Marocco: oltre i miti della stampa italiana

29 / 6 / 2016

In un articolo de La Repubblica del 15 giugno 2016, si leggeva: “Ora, il Marocco non è soltanto il Paese del Maghreb più sicuro: è anche il più ricco. Anche se chiamato il "re dei poveri", Mohammed VI è lui stesso un imprenditore miliardario, e sono proprio le sue aziende a trainare l'economia del Paese” [1]. Francesca Tomasso di QCode Mag ha risposto punto per punto all’articolo per quanto riguarda la tematica dei diritti civili e politici [2]. Io vorrei quindi concentrarmi sull’aspetto socioeconomico.

L’articolo de La Repubblica non giustifica la presunta ricchezza del Marocco con alcun dato empirico. Ora, il reddito nazionale lordo pro capite del Marocco era di 3070 dollari l’anno nel 2014 (ultimo dato disponibile nel database della Banca Mondiale), quello della Tunisia di 4230 dollari e quello dell’Algeria di 5490 dollari. Insomma, contrariamente a quanto scrive La Repubblica, il Marocco non è il paese più ricco del Maghreb, bensì il più povero. Il dato, verificabile con un clic, lascia qualche perplessità sugli standard professionali del secondo quotidiano nazionale.

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Cosa ancora più importante, il Marocco si classifica come ultimo paese del Nord Africa anche nell’indice dello sviluppo umano dell’Onu, che non tiene solo conto di Rnl e Pil ma anche degli aspetti sociali della crescita [3]. La cosa è comprensibile rispetto ai “petroliferi” Libia e Algeria, ma Egitto e Tunisia sono importatori netti di petrolio al pari del Marocco. Nello stesso rapporto si apprende, per esempio, che i redditi si distribuiscono in modo più inegualitario in Marocco e che il paese ha il più alto tasso di suicidio maschile del Nord Africa.

Il Marocco è il peggior paese Nord Africano in quanto a istruzione, con il più basso tasso di alfabetizzazione (67%) e il più basso tasso di aventi un titolo di studio secondario (25%). Se il regime ha senz’altro “fatto anche cose buone”, in particolare una liberalizzazione della vita politica superiore a quella degli altri paesi arabi pre-2011 (e in termini di diritti civili, è al momento superato solo dalla Tunisia post-rivoluzione), siamo ben lungi da una democrazia parlamentare e dal rispetto di molti diritti civili minimi. Nel considerare le cause della popolarità del re non si può non tenere conto anche dei livelli di istruzione così bassi, nonché delle linee rosse imposte ai media per quanto riguarda la personalità del monarca.

D’altra parte, in seguito alle rivolte di Casablanca del 1965, il precedente monarca dichiarò: “Meglio sarebbe se foste tutti analfabeti”. Affermazione che caratterizza molto bene un regime conservatore per genesi e alleanze storiche, basato su un sostegno sociale rurale e che proprio per questo non ha mai seguito gli altri paesi dell’area nei tentativi di industrializzazione ed espansione del welfare. Mohamed VI ha riformato il regime ma non lo ha certo abolito.

Non si vede dunque perché si dovrebbe fare un bilancio complessivamente positivo nei confronti di una semi-dittatura conservatrice, dai risultati socioeconomici inferiori alla media regionale (se non, beninteso, per gli interessi geopolitici dei paesi occidentali).

Si può ben dire che Mohamed VI è il “re dei poveri”, nel senso che molti suoi sudditi sono molto poveri.

[1] Note.

[2] Sul tema dei diritti civili e politici, Francesca Tomasso risponde punto per punto all’articolo de La Repubblica.

[3] Note.

*** L'immagine di profilo tratta di una rappresentazione dell'impero economico del re

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