Seminario al CIDECI

Messico – Un bilancio dal Seminario Internazionale

Costruire alternative dal basso; aspettando prossime iniziative dell'EZLN.

6 / 1 / 2013

Se dobbiamo fare un bilancio dal Seminario Internazionale in Chiapas, sicuramente è positivo, e torniamo a casa dopo aver ascoltato interessanti contributi di analisi e condivisioni di esperienze; ma, quello che più ci è stato di stimolo, a noi come a tutti i presenti, è stata l'azione e la parola dell'EZLN che dopo alcuni anni di assenza sull'arena pubblica, è tornato a farsi vedere e sentire.

La spoliazione neoliberista.

Lo scenario che ci hanno mostrato intellettuali e movimenti, soprattutto dell'America, è da un lato un'mmagine della devastazione, dall'altro della speranza. Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, popolazioni indigene e contadine, ed abitanti delle città, ognuno nei sui modi differenti sta affrontanto quella che in tanti definiscono “spoliazione neoliberista”. Chi vive nelle zone rurali si scontra con grandi progetti estrattivi (miniere a cielo aperto, monocoltivazioni, OGM, etc..), di infrastrutture e di produzione di energia (dighe, mega progetti eolici, etc..). Chi vive nelle città affronta i continui attacchi ai diritti alla casa, sul lavoro, ad una vita dignitosa ed una alimentazione sana; come alle privatizzazioni e i tagli a servizi. Si parla di una spoliazione, cioè una espropriazione, perchè in ogni luogo in cui si vive ci vengono espropriate le condizioni per la riproduzione della vita: la terra ai contadini, i diritti ed i servizi ai cittadini in generale.

Una dinamica che in America Latina si sta dando in forme molto perverse ed avanzate, se consideriamo che qua le cosiddette “riforme strutturali”, cioè il neoliberismo, sono state promosse a partire dagli anni '80. Gustavo Esteva, ha descritto la situazione messicana: un caso particolare se guardiamo ai 100 mila morti e 18 mila desaparecidos denunciati negli ultimi 7 anni, come conseguenza della violenza diffusa della cosiddetta “lotta al narcotraffico” che in realtà uccide tanta gente innocente, soprattutto poveri e attivisti, producendo intere zone in cui le persone hanno paura anche solo di uscire di casa, figuriamoci di organizzarsi e partecipare alla vita pubblica; un caso uguale a tanti altri, quando ci parla del 40% del territorio nazionale dato in concessione a multinazionali straniere del settore estrattivo, della grande forbice della disuguaglianza sociale che ogni anno si fa sempre più grande, dei 20 milioni di emigrati (su una popoliazione di poco più di 100 milioni) a partire del trattato di libero commercio del nord America nel 1994. Ci rammenta Esteva, forse lo avevamo già capito, che questa tendenza verso l'espropriazione di ogni ambito della vita si sta dando ovunque, e chi viene da paesi formalmente democratici o con governi di sinistra non ne è certo esente: “guardate noi e vi state guardando allo specchio, perchè è questa la direzione in cui state andando”.

Pablo Gonzales Casanova, altra voce autorevole del panorama di intellettuali ribelli messicani, aggiunge altri elementi alla discussione quando ci parla delle nuove forme di potere emergenti (si riferisce in particolare ai grandi apparati del potere economico transnazionale e alle organizzazioni criminali) che stanno rompendo e superando le forme politiche della mediazione che, soprattutto in Europa, avevamo conosciuto negli ultimi decenni. In questo scenario, anche l'attività dei partiti comunisti o di sinistra all'interno dei parlamenti si rivela inutile per un'alternativa ed è solamente funzionale al sistema. I nuovi movimenti che emergono contro la crisi, secondo questo autore, non si chierano più secondo una logica della “destra/sinistra”, ma in una forma nuova del “in alto/in basso”, che a nostro parere è un'altra maniera per chiamare quello che nell'ultimo anno è stato nominato “il 99% contro l'1%”.

Le alternative.

Di fronte a questo scenario, le uniche possibilità di una reale alternativa possono sorgere solo dal basso, come ci hanno mostrato le varie esperienze di lotta presenti, che a partire dai luoghi di vita costriscono ogni giorno risposte alle loro necessità e conquistano spazi, di libertà e di potere. Sì, perchè non è che la questione del “potere” sia stata elusa dalle discussioni. Gonzalez Casanova, ricordando i 19 anni di lotta politica pubblica dell'EZLN, ha detto che si può lottare anche “in alto” (reclamando diritti ai governi e relazionandosi con partiti), quando ci sono le condizioni, avendo sempre presente quali sono i nostri principi e il terreno da cui veniamo e in cui costruiamo alternative, cioè “in basso”. Ha invitato a rispettare le esperienze dei governi del sud America che vengono chiamate “progressiste” (Ecuador, Uruguay, etc..) o “socialiste” (Venezuela e Bolivia), che con tutti i loro limiti e contraddizioni (anche qua si promuovono progetti estrattivi devastanti e si reprimono le popolazioni che vi si oppongono), rappresentano dei tentativi di resistenza al potere del capitale transnazionale. E' chiaro che il “potere” che noi intendiamo è un “potere molto altro”, ha detto, rispetto a quello capitalisa, ma anche a quello dei governi progressisti.

