Le ombre del passato sulla “democrazia riconquistata” in Bolivia

16 / 11 / 2020

Hanno fatto il giro del mondo le “emozionanti” immagini del ritorno in patria di Evo Morales dopo un anno di esilio, accolto con tutti gli onori a Chimoré, dove si calcola che almeno 100 mila persone abbiano presenziato all’evento di benvenuto organizzato in suo onore. Eppure dietro questa narrazione edulcorata e “pachamamica” della “riconquista della democrazia” già cominciano a riapparire le ombre del passato, a soli pochi giorni dall’insediamento del nuovo presidente Arce. 

Ombre che sono riapparse ancora prima dell’insediamento ufficiale del binomio Arce-Choquehuanca: nell’ultima sessione della precedente legislatura (per intenderci quella eletta nel 2014 e rimasta in carica anche dopo gli eventi del 2019 e con il governo de facto della Añez), il Senato, sotto il controllo dei 2/3 del MAS, ha deciso di modificare alcuni punti del suo regolamento, eliminando il requisito della maggioranza dei 2/3 in 11 decisioni, tra le quali la nomina e la promozioni delle cariche militari e della polizia. Il motivo è semplice: nonostante l’ampio e sorprendente successo alle recenti elezioni, nell’attuale legislatura il MAS ha perso i 2/3 dei parlamentari e di conseguenza la possibilità di controllare tutto l’apparato statale. Con questo colpo di mano invece riassumerà il controllo in decisioni strategiche come quella della nomina dei militari.

Qualche giorno dopo Arce ha nominato i nuovi ministri del suo governo. Come promesso, ha dato spazio a volti nuovi, dando un importante segnale di discontinuità. Tuttavia, è doveroso segnalare la preoccupante assenza di “hombre de poncho y mujeres de polleras”, vale a dire di incarichi importanti proprio a quei settori sociali che in questi mesi sono stati in prima linea a resistere alla repressione fascista del gobierno de facto. Tra i primi a criticare le scelte di Arce è stato Huarachi, portavoce della COB (Central Obrera Boliviana) che, pur comprendendo la necessità del governo di scegliere “tecnici” in grado di risollevare l’economia colpita a fondo dalla crisi politica e dalla pandemia, si aspettava un maggior peso dei movimenti nella scelta delle cariche. La critica della COB non è un fatto di poca importanza: è proprio grazie alla pressione esercitata in agosto dai suoi membri attraverso i blocchi stradali che la Añez e il TSE hanno dovuto infine stabilire la data delle elezioni per il 18 ottobre senza possibilità di rinviarla ulteriormente. Huarachi non è il solo ad aver criticato le nomine decise da Arce: a El Alto e Cochambamba alcuni settori del MAS hanno fatto altrettanto rivendicando spazio nelle cariche pubbliche a loro dire “guadagnato” con la resistenza nelle strade. La discontinuità con il passato si è interrotta con la nomina dei viceministri: non sono pochi infatti quelli che hanno ricoperto incarichi di governo durante l’era Morales e che oggi riappaiono come viceministri o in altre cariche pubbliche importanti.

C’è poi una questione forse ancora più importante se la osserviamo dal punto di vista dei los de abajo, vale a dire quella relativa ai conflitti per il controllo delle organizzazioni sindacali, indigene e campesinas. Subito dopo l’investitura di Arce a La Paz alcuni esponenti del MAS hanno occupato e preso a sassate la sede della FEJUVE e i suoi militanti all’interno, di un’altra fazione del MAS, sono stati costretti a fuggire dal retro per paura di essere linciati. Stessa sorte è toccata alla sede dei produttori di coca della ADEPCOCA occupata dai sostenitori del MAS che ne reclamano la direzione. Nell’ultimo anno molte organizzazioni erano riuscite a recuperare l’autonomia dal partito, ma ora con il ritorno al potere del MAS si è riaperto il conflitto. La “conquista” delle organizzazioni sindacali, contadine, indigene è una pratica abusata dal MAS nei suoi anni di governo: l’entrismo, spesso violento, in queste organizzazioni ha di fatto trasformato il rapporto tra il MAS e la sua gente facendo diventare quest’ultima lo strumento politico della cupola del partito e ha contribuito a incrinare il rapporto e la fiducia. 

Infine la questione litio. Su questo tema si è fatta molta confusione ed è importante quindi rimettere i tasselli al proprio posto: Morales, attraverso l’impresa pubblica Yacimientos de Litio (YLB) nell’ottobre del 2018 scelse l’impresa tedesca Aci System per sfruttare il litio per 70 anni attraverso una joint-venture. Contro questa decisione si sollevò il Comité Cívico de Potosí (COMCIPO) presieduto da Pumari che rivendicava una fetta maggiore di introiti per la popolazione locale (dal 3 all’11%). Pochi giorni prima di cadere Morales firmò la revoca della concessione nel tentativo di riuscire a placare la protesta che nel frattempo si era amalgamata a quella che chiedeva la rinuncia di Evo. Quindi chi voleva svendere il litio a compagnie straniere era proprio Evo. Tra le prime dichiarazioni dell’ex presidente di ritorno dall’esilio c’è proprio quella dell’intenzione di riprendere il progetto di sfruttamento dei giacimenti di litio. Dichiarazioni che hanno suscitato molte polemiche tra cui va segnalata quella dell’ex dirigente della Central Obrera Regional (COR) di El Alto Roberto de la Cruz, che ha invitato l’ex presidente a starsene zitto non avendo alcun ruolo nel nuovo governo. 

Il clima politico e sociale quindi è tutt’altro che sereno, in forte contrapposizione con l’immagine stereotipata data dalla narrazione ufficiale della “riconquista della democrazia”. Lo si evince dalle tensioni all’interno delle organizzazioni che hanno contribuito alla netta vittoria di Arce, in conflitto al loro interno e molto critiche con le scelte dei ministri del nuovo esecutivo e dai “regolamenti di conti” all’interno dello stesso MAS: uno di questi è quello che vede protagonisti due figure di rilievo dell’era di Evo, l’ex deputato Romero accusato di complicità addirittura con Camacho e l’ex presidente del Senato Adriana Salvatierra alla quale non vengono perdonate le dimissioni dal suo ruolo che hanno spianato la strada alla presidenza della Añez. Per entrambi nei prossimi giorni verrà discussa la proposta di espulsione dal partito. A questo insieme di elementi va aggiunto il tentativo di ingerenza di Morales sul nuovo esecutivo, un’ingerenza che fonda le proprie basi sul grande appoggio che tutt’ora ha l’ex presidente, come dimostrano le impressionanti immagini della festa di Chimoré. Ingerenza che, tuttavia, non è ben vista né condivisa da tutto il partito, tantomeno da molte organizzazioni facenti parte del Pacto de Unidad che sostengono l’attuale governo.

Il futuro per il MAS e per tutto il paese è dunque ancora incerto e in salita. Se è vero che il nuovo governo sembra partito con un altro spirito grazie soprattutto alla leadership sempre più importante del vicepresidente David Choquehuanca, è pur vero che all’orizzonte si affaccia un periodo molto nebuloso dovuto in gran parte alla crisi economica provocata da questi mesi di pandemia che potrebbe costringere Arce a dover prendere decisioni difficili e impopolari. Le vicende interne sopra descritte potrebbero ulteriormente complicare il cammino dei popoli boliviani nella costruzione di quella che Choquehuanca ha definito la “rivoluzione delle idee” e di un “nuevo Pachakutik”*. 

* Concetto che in lingua quechua indica “un cambiamento nel sole” che porta a una nuova era. 

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