Los escombros de la pobreza

Lo Stato del Oaxaca dopo il terremoto

17 / 11 / 2017

Juchitán - I cumuli di macerie interrompono la strada sterrata che porta allo Zócalo di Ixtepec, cittadina nel sud del Messico, precisamente nello Stato di Oaxaca. Qualche edifico incrinato con la facciata piena di crepe si distingue dagli altri, per il resto uguali tra loro nel modulo tipico del meridione, bassa altezza, forma rettangolare, tetti inesistenti. Un grosso albergo accanto alla piazza centrale del Paese è messo in sicurezza dai nastri ufficiali, i muri dei suoi recinti sono sgretolati a terra.

‘Tutto sommato - affermano le padrone dell’albergo che ci ospita - qui non si sono verificati grossissimi danni. Siamo più che altro rimasti segnati dalla paura, che ti prende di soprassalto ogni volta che arriva una scossa di assestamento’. Le réplicas sono del resto giornaliere - basti pensare che nel nostro secondo giorno a Ixtepec ce ne sono state ben due.
Il vero marchio di riconoscimento del terremoto si nota però a Juchitán. A soli 16 chilometri da Ixtepec, la città - centro di periferia della zona - è stata profondamente segnata dalla inaudita scossa di terremoto del 7 di settembre. Il palazzo del mercato rimane vuoto e isolato dalle autorità a causa del dissestamento che ha subito. La parte laterale della costruzione è leggermente inclinata e una parte della torre dell’orologio è stata divelta.

‘Almeno abbiamo potuto rimettere i nostri banchi qui di fronte’, sospira una venditrice di fiori. ‘Piano piano stiamo iniziando di nuovo a vivere nel quotidiano’. Attorno a lei un labirinto di banchi definisce la nuova, provvisoria piazza del mercato di frutta, verdura, carne e vestiti. Dei supporti e dei gazebo in legno sono stati montati per dare a ciascuno il suo punto di vendita. La piazza è affollata, tanto che in alcuni punti risulta difficile passare data la strettezza dei corridoi di questo tortuoso labirinto.
‘Molta gente ha perso il lavoro perché è fallita la sua impresa oppure è crollato il suo negozio. Come fa una persona a reinventarsi in una professione di punto in bianco?’, ci racconta il taxista che ci ha accompagnato alla cittadina, aggiungendo che, dopo la minaccia proveniente dalla natura, hanno dovuto fronteggiare i saccheggi da parte del proprio vicino, dell’altro. ‘Ma per fortuna non tutti si vogliono approfittare della situazione di tragedia che tutti noi viviamo. Si sono dati tanti momenti di solidarietà e condivisione, tra chi ha ospitato gente rimasta senza casa nel suo appartamento e i gruppi di vicino che organizzano i pasti in comune’.

Il processo di ricostruzione procede a rilento e senza l’aiuto effettivo del Governo. L’unica manifestazione dello Stato sta nell’ordine della cosiddetta sicurezza, cioè nell’aver dispiegato più pattuglie dell’esercito e della polizia per le strade a presidiare banche, negozi e il mercato. Certo, a coloro che hanno perso la casa lo Stato federale ha dato 120 mila pesos, ma rimangono insufficienti e mal ripartiti tra i richiedenti. Infatti, ci spiegano gli abitanti di Juchitán, molto abitanti che non hanno subito danni ingenti alla casa, non dovendo portare documentazioni e prove dell’erosione delle proprie abitazioni, fanno domanda per i fondi, sottraendoli alle casse pubbliche. In generale lo Stato federale ha previsto un fondo per le ricostruzioni dovute alle catastrofi naturali, tra cui figurano in primo luogo i terremoti vista l’alta probabilità che in una zona sismica come il Messico possano accadere - come il terribile sisma del 1985. Il problema è che il governo non sta impiegando tutte le risorse a sua disponibile, negando di fatto la definizione del Oaxaca, del Chiapas e di Ciudad de México come aree distratte in quanto, altrimenti, sarebbe costretto a sbloccarlo. Peraltro, anche le donazioni arrivate da altri Paesi come Cuba sono state trattenute dal governo e non devolute alla popolazione.

‘Ci hanno lasciati fondamentalmente soli. La gente si sta ricostruendo da sola la sua casa’, dice tristemente la ragazza del banco di fiori. Se è vero che il governo ha contrattato i prezzi del calcestruzzo e dei mattoni con le grandi industrie per renderli più a buon mercato, dall’altra parte ogni famiglia deve farsi carico da sola per la messa in sicurezza della propria casa, la ricostruzione oppure la ricerca di una nuova abitazione da zero. ‘Qui da noi è sempre stato così: le persone si sono sempre costruite da sole le case con i materiali che riuscivano a recuperare’, dice il taxista, più ottimista della ragazza rispetto al supporto della politica. Ma anche questi ammette la grande verità di fondo: i disastri naturali toccano tutti, ma alcuni più degli altri. ‘Alla fine, chi è povero o non ricco in generale è maggiormente esposto per il materiale con cui si è costruito la casa. Così come, dopo il terremoto, è sempre il povero a incorrere nelle difficoltà della disoccupazione, della mancanza di casa e di sicurezza sociale. Basti pensare che molte delle scuole pubbliche non sono state ancora riaperte a danno delle migliaia di bambini e giovani in età scolare che non possono permettersi l’istruzione privata.

Quando raccontiamo al tassista dello stato in cui versano le nostre popolazioni e città terremotate dopo quasi dieci anni dal sisma de L’Aquila e a un anno da quello del centro Italia, ci viene risposta una tanto evidente quanto cruda verità. ‘Da che mondo e mondo, la regola è sempre la stessa: il povero continuerà ad essere sempre il povero. Il terremoto ha fatto vedere che c’era gente che viveva in stato di povertà e con case di cartapesta. Dopo il terremoto la gente continuerà a vivere in povertà e in case di cartapesta’.

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