Parigi vale sempre una messa?

I movimenti francesi sono scesi in piazza contro le violenze sessuali e sessiste, marginale la loro partecipazione ai blocchi "gialli".

26 / 11 / 2018

Nei giorni scorsi abbiamo provato a seguire la mobilitazione dei gilets jaunes, cercando di coglierne le contraddizioni e le potenzialità, andando oltre i facili clichè che gli venivano attribuiti dai media tradizionali, ma anche dalla vulgata di movimento. Cerchiamo di approfondire il nostro sguardo, non con il fare dei tifosi delle mobilitazioni altrui, ma con la volontà di far emergere una narrazione articolata della vicenda, pur con punti di vista differenti. Di seguito un articolo di Marina Nebbiolo, una collaboratrice storica di Globalproject, che da decenni vive a Parigi, dove ha vissuto i principali movimenti transalpini dagli anni Settanta in poi.

Solo a Montpellier i "gilets jaunes" si sono uniti alla manifestazione femminista "noustoutes", marcia indetta dalle donne in tutta la Francia alla quale hanno partecipato circa 100 mila persone. Ma le prima pagine e i live si sono concentrati sui gilet gialli e il prevedibile rito degli scontri con la polizia nel più prestigioso dei quartieri della capitale. Partiamo da questo dato e cerchiamo di capire perché il trattamento mediatico, seguito e non anticipato da quello dei responsabili politici, nel corso della preparazione alla scadenza del 17 novembre e poi del 24 novembre sorprende al punto di essere definito una "love-story"; forse perché la mobilitazione era organizzata tramite web e social network? Chiunque sia sceso nelle piazze francesi in questi ultimi anni conosce i loro metodi e quelli delle forze dell'ordine, si combinano e si alternano per censurare il dissenso e demolire i movimenti. Rare le denunce, e solo quando alcuni giornalisti vengono direttamente coinvolti negli scontri o subiscono le brutali violenze poliziesche d'uso sia nelle città e nei quartieri popolari che nelle zad.   

La Francia dei "gilets jaunes" è quella ignorata, delle classi medie impoverite, dei lavoratori e dei piccoli imprenditori, dei pensionati maltrattati dal ministero dell'economia e delle finanze, una Francia prevalentemente bianca delle province e delle periferie rurali, quella che non scende mai in piazza e lo rivendica. Che non vota più, o magari è ancora più delusa perché ha votato Macron per non votare Le Pen. Ma i gilet gialli sono anche i portuali di Saint Nazaire in Bretagna che lanciano l'appello rimasto inascoltato ad un'assemblea generale occupando tutte le prefetture francesi per sabato 24 (https://www.youtube.com/watch?v=gJV1gy9LUBg).

Centinaia di testimonianze fornite come immagine di un generale e generalizzato "basta" alle tasse, allo smantellamento del welfare, decine di migliaia di presenze ai blocchi, circa 300 mila in tutto il paese equamente "distanti dai partiti e dai sindacati" che chiedono le dimissioni del presidente della République. Se la collera sociale appare giustificata, le pratiche adottate ai blocchi lo sono molto meno, due morti e centinaia di feriti tra cui - per ora - una ventina gravi, parlano di rabbia, esprimono il malcontento, certo non una "rivolta". I diecimila manifestanti giunti dalle regioni francesi che hanno disertato il luogo di convergenza autorizzato sui Champs de Mars, sotto la Tour Eiffel, e si sono dati appuntamento all'Arco di Trionfo per dare "l'assalto all'Eliseo" lo dimostrano ampiamente. Chi si emoziona più per le barricata ed ogni fumo che si alza dall'asfalto verso il cielo che per l'orizzonte politico espresso da una massa diffusa e esasperata dovrà pur farsene una ragione: pur complicato il calcolo delle presenze, somme fatte dai social e sottrazioni del ministero dell'Interno, rivela una mobilitazione dimezzata rispetto alle stime previste e fornite dai media. E il governo resta se non impassibile, inamovibile. Ma ha rinunciato eccezionalmente ad adottare i toni marziali usati fino all'altro ieri per contrastare la legittimità dei sindacati a criticare la riforma della SNCF, ferrovie di stato. E la disinvoltura adottata nella corsa alle riforme del codice del lavoro, della formazione e dell'assicurazione di disoccupazione è meno sfacciata, anzi è stata messa per il momento in sordina. Una mobilitazione riuscita in questo senso, un governo attento e all'ascolto, la simpatia dimostrata dai media con l'analisi accurata degli argomenti sulla fiscalità e la trascrizione fedele di ogni rivendicazione varia e diversa, fatto raro. Ma appunto queste rivendicazioni, al di là dell'esprimersi in modo "proteico" o "liquido" - e non si capisce la novità di questi profili che si presentano con le stesse caratteristiche in ogni occasione di lotta e coinvolgono un numero ben più importante di partecipanti di tutte le età e una composizione sociale disomogenea (i cortei che non sono più défilé sindacali hanno fatto storia e i tesserati CGT che votano Le Pen anche) - non veicolano alcun orizzonte oltre a canalizzare lo sfogo e la propria, sottolineato propria, sana arrabbiatura nella richiesta di dimissioni di Macron.

