L’EZLN di nuovo in cammino perché è di nuovo tempo che ballino i cuori

8 / 10 / 2020

Dopo un silenzio lungo sei mesi e un auto isolamento volontario e preventivo per proteggersi dalla pandemia da coronavirus, l’EZLN riappare in pubblico con un comunicato che è senz’altro storico per l’annuncio dell’intenzione di intraprendere il giro del mondo nel prossimo mese di aprile, partendo dall’Europa: «cammineremo o navigheremo verso terreni remoti, mari e cieli, cercando non la differenza, non la superiorità, non l'affronto, tanto meno il perdono e la pietà. Verremo a incontrare ciò che ci rende uguali».

Era il 16 marzo scorso e in Messico iniziava a diffondersi il coronavirus quando la Comandancia annunciò la chiusura di tutti i caracoles come forma di protezione di fronte a una minaccia, il virus, che le comunità ribelli non erano in grado di affrontare. Di fronte a quel comunicato di “chiusura” più di qualcuno storse il naso, considerandolo un gesto egoista, non capendo invece che la prevenzione messa in atto dagli zapatisti (ma in quei primi mesi di pandemia molti furono i popoli indigeni che decisero di auto isolarsi per proteggere le proprie comunità), è stata la più importante arma messa in campo per sopravvivere a una delle tante manifestazioni della “quarta guerra mondiale”, come gli zapatisti chiamano il capitalismo.

Il silenzio di mesi e le notizie che arrivano quotidianamente dal Messico, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia e dove ci sono state più vittime, aveva fatto preoccupare non poco sugli effetti della diffusione del virus all’interno delle comunità ribelli. Una preoccupazione mista però alla fiducia nella loro indiscutibile capacità di gestire l’emergenza e prendersi cura delle proprie comunità. A preoccupare in questi mesi tuttavia non è stata solo la possibile diffusione del virus all’interno dei territori ribelli: la pandemia non ha infatti fermato la militarizzazione dei territori e le aggressioni paramilitari subite dalle basi d’appoggio zapatiste e più in generale dalle popolazioni indigene del Chiapas; non ha fermato i progetti di morte, come il mal chiamato Tren Maya o il Proyecto Integral Morelos, costato la vita al fratello Samir Flores Soberanes l’anno scorso. Non ha fermato niente di tutto ciò perché la pandemia è parte di quella “quarta guerra mondiale” contro la quale gli zapatisti mettono in guardia da molto tempo. La pandemia ha mostrato chiaramente «un mondo malato nella sua vita sociale, frammentato in milioni di persone estranee tra loro, impegnate nella propria sopravvivenza individuale, ma unite sotto l’oppressione di un sistema pronto a tutto pur di placare la sua sete di profitto, anche quando è chiaro che il suo percorso va contro l’esistenza del pianeta Terra». Un mondo dove a rimetterci sono i più deboli, le minoranze, le donne: «l’aberrazione del sistema e la sua stolta difesa del “progresso” e della “modernità” si scontra con una realtà criminale: i femminicidi. L’omicidio delle donne non ha colore né nazionalità, è mondiale».

Per gli zapatisti, «la pandemia di Covid-19 non solo ha mostrato la vulnerabilità dell’essere umano, ma anche l’avidità e la stupidità dei diversi governi nazionali e le loro presunte opposizioni. Le misure di più elementare buon senso sono state disprezzate, scommettendo sempre che la pandemia sarebbe stata di breve durata». Oggi che è trascorso più di mezzo anno, che il totale dei contagiati nel mondo supera i 35 milioni e quello delle vittime il milione, oggi che il nostro modo di vivere è stato sconvolto da regole spesso illogiche (prima tra tutte quella del distanziamento sociale invece che fisico) ma imposte per salvare il mercato, possiamo affermare che il “buon senso” zapatista è stato lungimirante. Come già accennato, il 16 marzo gli zapatisti si sono auto isolati chiudendo i caracoles ma invitando «a non perdere il contatto umano, bensì a cambiare temporaneamente i modi di saperci compagne, compagni e compañeroas, sorelle, fratelli, hermanoas». 

