“Noi siamo con l’hakuma”: una rivoluzione sull’asfalto

16 / 6 / 2020

Il 3 giugno 2019 c’è stato un massacro di manifestanti accampati attorno al quartier generale delle Forze Armate del Sudan a Khartoum – i manifestanti e le manifestanti stavano tentando di reinventare la politica per un mondo a venire. Magdi el Gizouli e Edward Thomas scrivono sulle dinamiche della rivoluzione sudanese e sul bisogno [per la rivoluzione] di addentrarsi oltre l’asfalto delle aree urbane. Un articolo originariamente scritto per Roape.net e tradotto nella versione italiana da Francesco Cargnelutti.

È passato oltre un anno dagli importanti eventi che nell’aprile del 2019 hanno portato al crollo del lungo governo del presidente Bashir. In un secondo momento, il movimento rivoluzionario sudanese ha anche costretto i generali di più alto grado di Bashir ad entrare in un delicato [e labile] compromesso di condivisione del potere con le Forze per la libertà e il cambiamento (FLC), un’ampia coalizione di oppositori di Bashir. Le migliaia di manifestanti accampati attorno al quartiere generale delle Forze Armate del Sudan, in quello che è effettivamente stato un assedio durato un mese, hanno ristretto lo spazio di manovra dei generali di Bashir e, così facendo, hanno provato a reinventare la politica per un mondo a venire. 

Il massacro del 3 giugno è stata la risposta congiunta dei militari, delle forze di sicurezza e della milizia, ovvero l’apparato di sicurezza sudanese, a questo coraggioso assalto popolare. I manifestanti disarmati nel campo sono stati abbattuti al sorgere del sole da un numero schiacciante di truppe che vestivano le uniformi della milizia Forze di supporto rapido (FSP), delle Forze armate del Sudan (FAS) e della polizia antisommossa. I corpi crivellati di colpi sono stati ripescati nel Nilo, legati a blocchi di cemento, mentre strazianti racconti di stupri turbavano la coscienza pubblica.

Il massacro del 3 giugno ha segnato il battesimo di una generazione in divenire nel bel mezzo del “ferro e fuoco” dei giochi di potere sudanesi. Non stupisce, dunque, che nella politica della sua commemorazione si sia giocata la competizione tra i polemici partner che avevano finito per ereditare le leve di governo.

Generali dell’esercito, leader della milizia, politici e aspiranti politici tutti quanti glorificano il sacrificio del 3 giugno ed alcuni riescono perfino a mostrare un po’ di lacrime a favore di camera, con la giusta colonna sonora di sottofondo. A dispetto di questi reiterati pietismi, la reale dinamica di quegli eventi deve ancora essere stabilita ufficialmente. Il numero esatto di morti rimane da chiarire, ignoto è il numero e il destino di chi è stato costretto a sparire, e la responsabilità è offuscata dal fumo negli occhi di contrastanti teorie del complotto.

Un comitato per le indagini sul massacro è stato creato per decreto dal primo ministro ad interim nell’ottobre del 2019, con un mandato di tre mesi che da allora è stato prolungato. Il comitato, guidato da un importante avvocato accreditato in materia di diritti umani, riunisce rappresentanti dei ministeri della difesa e dell’interno, proprio le stesse istituzioni accusate di essere coinvolte nella strage. Recentemente il presidente del comitato ha dichiarato di non essere vincolato ad alcuna scadenza temporale predeterminata per dichiarare i suoi risultati e che, in ogni caso, queste conclusioni non saranno rivelate al pubblico ma consegnate alle autorità giudiziarie. Come previsto, il comitato di indagine sugli eventi del 3 giugno, proprio come una lista crescente di altri comitati di indagine creati per documentare episodi di violenza di stato negli ultimi 18 mesi, finora si è rivelato un meccanismo di offuscamento burocratico e di rinvio.

