L'omofobia del CIO

Storie contro la discriminazione di genere nello sport

8 / 2 / 2014

Ogni giorno, durante le giornate delle Olimpiadi di Sochi,  in Sport alla Rovescia, all'interno della campagna NoDiSex storie contro le discriminazioni di genere.

Il 1980, oltre ad essere ricordato per le proteste ai Giochi di Mosca contro la condizione degli omosessuali nell’Unione Sovietica, è un anno importante anche per la storia dello sport omosessuale. Protagonista è lo statunitense Tom Waddell, che ai Giochi di Città del Messico del 1968 era arrivato sesto nel decathlon, ed aveva partecipato attivamente alla protesta promossa da atleti, afroamericani e non, contro la discriminazione razziale.

Chiusa la sua carriera agonistica, nel 1976 aveva fatto coming out in un’intervista sulla rivista American People e da allora aveva iniziato ad occuparsi attivamente per combattere la diffusione di pregiudizi e di comportamenti discriminatori nel mondo dello sport. Nel 1980, insieme a Mark Brown e Paul Mart, decide di lanciare l’idea di organizzare le Olimpiadi gay (Gay Olympics), alle quali - nel pieno rispetto di quei valori dell’Olimpismo che ormai, per Waddell, non sono più espressi nei Giochi del CIO - possono partecipare non solo le persone discriminate per orientamento sessuale, ma anche quelle che lo sono per genere, età, “razza”, religione, provenienza, origine etnica, disabilità. A differenza dei Giochi Olimpici, quindi, non soltanto le donne sono pienamente ammesse a parteciparvi, ma sin da subito vengono esclusi qualsiasi test sulla femminilità, lasciando ai partecipanti la libertà di impegnarsi a gareggiare “nel genere” nel quale conducono la loro vita quotidiana. L’idea è di dar vita ad un evento che abbia carattere inclusivo, che punti al divertimento e alla festa, escludendo ogni tipo di discriminazione e di competitività aggressiva. Per la gestione della prima edizione, prevista per il 1982, viene fondato il San Francisco Arts and Athletics (SFAA), con l’obiettivo dichiarato “di incoraggiare ed aumentare l’autorispetto delle lesbiche e dei gay in tutto il mondo e di ingenerare rispetto e comprensione nel mondo non-gay, principalmente attraverso un evento atletico e culturale, partecipatorio e organizzato internazionalmente, da disputarsi ogni quattro anni”. Tuttavia, proprio quando il movimento lgbti sembra aver trovato la forza di imporsi anche nello sport, nel giugno 1981 il mondo è scosso dalla notizia di una nuova malattia, l’AIDS (Sindrome di Immunodeficienza Acquisita), che all’inizio viene erroneamente classificata come specifica degli omosessuali, tanto da essere denominata come GRID, acronimo di Gay-Related Imune Deficiency (immunodeficienza dei gay). Anche quando verrà dimostrato che l’AIDS può colpire anche coppie eterosessuali, alcune organizzazioni religiose, specie negli Stati Uniti, continueranno a parlare della malattia come di una “punizione di Dio” verso i gay. Tutto questo rende ancor più importante l’organizzazione dei Gay Olympics previsti per la fine di agosto 1982 a San Francisco. Ma sette mesi prima dell’inizio, l’USOC (il comitato olimpico statunitense) contatta Waddell avvertendolo di non utilizzare per quell’incontro il termine Olympics e di essere pronto ad intentare causa contro gli organizzatori. Ufficialmente la posizione dell’USOD è dettata dalla preoccupazione che il messaggio che rischia di passare è che lo sport olimpico ufficiale sia omofobo. In realtà, appare evidente che la presa di posizione dell’USOD viene adottata proprio quando il dibattito sull’AIDS è in pieno delirio, e verso i gay si è scatenata una sorta di “caccia alle streghe”.

Comunque, Waddell e gli altri organizzatori decidono di continuare per la loro strada. Ma, pochi giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi, l’USOC, forte di una sentenza di un giudice, li obbliga a eliminare il termine “Olympics” da tutto il materiale: dai manifesti ai volantini, dai comunicati stampa ai programmi, dalle targhe alle medaglie. Nell’immediato, per poter essere disputata, la manifestazione viene chiamata Games Gay, a cui partecipano 1.600 persone, provenienti da 12 paesi. Ovviamente, gli organizzatori decidono di far ricorso. Il contenzioso si trascinerà per anni (tanto che Waddell sarà costretto ad ipotecarsi la casa per pagare le spese legali), senza però che i Giochi Gay vengano sospesi. Nel 1986 viene organizzata la seconda edizione dei Games Gay, sempre a San Francisco, in cui Waddell vince la medaglia d’oro nel lancio del giavellotto. Ma è una delle sue ultime soddisfazioni: malato di AIDS, muore a luglio 1987, lasciando una biografia intitolata Gay Olympian. Poche settimane dopo arriva anche la sentenza della Corte Suprema che decreta che l’USOD ha la proprietà esclusiva dell’uso del sostantivo e dell’aggettivo “olimpico” (sia al maschile che al femminile, sia al singolare che al plurale). Di conseguenza, mentre viene lasciata la possibilità di far riferimento al termine olimpico per qualsiasi altra categoria e comunità umana, il CIO vieta categoricamente che possano esistere Olimpiadi Gay. I Games Gay continueranno ad essere organizzati anche nei decenni successivi con scadenza quadriennale (1990, 1994, 1998, 2002, 2006, 2010, 2014), affiancati di recente anche dai “concorrenti” World Outgames (2006, 2009, 2013).

Rilette in quest’ottica, le blande posizioni assunte di recente dal CIO in occasione dei Giochi invernali di Sochi sembrano confermare un atteggiamento fortemente ambiguo nei confronti della lotta all’omofobia e alla transfobia. 

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