Quella scelta ha permesso agli zapatisti di resistere ancora una volta alla “tormenta”: «abbiamo optato per la prevenzione e l’applicazione di misure sanitarie che sono state concordate con scienziati che ci hanno orientato ed offerto il loro aiuto senza esitazione. Noi popoli zapatisti gli siamo riconoscenti e così vogliamo dimostrarlo. Dopo sei mesi di attuazione di queste misure (mascherine, distanza tra le persone, chiusura dei contatti personali diretti con zone urbane, isolamento di 15 giorni per chi si sospetta sia stato in contatto con contagiati, lavaggio frequente delle mani con acqua e sapone), deploriamo la morte di tre compagni che hanno presentato due o più sintomi associati al Covid-19 e che hanno avuto contatti diretti con contagiati. Altri otto compagni e una compagna che sono morti in questi periodo, hanno presentato un solo sintomo. Dal momento che non abbiamo la possibilità di fare le prove necessarie, presumiamo che questi dodici tra compagni e compagne siano morti per il cosiddetto coronavirus (gli scienziati ci hanno consigliato di presumere che qualsiasi difficoltà respiratoria potrebbe essere Covid-19). Queste 12 assenze sono nostra responsabilità. Non sono colpa della 4T o dell’opposizione, dei neoliberisti o dei neo-conservatori, degli attivisti da tastiera o snob, delle cospirazioni o complotti. Pensiamo che avremmo dovuto prendere ancora più precauzioni […] Per ora diciamo, con la vita che batte nei nostri corpi, che secondo la nostra valutazione (che potrebbe essere sbagliata), affrontando la minaccia come comunità, non come una questione individuale e indirizzando il nostro sforzo principale alla prevenzione, ci permettiamo di dire come popoli zapatisti: noi siamo qui, resistiamo, viviamo, combattiamo».

Oggi gli zapatisti riprendono le strade, non per consumare come vorrebbe il sistema (mettendo anche a rischio la nostra stessa salute), ma per combattere. E hanno deciso di farlo nel modo più inaspettato possibile: «è di nuovo tempo che i cuori ballino e che la loro musica e i loro passi non siano quelli del rimpianto e della rassegnazione. Che diverse delegazioni zapatiste, uomini, donne e otroas del colore della nostra terra, viaggeremo nel mondo, cammineremo o navigheremo verso suoli, mari e cieli remoti, cercando non la differenza, non la superiorità, non lo scontro, tanto meno il perdono e la pietà. Andremo a incontrare ciò che ci rende uguali». Un viaggio che partirà in aprile e attraverserà innanzitutto il continente europeo per arrivare il 13 agosto a Madrid, nel 500° anniversario «della presunta conquista spagnola del Messico», dove parleranno al popolo spagnolo per dire che non li hanno conquistati, che sono lì e continuano a resistere e a ribellarsi.

Percorrere il mondo, incontrare e sostenere popoli in resistenza, camminare domandando per cercare di restituire un po’ della solidarietà e dell’appoggio ricevuto in questi 26 anni di lotta. L’EZLN è di nuovo in cammino e noi siamo pronti ad accompagnarli in questo viaggio, proprio come vent’anni fa durante la Marcia del Color de la Tierra quando le Tute Bianche ebbero l’onore di diventare il servizio d’ordine della Comandancia diretta a Città del Messico per parlare a tutto il Messico. Lì, in uno Zocalo straripante di umanità, gli zapatisti sfidarono il mal governo messicano gridando «aquí estamos». Ci rimettiamo in cammino insieme perché se c’è una speranza di salvare questo mondo dalla deriva, è proprio desde abajo y a la izquierda, con la lotta, con la resistenza, con l’organizzazione, con l’autonomia. Ci rimettiamo in cammino insieme perché «es tiempo de nuevo para que bailen los corazones».

Qui il comunicato completo, ripreso da Associazione Ya Basta! Êdî Bese! e tradotto Comitato Chiapas Maribel.

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