ha annullato il decreto, sperando così di arginare le proteste - ma senza alcun risultato.  La folla anti-governo non sta appoggiando alcun partito politico particolare. Si vuole semplicemente l'attuazione diretta della politica anti-corruzione. Non si chiede nessun leader, non c’è nessun messaggio unificato, nessun coordinamento palese. Chiunque può venire e partecipare. L'unica linea di divisione che viene accettata è quella tra la corruzione ed anti - corruzione, tra "loro" i politici e "noi" le persone.

Negli anni recenti si sono svolte diverse proteste in Romania, come quella contro il progetto di sfruttamento minerario di Rosia Montana nel 2013 e le proteste dell’autunno del 2015 che portarono alla caduta del governo di Victor Ponta. Pensi che le recenti proteste siano diverse da quelle precedenti? 

La protesta contro lo sfruttamento della miniera d'oro di Rosia Montana era un fronte più o meno comune contro quello che è stato percepito come l'incarnazione perfetta tra interessi capitalistici globali e politici corrotti locali. Che questo rapporto non è stato articolato in termini critici, ma in quelli nazionalistici era secondario al fatto che alcune discussioni importanti hanno avuto luogo sul capitalismo locale e sulla natura della corruzione. Nel novembre 2015 le proteste sono state un passo indietro rispetto a quel momento, perché si è verificato come reazione di pancia ad una tragedia che ha ucciso 64 persone. La corruzione è stato accusata per la tragedia, ma questa è stata una scorciatoia e un modo per evitare il quadro più ampio del sottosviluppo e la deregolamentazione del capitale. 

Quest'anno le proteste sono una questione del tutto diversa: segnalano una crisi della governance istituzionale ed un tentativo dal basso di cercare di cambiare l’agenda politica . I manifestanti in strada non cercano una rappresentanza politica per le loro istanze. Vogliono solo che il governo si faccia da parte e portare avanti una politica di anticorruzione senza sosta. Quello che ha ingrandito ulteriormente le proteste è stato il carattere di classe che ho prima descritto.

*** Mattia Gallo è un giornalista pubblicista e media attivista. Ha scritto su web journal, fanzine e siti di contro informazione come: Tamtamesegnalidifumo, Ciroma.org, Fatti al Cubo, Esodoweb, Ya Basta!, Dinamo Press, Lefteast. Tra gli animatori del sito Sportallarovescia.it, collabora con Global Project con attenzione alla politica internazionale.

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