Millions March. NYC, Charlotte, e l’importanza della resistenza dal basso con e oltre Black Lives Matter

26 / 9 / 2016

L’associazione tra l'overseer (la guardia) degli schiavi neri nell’America dell’Ottocento e il poliziotto metropolitano degli Stati Uniti contemporanei risuona forte e costante nei discorsi delle basi dei movimenti abolizionisti nordamericani, le cui radici culturali affondano tanto nelle lotte del passato quanto nell’hip-hop degli anni ottanta e novanta. 

I movimenti abolizionisti sono molto radicati nei coordinamenti di quartiere contro le brutalità poliziesche, nelle università, in qualche chiesa, nei sindacati di base e sono formati anche da singolarità sparse dal nord al sud degli Stati Uniti. Sono attivi nelle carceri, nelle strade e nei quartieri, si organizzano capillarmente contro le politiche repressive e carcerarie, contro l’apparato securitario e la costante e istituzionalizzata brutalizzazione delle comunità americane razzializzate e impoverite. Lotte politiche tanto sottaciute (se non per essere tacciate di inverosimiglianza ed utopismo), quanto situate nell’esperienza quotidiana dell’uso sistemico e razzista della forza poliziesca e repressiva. Lotte che sono uno specchio fedele dei rapporti di potere che si danno attualmente all’interno della popolazione americana.

Nel mese di agosto 2016, a Brooklyn (NY) attiviste ed attivisti convergono da collettivi di base (Copwatch ed altri) e dal movimento Black Lives Matter per occupare una piazza del quartiere lanciando la Millions March. Gli obiettivi sono precisi: le dimissioni del prefetto del NYPD, William Bratton; il de-finanziamento del dipartimento di polizia cittadino e il riutilizzo dei fondi per le famiglie delle vittime di violenza militare e per progetti sociali, abitativi e scolastici appropriati dalle collettività locali; la denuncia sistematica e capillare delle politiche dette broken windows (una buoncostume che multa e incarcera per comportamenti ritenuti anti-sociali), della sorveglianza preventiva, e della militarizzazione delle forze dell’ordine.

Se Black Lives Matter è riuscita, negli ultimi due anni, a mantenere alta e costante l’attenzione mediatica sulle violenze poliziesche contro le comunità afroamericane e sull’impunità che circonda tali violenze, le numerose anime del movimento si sono focalizzate su lotte o progetti politici differenti. Si è di fatto affermata una spaccatura tra chi riproduce dinamiche “riformiste” e quei fronti del movimento impegnati su una linea di lotta radicale, che rigetta rivendicazioni di riforma dell’apparato punitivo, repressivo e legale, articolandone invece svariate critiche su piani trasformativi. A titolo di esempio, frequentemente viene sottolineato come le delibere che affermano l’illegalità delle perquisizioni razziali siano chiaramente non implementabili: i ricorsi in sede processuale che ricorrono a tali delibere sono esigui e inefficaci; si respinge l’idea di sostituire la polizia di quartiere alle forze dell’ordine dipartimentali (un' idea che rimane repressiva e che non consente di spostare risorse verso pratiche riparative e trasformative); si continuano ad elaborare critiche politiche alle pratiche di militarizzazione e carcerazione in quanto politiche intenzionali, strutturali, e di sistema; ma soprattutto, si occupa e si insorge. 

Da qualche mese oltre a New York, anche Chicago e Los Angeles stanno provando ad organizzarsi per la riappropriazione politica e materiale dei quartieri contro il governo poliziesco. Attenzione particolare viene data alle leggi della buon costume, che garantiscono mediaticamente e giuridicamente l’influenza politica e biopolitica che i dipartimenti di polizia esercitano nelle tre metropoli.

La Millions March NYC si svolge mentre il paese continua ad essere scosso da violenze poliziesche che, ad un anno dagli eventi di Baltimora, hanno scatenato durante l’estate del 2016 e in questo inizio autunno una risposta fortissima nei quartieri di diverse città americane. Proteste che si sono dovute confrontare con un dispiegamento militarizzato ed estremamente violento delle forze di polizia dipartimentale e federale. Dopo le rivolte di luglio a Baton Rouge, Louisiana e St. Paul, Minnesota, scoppiate a seguito dell’uccisione di Alton Sterling e Philando Castile, è in North Carolina, a Charlotte, che le comunità afroamericane si sono riversate nelle strade per 3 notti di seguito tra il 20 e il 23 settembre. Mentre un dimostrante è stato ferito mortalmente durante gli scontri, gli altri manifestanti hanno ottenuto la diffusione pubblica di parte dei filmati dell’omicidio di  Keith Scott, ucciso il 20 settembre, terza vittima afroamericana di violenza poliziesca nell’arco di una settimana (193esima dall’inizio del 2016). Avvicinato e attaccato dalla polizia mentre era fermo in macchina fuori da una palazzina di parenti, Scott era sospettato di tenere in mano un’arma da fuoco e accusato di non aver risposto prontamente alle intimazioni degli agenti a scendere dall’auto. Con una simile giustificazione era stato ucciso il 13 settembre a Columbus, in Ohio, il tredicenne Tyre King, sorpreso nel corso di una rapina con una pistola ad aria compressa. Le forze dell’ordine avevano seguito la logica della non-compliance (non-obbedienza) anche per giustificare l’omicidio di Terence Crutcher a Tulsa, Oklaoma, sorpreso in stato confusionale fuori dalla propria auto, trovata priva di conducente in una superstrada.

Come qualcuno ha recentemente notato, la non-obbedienza agli ordini delle forze di polizia implica per afroamericani e altre ‘minoranze’ del paese una rapidissima escalation di violenza nei luoghi dei fermi, dove l* sospett* si trova alla mercé degli agenti dal momento in cui questi l’hanno pres* di mira. Più il comportamento del* sospett* si allontana dai comandi delle forze dell’ordine, più rapida è l’escalation di violenza, che spesso sfocia in omicidio. La condizione di ‘sospetto’ è garantita dal predictive policing, una serie di norme che definiscono, su basi predittive ed analitiche, come identificare, anticipare e neutralizzare potenziali soggetti criminali. I filmati della polizia che sono stati resi pubblici dopo l’omicidio di Terence Crutcher danno ottima testimonianza del funzionamento totalmente arbitrario e intenzionale delle basi predittive ed analitiche predictive policing. Nei secondi subito precedenti all’uccisione di Crutcher, una voce fuori campo commenta la ripresa aerea: «That looks like a bad dude, too. Could be on something» («Quello sembra proprio un brutto tizio, tra l’altro. C’avrà qualcosa in ballo»). Il predictive policing contiene di fatto le basi legali e normative su cui viene costruita la difesa degli agenti incriminati con l’assassinio dei soggetti fermati, e su cui la loro assoluzione (e reinserimento nei ranghi dipartimentali) è garantita.

Mentre le rivolte esplodono a Charlotte, la parte della società americana che si rivendica di essere bianca e razzista non lesina in cinismo e violenza (quella di cui alcuni media ripetutamente accusano chi protesta). Questa incita - per scegliere un esempio tra i tanti, quello di un professore di legge dell’ Università del Tennesse - a radere al suolo i dissidenti di Charlotte. Nel desiderio di sopprimere la violenza dello storico suprematismo bianco nazionale, la ribattezzata ‘Abolition Square’ di Brooklyn attacca invece frontalmente il dispositivo poliziesco del paese, e intesse reti di solidarietà con rioters che, per conto loro, continuano la protesta e la resistenza contro il potere politico e materiale degli overseers nordamericani del XXI secolo.

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