La reazione del monarca preso di mira dal popolo che compromette il libero accesso dei consumatori al Black Friday nei centri commerciali e gli rinfaccia il costo milionario della sua piscina e dei suoi presidenziali servizi di piatti, i regali ai suoi pari, ricchi esentati dalle tasse sulle rendite e le strenne fiscali alle grosse imprese, nonché la censura sulle attività finanziarie delle banche è scontata: il primo ed eccellente comunicatore di Francia che manifesta una forte empatia per le classi alte e per i loro privilegi ha riconosciuto, tramite i suoi ministri, che è arrivato il momento di operare convincendo. Ed è qui che la macchina si ferma, più che con i blocchi alle rotonde dell'intero paese.

I fatti ci dicono che questa primavera almeno mezzo milione di persone sono scese in piazza per difendere i servizi pubblici, la salute, la scuola e l'insegnamento superiore, l'università, l'abitare, i servizi energetici. Ma, a parte le singole giornate di intensa e radicalissima mobilitazione, nessun media ne ha parlato in modo altrettanto approfondito e per almeno tre settimane di fila, eppure il costo del gas nel frattempo è aumentato del 7%.

Se poi vogliamo anche indagare sull'effetto "sicurezza e ordine pubblico", ci sarebbe non solo da interrogarsi, ma da sondare a fondo: il bilancio di queste giornate è molto pesante, due morti e centinaia di feriti, decine gravi, da parte dei manifestanti, le forze dell'ordine vengono invitate a unirsi alle mobilitazioni e non pochi agenti e CRS, sorprendentemente sorridenti e comprensivi, ammettono che sono solidali ma "devono fare il loro dovere". Alcuni di loro sono tra i feriti gravi, in particolare i pompieri che in Francia sono un corpo militare, alcuni gendarmi in moto, e qualche CRS a difesa dei palazzi e dell'Avenue parigina più turistica del mondo. Stranamente, nessun sindacalista della polizia si è manifestato a proposito. In queste giornate, tra sabato 17 e sabato 24 novembre, gli arresti e i fermi in tutta la Francia sono stati circa 500. Solitamente, in questi casi, l'informazione nazionale denuncia i movimenti sociali 24 ore su 24 senza tregua, esorta i poteri pubblici alla fermezza e il governo a sua volta non esita a intervenire con qualsiasi mezzo anche a rischio di cercare per primo il morto per discreditare la mobilitazione.

Proviamo a immaginare un contesto similare attribuito a militanti organizzati e sindacalisti aggrediti dalle forze dell'ordine, oppure agli abitanti violentati dei quartieri popolari? Non dimentichiamo gli scandali perenni e le infinite accuse, nonché pesantissime condanne pubbliche e penali per un McDonald bruciato, per i vetri rotti dell'ospedale Necker, per i mezzi della polizia dati a fuoco, e ricordiamo persino le infamie subite dai sindacalisti per la camicia strappata al direttore del personale di Air France.

L'unica reale anomalia è questa rimozione della responsabilità di morti e feriti, responsabilità politica che viene scaricata sull'estrema destra, accusata di essere l'organizzatrice occulta del disordine.

Anche se il tono si è fatto più duro alla vigilia e dopo gli scontri del 24 novembre, in particolare nella capitale, il coro ufficiale preferisce sottolineare la tranquilla e pacifica manifestazione del dissenso nel resto del paese. E all'occasione informare che «in particolare verso sera, si sono notate delle tensioni, ma la situazione è sempre sotto controllo», questa è la formula con cui viene gestita la connotazione violenta di alcuni blocchi nei confronti di automobilisti, per calmare gli animi di questi ultimi in coda. I più sprovveduti però, perché da una decina di giorni, per potere liberamente circolare sulle strade è doveroso fornirsi di gilet jaune di scorta ed esibirlo come lasciapassare in caso di emergenza. E sorridere, ringraziare, versare un obolo e sperare di proseguire verso una scuola, un ospedale, rispettare un impegno di lavoro o semplicemente per spostarsi là dove non ci sono mezzi di trasporto alternativi all'automobile. Non si sono invece verificati problemi o conflitti nel caso in cui i blocchi si sono limitati a lasciare libero e gratuito il passaggio in autostrada, oppure nei casi in cui si sono organizzati dei filtri agli svincoli o agli incroci stradali per raccogliere consenso attraverso happening ricreativi.