Gustavo Esteva ci dice che la lotta contro la spoliazione capitalista e per la difesa dei territori deve andare di pari passo con la costruzione di alternative: “non dobbiamo aspettare e considerare come centralità il quando faremo la prossima grande manifestazione”. Ma è necessario cominciare a mettere in pratica esperienze di alternativa a partire dai nostri ambiti di vita e dai nostri spazi collettivi. Anche qua, gli esempi ci vengono dalle comunità zapatiste, ma per venire ad esperienze urbane più vicino alle nostre possiamo vedere quelle del Movimento Popolare La Dignidad che a Buenos Aires, nei loro spazi sociali stanno realizzando progetti educativi, sanitari e di comunicazione.

Esteva ci parla della necessità di ripensare il “lavoro” e di sottrarsi al rapporto di produzione capitalista. Un ambito fondamentale in cui pensare l'alternativa è stato visto in molti interventi in quella che hanno chiamato la “sovranità alimentare”, intesa come capacità di decidere noi stessi cosa mangiare e di cominciare a produrlo. Silvia Ribero, sociologa Aymara dalla Bolivia, ci ha raccontato delle coltivazioni OGM come nuove forme che rendono dipendenti e schiavi i contadini, attraverso le leggi sui diritti di proprieà intellettuale, di come queste coltivazioni si stanno espandendo in tanti luoghi; il 40% dell'effetto serra è causato dall'industria alimentare, con tutto il suo sistema di produzione, trasporto e smaltimento dei rifiuti, quando il 70% della produzione alimentare mondiale viene dalla piccola produzione contadina. Gli autori latinoamericani ci hanno parlato delle esperienze degli orti urbani che stanno nascendo in città come la capitale messicana, in Califronia o a Detroit, oppure a Rosario, in Argentina, la città con il più alto numero di questi orti, sorti come risposta delle classi popolari di fronte alla crisi. Anche a Cuba, per affrontare l'embargo dal basso, si fanno orti urbani: un dato interessante è che a L'Avana il 60% di quello che si mangia è prodotto nella stessa città. Non sono mancate testimonianze pure dall'Europa, con Silivia Perez-Vitoria che raccontava dei tanti giovani in Europa, riuniti nella rete “Reclaim the field”, che stanno cominciando a reclamare terre da coltivare, come sta avvenendo in maniera diffusa in Andalusia dove tanti giovani hanno occupato le terre come risposta alla disoccupazione.

Aspettando prossime iniziative dell'EZLN.

Non si può parlare del Seminario Internazionale in Chiapas senza fare riferimento agli zapatisi. Sia perchè questo è lo stato in cui sono presenti le loro comunità autonome, sia perchè tutti i presenti vedono in essi un punto di riferimento importante nel loro agire politico, ma soprattutto perchè durante il Seminario l'EZLN ha reso pubblico un suo comunicato dopo alcuni anni di silenzio. Non che in questi anni la costruzione dell'autonomia nei territori ribelli si fosse fermata; chi ha continuato a visitare le comunità aveva visto il sorgere di nuove scuole o cliniche autonome, che la gente ti parlava dei miglioramenti delle condizioni materiali di vita dopo l'occupazione delle terre dal 1994. Però è vero pure che l'EZLN ha rappresentato per tanti nel Messico e nel mondo, non solo un riferimento, ma anche un collante per stare insieme tra tanti che lottiamo e per costruire insieme campagne e percorsi comuni di lotta. Quest'ultimo aspetto è quello che ci sembra possa rimettersi in moto.

Gli zapatisti con la marcia di 50 mila persone il 21 dicembre di hanno mostrato che sono ancora tantissimi, che sono anche di più di prima, e sempre ben organizzati e disciplinati. Ma questo, come abbiamo detto, lo sapevamo già. Col comunicato del 30 dicembre ci hanno detto che prossimamente torneranno a riaprire i contatti con le organizzazioni Aderenti alla Sesta Diciarazione della Selva Lacandona, documento politico che hanno scritto nel 2005, e a partire dal quale si era creato un tentativo di rete tra tanti movimenti che lottano in basso e a sinistra in Messico (prendendo il nome di Otra Campagna), e nel mondo (la Sezta Internacional. Sì, con la “z”).

Hanno scritto che prossimamente lanceranno future iniziative. Questo è quello che aspettiamo. Pronti a muoverci dall'Italia, noi insieme a tanti altri del nostro paese che vedono nell'esperienza dell'EZLN un importante punto di riferimento; consapevoli che eventuali iniziative che vengano dal Chiapas serviranno sicuramente a rafforzare i vari tentativi di creare reti di resistenze al neoliberismo globale, e sarà allo stesso tempo una boccata di ossigeno per tutti noi che nel nostro paese ci opponiamo alla barbarie capitalista e proviamo a costruire delle reali alternative.

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