Rojava - Pace di Primavera, Morte in Autunno. Il dado è tratto

10 / 10 / 2019

La premessa all’odierna situazione è ben nota: la telefonata di domenica notte tra Trump ed Erdogan, con il primo che garantisce al secondo il semaforo verde per un’operazione militare nel Nord Siria, previo ritiro delle truppe americane presenti sul confine turco siriano, che da ormai un paio d’anni fungevano da forza di interposizione e da deterrente contro le mire espansionistiche del “sultano di Ankara”. Le reazioni nei due giorni successivi sono state soprattutto di sorpresa, nonostante vada detto che i curdi e i popoli della Federazione del Nord Siria non si siano mai fidati fino in fondo dell’alleato d’oltreoceano, perché questa presa di posizione arriva in un momento di relativa calma per una zona che dall’inizio della rivoluzione siriana di calma ne ha vista ben poca.

Dopo la sconfitta di Isis a Baghouz nello scorso marzo e le conseguenti operazioni per sgominare le cellule dormienti dei combattenti del Califfato Nero, la rivoluzione confederale stava trovando finalmente il tempo per prosperare e far crescere le proprie istituzioni comunitarie. Sostanzialmente la fase della ricostruzione, materiale e politica, era ben avviata anche se le minacce provenienti dalla parte turca del confine non sono mai cessate.

“Una pugnalata alle spalle”, così è stata rappresentata la scelta di Trump, rivendicata dallo stesso, “dall’alto della sua enorme ed impareggiabile saggezza” la scelta di abbandonare il popolo curdo, e tutti i popoli del Nord Siria, ad Erdogan il carnefice.

Alle parole sono seguiti i fatti: il dado è tratto. Già dalle prime ore di lunedì sono apparse sui social media le immagini dei convogli di blindati con la bandiera a stelle e strisce che prendevano la strada in direzione sud, allontanandosi così dal confine con la Turchia e di fatto lasciando il terreno libero ai turchi. Dall’altre parte, gli stessi social media, mostravano le colonne di carri armati e di artiglieri concentrarsi a poche centinaia di metri dal confine, con le bocche da fuoco pericolosamente orientate verso le città del Rojava. Meno di due giorni dopo ecco i bombardamenti: Qamishlo, Derik, Serekanye, Tal-Abyad, Mambij e Kobane. Le città simbolo della resistenza ad Isis oggi sono oggi di nuovo vittime dello stesso ideale da cui sono state liberate e salvate pochi anni fa: l’oscurantismo islamo-fascista.

È vero che la follia di Erdogan, per come il mondo l’ha conosciuta negli ultimi anni, non ha limiti, ma è anche vero che segue un disegno ben preciso che il suo partito - l’Akp - e lui in prima persona hanno e che risiede nelle idee neo-ottomane e imperialiste che le élite politiche coltivano fin dai tempi del kemalismo di Ataturk. Essi infatti non vedono il Nord Siria ed il Nord Iraq come entità politiche autonome oppure appartenenti ad altre entità politiche distinte, ma vedono quelle terre come ingiustamente sottratte da accordi stipulati da potenze straniere che ancor oggi si intromettono nella politica turca. Prendere il Nord Siria e cacciare il popolo curdo non è solo funzionale a un nazionalismo turco in crisi, ma è soprattutto mostrare ai “vicini di casa” - e soprattutto al mondo - che la Turchia è tornata forte e che da sola può decidere le sorti degli altri paesi. Saccheggio e rapina, islamismo radicale, politica di potenza erano anche le parole d’ordine di Isis durante la campagna di conquista del Medio Oriente.

La fragilità delle istituzioni internazionali viene così ancora una volta svelata. Ormai che la macchina della guerra di Erdogan è partita, pochi potranno fermarla: di certo non sarà il segretario della NATO che auspica moderazione nell’intervento oppure le parole del balbettante premier Conte che si dice sconcertato dalle notizie dell’attacco turco. La diplomazia europea ancora una volta si dimostra debole, se non inesistente, e incapace di imporre delle sanzioni verso la Turchia per paura della ritorsione per mezzo dei rifugiati siriani. Perché ancora oggi Erdogan, dopo aver incassato dieci miliardi di euro dall’Unione Europea per l’accordo sui migranti siriani, ricatta la stessa minacciandola di riversare milioni di persone lungo le sue frontiere, destabilizzando così una situazione già precaria.

La solidarietà ancora una volta arriva dai solidali, dai movimenti e dai singoli che in questi anni, da Kobane fino ad oggi, hanno fatto loro il messaggio della Rivoluzione Confederale. Gli stessi che hanno imparato che nel disastro della guerra civile siriana è sempre esistita una speranza di pace e convivenza che si è chiamata Rojava.

La storia recente di questa regione è stata dominata dalla violenza, dal terrore del Califfato Nero, dalla morte portata dalla guerra, ma non ha mai smesso di donare forza e speranza alle persone che lì vi combattevano, che lì rendevano il nostro mondo più sicuro sconfiggendo il terrorismo jihadista, che lì ha costruito un esempio di convivenza pacifica basato sulla partecipazione e sulla democrazia che ha pochi eguali nel mondo contemporaneo, che lì ha costruito una società multietnica e multireligiosa basata sul rispetto, che lì nel Medio Oriente delle guerre senza fine ha insegnato a tanti e tante la speranza.

Non è il momento dello sconforto, del “piangersi addosso”. Ora è il momento di fare quadrato, stringersi attorno a chi darà tutto per difendere la Rivoluzione. Ora è il momento di mobilitarsi.

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