Riot on the Hill

Un commento di Mike Davis sui riallineamenti all’interno dell’establishment repubblicano dopo i fatti del 6 gennaio.

11 / 1 / 2021

L’assalto dell’Alt Right a Capitol Hill ha segnato un nuovo punto di svolta nella politica statunitense. I movimenti dal basso – primo fra tutti Black Lives Matter – si trovano a dover manovrare tra una profondissima crisi sanitaria ed economica, la tornata elettorale più convulsa della storia recente del paese e una controffensiva da parte dell’estrema destra che ha alzato il tiro, grazie anche alle complicità istituzionali di cui gode. Ripubblichiamo qui una breve analisi a caldo di Mike Davis sui riallineamenti all’interno dell’establishment repubblicano, accelerati dagli eventi del 6 gennaio. Traduzione di Marco Miotto.

I “sacrilegi” nel nostro tempio della democrazia – povera e offesa città sulla collina, ecc. – costituirebbero un’insurrezione solo in una commedia nera. Quell’armata Brancaleone di motociclisti travestiti da artisti circensi e barbari residuati di guerra – compreso il tipo con la faccia dipinta e il cappello con le corna da bisonte, con tanto di pelliccia – hanno preso d’assalto il sommo country club, hanno occupato abusivamente lo scranno di Mike Pence, hanno rincorso i senatori nelle fogne, si sono messi con noncuranza le dita nel naso e nei fucili e, soprattutto, hanno scattato infiniti selfie da mandare agli amici a casa. Non avevano la più pallida idea sul da farsi (l’estetica era puramente alla Buñuel e Dali: “La nostra unica regola era molto semplice: non sarà accettata nessuna idea o immagine che possa prestarsi a una spiegazione razionale di qualsiasi tipo.”)

Tuttavia è successo qualcosa di profondamente inaspettato: un deus ex machina che ha eliminato il maleficio di Trump dalle carriere dei falchi conservatori guerrafondai e dei giovani leoni di estrema destra, le cui ambizioni fino a ieri erano incatenate al culto presidenziale. La giornata di oggi è stata il segnale di un’attesissima evasione. Si è molto abusato della parola ‘surreale’, ma essa descrive accuratamente l’orgia bipartisan di mercoledì sera, con quella metà del Senato riluttante a riconoscere il risultato elettorale che assecondava il richiamo di Biden per un “ritorno alla decenza” e che rigurgitava disgustosa devozione.

Per essere chiari: il partito repubblicano ha subito una rottura irreparabile. Pergli standard da Fuhrerprinzip della Casa Bianca, Mike Pence, Tom Cotton, Chuck Grassley, Mike Lee, Ben Sasse, Jim Lankford e persino Kelly Loeffler sono ora degli irrecuperabili traditori. Questo, ironicamente, consente loro di diventare possibili candidati presidenziali in un partito ancora di estrema destra ma post-trumpista. Dalle elezioni e dietro le quinte, le grandi imprese e parecchi mega donatori repubblicani hanno tagliato i ponti con la Casa Bianca, clamoroso il caso dell’ente super repubblicano National Association of Manufacturers che ieri ha chiesto a Pence di utilizzare il 25° Emendamento per deporre Trump. Naturalmente, erano abbastanza soddisfatti durante i primi tre anni di regime, con i tagli colossali alle tasse, la deregolamentazione in ambito lavorativo e ambientale e un mercato azionario nutrito a metamfetamine. Ma lo scorso anno ha portato con sé l’inevitabile presa di coscienza che la Casa Bianca fosse incapace di gestire importanti crisi nazionali o di assicurare al paese stabilità economica e politica.

L’obiettivo è un riallineamento del potere all’interno del partito, essendo i più tradizionali gruppi di interesse del capitale come la NAM e il Business Roundtable, oltre che alla famiglia Koch, da tempo a disagio con Trump. Non ci si illuda che i “repubblicani moderati” siano risuscitati dalla tomba; il progetto emergente preserverà l’alleanza di base fra i cristiani evangelici e gli economisti conservatori e, presumibilmente, difenderà la maggior parte della legislazione dell’era Trump. I senatori repubblicani, con una forte rosa di giovani talenti, domineranno istituzionalmente il campo del dopo Trump e, mediante una spietata competizione darwiniana – fra tutte la battaglia per sostituire McConnell – porteranno avanti una cambio generazionale, probabilmente prima che l’ottuagenaria oligarchia del partito democratico lasci la scena. (Nei prossimi anni, la principale battaglia interna della fazione post-Trump, con ogni probabilità, si concentrerà sulla politica estera e sulla nuova guerra fredda con la Cina.)

Questo è un lato della rottura. L’altro è molto più drammatico: i trumpisti duri e puri sono diventati, di fatto, un terzo partito, trincerati nella Camera dei Rappresentanti. Con Trump che cova amare fantasie di vendetta, la riconciliazione fra i due campi diventerà probabilmente impossibile, anche se potrebbero avvenire defezioni individuali. Mar-a-Lago diventerà il campo base della setta di Trump, la quale continuerà a terrorizzare le primarie repubblicane e si assicurerà il mantenimento di un ampio contingente di duri e puri sia nella Camera, sia nelle legislature degli stati rossi. (I repubblicani al Senato, che accedono a gigantesche donazioni dalle grandi imprese, sono molto meno vulnerabili a tali sfide.)

Gli opinionisti liberali possono anche rassicurarci, dicendo che i repubblicani si sono suicidati, che l’era Trump è finita e che i democratici sono sul punto di riconquistare l’egemonia. Naturalmente, dichiarazioni simili furono fatte durante le spietate primarie repubblicane nel 2015. Sembravano molto convincenti all’epoca. Ma una guerra civile aperta fra i repubblicani potrebbe solo procurare vantaggi a breve termine ai Democratici, sulle cui divisioni interne ha pesato il rifiuto di Biden di condividere il potere con i progressisti. Inoltre, molti senatori repubblicani più giovani, liberati dalle fatwa mediatiche di Trump, potrebbero rivelarsi dei competitori formidabili per i democratici centristi nel contendersi l’elettorato bianco, laureato e suburbano. In ogni caso, il solo futuro che possiamo prevedere in maniera affidabile – ovvero una continuazione di estremi disordini socio-economici – rende inutili le sfere di cristallo politiche.

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