Messico - Raíces de nuestra justicia

Il lungometraggio racconta quattro esperienze di giustizia indigena e interculturale

12 / 5 / 2014

Il Messico sta vivendo una situazione di violenza sociale generalizzata senza precedenti. Mentre lo Stato ha intrapreso una vera e propria guerra contro alcuni settori della delinquenza organizzata e del narcotraffico, utilizzando a tal fine la militarizzazione e la sospensione di diritti civili in tutto il paese, è fondamentale approfondire e diffondere esperienze che, partendo da contesti sociali e culturali diversi dal sistema dominante, cercano di modificare la trama della violenza e disattivarla senza ricorrere ad una risposta che faccia uso della forza o della violenza stessa.

Questo è il proposito e l'obiettivo del lungometraggio Raíces de nuestra justicia (Radici della nostra giustizia, 2014), prodotto dal Centro di Diritti Umani Miguel Agustín Pro Juárez, alla cui realizzazione ho partecipato. Per piú di due anni un gruppo di difensori di diritti umani ed antropologi abbiamo documentato diversi percorsi e pratiche di giustizia in comunitá indigene e non indigene di diverse regioni del Messico: la zona Norte del Chiapas, la Montaña e la Costa Chica del Guerrero, il sud di Durango e l'istmo di Oaxaca.

Storicamente, i popoli indigeni hanno vissuto in contesti di violenza: violenza di Stato e repressione politica, caciquismo, razzismo, violenza inter e intraetnica, delinquenza comune, criminalità organizzata, violenza politica e violenza strutturale. I processi di organizzazione e costruzione di autonomia, ed i sistemi di giustizia come un'espressione di tale autonomia, rappresentano una risposta positiva a queste diverse situazioni di violenza.

Questo lavoro acquisisce una rilevanza particolare nell'attuale dibattito sul fenomeno sociale delle autodefensas (“autodifese”, gruppi di civili armati), che nell'ultimo anno si è diffuso in tutto il territorio messicano di fronte alla minaccia del narcotraffico e la delinquenza organizzata. Sebbene questo fenomeno possa rappresentare -nel migliore dei casi- una risposta collettiva e spontanea a fronte di situazioni di violenza insostenibili, ha innescato un meccanismo di cooptazione/criminalizzazione da parte del governo, e ha tolto legittimità ad altri processi di organizzazione comunitaria. Mentre le autodefensas sorgono in modo congiunturale per rispondere al problema specifico della sicurezza comunitaria, il quale non è altro che la punta dell'iceberg della profonda costruzione della violenza attuale e storica, le esperienze che si raccontano nel lungometraggio svelano le diverse forme in cui i popoli indigeni risolvono alla radice le situazioni di violenza, prima che diventino problemi di sicurezza comunitaria o pubblica. Così, se risaliamo nella successione  delle possibili risposte alla violenza, troviamo la risoluzione dei conflitti e l'amministrazione della giustizia. La risoluzione dei conflitti è fondamentale, poiché cerca di disattivarli in modo pacifico, per mezzo dell'accordo, la conciliazione e la coscientizzazione delle parti coinvolte. È una costante in tutte le esperienze di giustizia indigena e interculturale, di cui ne è il cuore. Ci sono esperienze dirette principalmente alla risoluzione dei conflitti comunitari, come gli jmeltsa’anwanej  -risolutori di conflitti- di Bachajón (Chiapas), influenzati dal profondo lavoro svolto in tal senso dalla Diocesi di San Cristóbal de Las Casas e da organizzazioni civili come la Commissione per la Riconciliazione Comunitaria (CORECO). In altre esperienze, la conciliazione è parte di un sistema di amministrazione della giustizia più complesso che include anche il giudizio di coloro che hanno commesso qualche errore, e la loro rieducazione per mezzo del lavoro comunitario (socialmente utile), come nella Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias nello stato del  Guerrero o nelle Juntas de Buen Gobierno in Chiapas. In entrambe queste esperienze si risolvono in maniera autonoma e si sanzionano per mezzo della rieducazione anche problemi gravi come l'omicidio, la violenza sessuale o il traffico di droga e migranti. Nelle società indigene, in termini generali, non troviamo la pena carceraria come castigo, se non per tempi brevi (8 o 12 ore, nei casi degli ubriachi molesti). In molti paesi europei, i sistema giudiziari si sono modificati in tempi recenti incorporando la mediazione e le pene alternative al carcere, recuperando forme che sono sempre state predominanti nelle societá indigene dell’America Latina.

Questi sistemi di giustizia o di risoluzione dei conflitti, vigenti nelle regioni indigene e interculturali, non presentano le caratteristiche congiunturali delle autodefensas, al contrario: affondano le proprie radici nelle strutture organizzative dei popoli, nei collettivi e commissioni che articolano la vita comunitaria, come viene spiegato dalle autorità ayuuk (o mixes), un popolo con una lunga tradizione autonoma e comunitaria. Le giustizie “autonome” non sono necessariamente “ancestrali”, sono piuttosto molto innovatrici, ma sono radicate nelle strutture assembleari e nei meccanismi decisionali collettivi; la loro giustizia è poi esercitata da autorità collegiate, mai da una sola persona, che devono rispondere delle loro decisioni alla comunità che le ha elette.

Stiamo dunque parlando di una giustizia vicina alla gente, che riflette valori e norme che le persone capiscono e condividono perché fanno parte della propria cultura e sono e vigenti nella vita quotidiana. Questo è il secondo elemento  sottolineato da tutte le esperienze raccolte nel documentario, l'abissale differenza della giustizia propria, basata sulla ricerca della conciliazione e su norme condivise, e la giustizia ufficiale o dello Stato, che viene invariabilmente definita come corrotta, ingiusta, inaccessibile e incomprensibile.

La denuncia della corruzione e della mancanza di attenzione  verso la popolazione indigena da parte delle autorità statali incaricate di amministrare la giustizia è un dato importante che emerge dal lungometraggio. Pur mostrando una situazione preoccupante, tale denuncia dimostra anche una profonda conoscenza dei propri diritti ed una forte determinazione a rivendicarli, lottare per ottenerli e costruirli nella pratica quotidiana.

In questi mesi si sta preparando, secondo le dichiarazioni del Commissario per il Dialogo con i Popoli Indigeni Jaime Martínez Veloz, una “iniziativa di gran profondità” che dovrebbe riprendere gli Accordi di San Andrés ed armonizzare, in termini di diritti indigeni, la legislazione messicana con i trattati internazionali. Perché tale iniziativa non sia, come d'abitudine, solamente cosmetica, sarà fondamentale il riconoscimento pieno del diritto e delle pratiche di autonomia. In tal dibattito, ciò che si racconta e si denuncia in Raíces de Nuestra Justicia dovrebbe occupare le autorità riguardo all'urgenza non solamente di rispettare, finalmente, gli Accordi di San Andrés ma anche di combattere la corruzione, l'ignoranza ed il razzismo che caratterizzano il sistema giudiziario in tutto il Messico e che, senza dubbio, rappresentano per i popoli indigeni il principale ostacolo all'esercizio del proprio diritto alla giustizia.

Titolo del lungometraggio: Raíces de nuestra justicia (Radici della nostra giustizia)

Anno: 2014

Durata: 62.35 min

Produzione: Centro de Derechos Humanos Miguel Augustín Pro, Cittá del Messico

Sceneggiatura e direzione: Pilar Arrese, Giovanna Gasparello, Roberto Stefani

Riprese e suono: Roberto Stefani

Edizione e post-produzione: Giovanna Gasparello y Roberto Stefani

Documentario completo 

Versione corta (8 min.)

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