E anche vero che le immagini festaiole attorno ai barbecue, le distribuzioni di bevande calde e torte fatte in casa, le parole di mamme, padri, nonni e intere famiglie prese per la gola dalle tasse che rinfacciano ai ricchi di "pensare alla fine del mondo invece che ai fine mese" hanno trasmesso giovialità e buon umore, ma è davvero così nuovo questo "movimento"? Che contrasto con le immagini dei passeggeri "presi in ostaggio" dal movimento dei ferrovieri a difesa del trasporto pubblico!

Durante le scorribande molto determinate, alcune improvvisate altre organizzate da qualche centinaio di manifestanti, nei dintorni dell'Eliseo, alcuni testimoniano di essere stati soccorsi dai poliziotti dopo aver respirato i gas lacrimogeni, compassione mai testimoniata in precedenza e delicatezze da parte dei CRS mai viste. Come quegli agenti di polizia municipale particolarmente cooperanti che sono intervenuti per verbalizzare chi tentava di passare i blocchi, o come quel manifestante che ha serenamente usato la motosega davanti alla prefettura della Dordogna quando la banalissima e innocua fialetta di siero fisiologico viene sequestrata e impedisce di partecipare alle manifestazioni anche sui percorsi autorizzati.

A margine (?) di questo "movimento" transpolitico le aggressioni omofobe, l'autista costretta a togliersi il copricapo islamico, gli slogan fascisti, i comportamenti razzisti e antisemiti denunciati, la fierezza nazionale e il patriottismo virile messi in risalto da una parte di partecipanti a questa popolarissima protesta. Non mancano le troppe intollerabili presenze di rappresentanti di Génération identitaire che ha lanciato il primo appello video di incursione "a casa di Macron" il 17 novembre. E La France insoumise si è ben guardata dal criticare immediatamente questi tutt'altro che occasionali e fascistissimi attacchi in nome della "giusta insubordinazione fiscale", la secolare rivolta contro le tasse pagate dai poveri al posto dei ricchi, solo che non siamo nella foresta di Sherwood, e Mélenchon non assomiglia neanche da lontano ad un clone di Robin Hood. E media e social insistono piuttosto sulla non appartenenza politica o sindacale dei manifestanti.

Questo prendere i "gilets jaunes"con mille pinze, il clima di cautela che si è instaurato nel linguaggio di chi non vuole sbilanciarsi perché non si sa mai che la rivoluzione sia già là ma non ce ne siamo accorti, la precauzione con cui si abbozza l'analisi della "rivoluzione" in atto contro il despota con tanto di rievocazioni sulle tragiche vicende che caratterizzano la storia francese, contribuisce allo strabismo indotto dai media, e di vedere il senso di questa protesta diffusa più che di massa oltre la cortina ancora fumante degli incendi sugli Champs Elysées. Macron raccoglierà i cocci ben volentieri per dimostrare che è capace di aggiustarli anche se non è vero, e - ben peggio - la sua principale rivale, Marine Le Pen, infine potrà riemergere con il grande e pubblico sorriso che ci ha regalato in queste settimane grazie allo stesso ministro dell'Interno, Castaner il cui manganello vorrebbe trasformarsi in bacchetta magica per combattere l'inquinamento da gasolio. Bilancio umano, sociale e politico catastrofico.

Privilegiando il contatto diretto con il popolo fin dalla campagna elettorale che lo ha consacrato presidente, Macron ha teorizzato la verticalità e delegittimato ogni livello intermedio, eliminato o reso accessoria la mediazione dei sindacati, depauperizzato le associazioni di cittadini che intervengono sul territorio e assorbono interamente l'impatto con la crisi del lavoro e del welfare, sta ora raccogliendo i frutti della sua politica. Una lunga tradizione di contestazione in Francia porta i cittadini a protestare attivamente contro il potere ma con la pretesa di essere protetti dallo Stato. Quando lo Stato si incarna in una figura come quella di Macron e della sua corte, la tradizione vuole che si chieda la sua testa ma, fino ad oggi, i gilets jaunes, insieme alla testa del re non chiedono altro che una dignità negata, i sacrificati esigono il sacrificio senza progettualità economica e ambientale. La passione che ha investito i media per una forma di protesta eterogenea, polifonica e discordante contro le élites potrà attirare una solidarietà, anche molto critica, ma non ne fa ancora un movimento la cui conflittualità sia compatibile con una reale trasformazione sociale.

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