Il massacro ha riflettuto la sfida che l’immaginazione e la volontà manifestate nella stagione della rivoluzione sudanese hanno posto alla varietà di forze che costituiscono l’establishment sudanese. La rivoluzione di dicembre ha sollevato un interrogativo sul potere politico, gli spazi per il suo esercizio [il suo locus], i suoi detentori, il suo carattere e l’assunzione di responsabilità che esso sottintende e ha risposto a quell’interrogativo con l’invenzione del “comitato di resistenza” a livello di quartiere residenziale. Nuovo nel contenuto e nella forma, il “comitato di resistenza” è uno snodo del potere politico aperto alla collettività nel suo insieme ed estraneo allo stato, che ha mantenuto la propria posizione oltre la fase sperimentale della mobilitazione e della protesta e, da allora, è riuscito a distribuire, raccogliere ed esercitare una buona porzione di autorità locale.  Infatti, il “comitato di resistenza” è probabilmente il dono che l’esperienza dell’attuale rivoluzione sudanese ha fatto al mondo, un tentativo audace di rivendicare la città e le sue risorse iper-mercificate, nonché il prodotto di una collisione globalmente riconoscibile tra la comunità e l’accumulazione di capitale[1]. Pochi se non nessuno degli attivisti del comitato di resistenza del Sudan sono stati esposti alle idee di Henri Lefebvre, e ciononostante probabilmente riconoscerebbero facilmente il “Diritto alla Città” come un’ancora della loro prassi[2].

La rivoluzione del dicembre 2018 ha sfondato le gerarchie patriarcali con una lunga lancia in maniera intrinseca alla sua sfida all’ordine politico. A livello dello spettacolo, le immagini iconiche di donne in prima linea nei movimenti di protesta sono circolate ampiamente negli sfuggenti circuiti globali dell’attenzione digitale. Ma, al di là dell’economia delle immagini, l’autorità sociale dei predicatori che vestono la jellabiya sudanese, degli insegnanti e dei padri è stata temporaneamente sospesa quando una generazione più giovane di donne e uomini ha esplorato gli spazi dell’emancipazione possibile oltre la stretta patriarcale. I predicatori sono stati zittiti nei pulpiti delle moschee, gli insegnanti che si erano identificati con l’ideologia del regime sono stati attaccati a scuola e i padri sono stati rinnegati come tirapiedi del regime o spettatori complici dell’autocrazia.

Posto all’intersezione tra questi due piani di lotta, politico e sociale, il movimento di protesta sudanese è emerso in risposta al regime di austerità economica in salsa islamista, in un momento di profonda crisi. L’incessante monetizzazione, la commercializzazione e gli estenuanti modelli estrattivi che sono culminati in cicli di guerre rurali, espropri e immiserimento urbano hanno prodotto il set di contraddizioni che ha sostenuto il governo di Bashir per così tanti anni ma ne hanno allo stesso modo sancito la fine, quando la loro gestione si è sottratta ai suoi piani.

La rivoluzione del dicembre 2018 ha identificato nel burocrate del Movimento Islamico che pensa ad arricchire sé stesso il nemico. Nel lessico politico del governo di transizione, “smantellare” il vecchio regime è considerato equivalente a sradicare gli islamisti dagli apparati dello stato e a confiscare i beni del partito al governo e dei suoi numerosi tentacoli, siano essi rappresentanti uomini o donne. I manifestanti hanno diretto la loro rabbia contro una figura oppressiva riconoscibile, un modello costituito da frammenti delle scritture e ideologia razzista delle classi abbienti, che ha fatto il suo corso come idioma di dominio.

Già negli anni del tramonto di Bashir, una sintassi competitiva fatta di glamour imprenditoriale, pubblicità di investimenti, efficienza igienica, stravaganza digitale e costumi liberali aveva soppiantato l’islamismo ingombrante del passato come vettore di modernizzazione. Gli stessi islamisti erano stati incantati dai successi neoliberisti dei modelli malesiano e turco, agonizzando sull’incapacità del loro popolo di sostenere la “modernità” con compostezza. Le barbe erano già ridotte a strisce simboliche, si faceva economia sulle abluzioni, e le preghiere erano affidate a saggi sufi [mistici, ndr]. La convergenza di moschea e mercato aveva esaurito la sua logica, dal momento che il mercato penetrava perfino nel mondo dell’aldilà con la differenziazione di una versione superiore di cimiteri ad alto prezzo, ad accesso ridotto e serrati da una lussuosa recinzione, con tanto di fosse già scavate e di recitatori professionali.

L'Islamismo di Bashir, facilitatore della cruda e sanguinaria acquisizione di risorse, si è dimostrato inadatto a fare da schermo ai più sottili ed affilati processi di penetrazione del mercato; il contenuto ha rotto la cucitura della forma. Al suo posto, i magnati del business del Sudan - importatori di grano, capitalisti commerciali, signori delle telecomunicazioni, speculatori di immobili e di valuta forte, trader di oro e di bestiame – hanno adottato la forma viscida di acume imprenditoriale in linea con le determinazioni del capitale regionale e con le esigenze globali. Khartoum non è Dubai sul Nilo, ma il Nilo è canalizzato verso Dubai come se lo fosse. 

Finora il governo di transizione ha a malapena tolto il piede dal pedale che Bashir schiacciava e ha riconfezionato le già note formule politiche con il lessico dello sviluppo internazionale. I sussidi per il pane e per la benzina sono stati gradualmente eliminati dall’introduzione di un sistema dei prezzi a doppio binario per i beni primari, sia quelli disponibili in commercio sia quei pochi che vengono sovvenzionati. Per la seconda metà dell’anno sono stati pianificati, tra grandi applausi, trasferimenti di denaro, supportati dal Programma alimentare mondiale (PAM), da stanziare a sostegno del reddito delle famiglie “vulnerabili”. Che un’ulteriore implicazione nel mondo del denaro contante sia la risposta alle crisi del Sudan rimane alquanto dubbio. Le esperienze dei campi di sfollati interni in Darfur suggeriscono che i trasferimenti in denaro hanno avuto l’effetto paradossale di aggravare le impennate dei prezzi e la volatilità del mercato. Un aumento negli stipendi del settore pubblico, probabilmente il più grande nella storia del paese, ha esacerbato un’onda inflazionistica con l’aumento vertiginoso dei prezzi delle merci. In termini economici, il salario minimo è cresciuto da 425 sterline sudanesi al mese a 3000. Il Ministero delle Finanze spera di compensare la recessione economica, ora esacerbata dalle misure di confinamento legate al Covid-19, stimolando la spesa dei consumatori.

Il governo era meno disposto a distribuire soldi ai produttori e sta ancora combattendo per requisire il grano dagli agricoltori in Gezira e negli stati del nord ad un prezzo fisso, che anche quando è stato negoziato a marzo 2020 era considerato da alcuni al di sotto del prezzo di mercato, ed ora supera quasi del 30% l’offerta del governo . I governanti militari di Gezira e degli stati del nord hanno proibito, sotto legge di emergenza, la vendita, l’acquisto e il trasferimento di grano fuori dai loro stati al fine di imporre il monopolio di governo, mentre agenti del Servizio di intelligence generale sono stati schierati attorno al paese per assicurare il raccolto del grano. 

Le storture del hakuma sono difficili da disimparare. Il termine hakuma, la parola araba per governo, viene spesso usata in un senso ampio e creativo per indicare le strutture di potere: gli eserciti e la polizia, le burocrazie e il business. Di recente, in un villaggio vicino al confine tra Sudan e la Repubblica Centrafricana, un uomo anziano ha dichiarato ad una delegazione di governo di cui facevano parte membri del gabinetto e del consiglio sovrano: “Siamo con il hakuma e sosteniamo il Presidente Bashir”. Non aveva ancora idea che ci fosse stato il cambio di autorità a Khartoum. Un giornalista che accompagnava la delegazione ha ha efficacemente scritto: la rivoluzione del dicembre 2018 è bloccata lungo una strada asfaltata e deve ancora penetrare nella vasta natura selvaggia del Sudan. Vale forse la pena di riflettere sia sul significato reale che sull’interpretazione metaforica di queste parole. 

** Magdi el Gizouli è uno studioso e ricercatore al Rift Valley Institute. Scrive su questioni sudanesi e collabora regolarmente con roape.net.

** Edward Thomas è un ricercatore al Rift Valley Institute e ricercatore associato alla School of Oriental and African Studies a Londra. 

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Note

[1] John Emmius Davius, 1991, Contested Ground: Collective Action and the Urban Neighborhood, Cornell University Press, p.291.

[2] Henri Lefebvre, 1996, Writings on Cities, Oxford.

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