La Turchia rimuove tre sindaci filo-curdi, arrestate più di 400 persone

Si abbatte ancora la scure repressiva di Erdogan, sotto attacco ancora l'Hdp, l'accusa: legami con il Pkk. Interviene la polizia ad Amed.

20 / 8 / 2019

Tre sindaci destituiti, 416 persone in detenzione provvisoria, l’ennesima accusa di propaganda terroristica. Un film già visto in Turchia, l’ennesimo "golpe contro la volontà del popolo”, la replica di quanto avvenuto tra il 2015 e il 2016 quando furono commissariati più di 90 comuni amministrati dall’Hdp, durante la campagna politica e militare contro il sud-est del Paese a maggioranza curda.

Ad oggi Wan (Van), Amed (Diyarbakir) e Merdin (Mardin) sono sotto il controllo di commissari straordinari, mentre i sindaci eletti con il Partito Democratico dei Popoli, Hdp, (rispettivamente con una percentuale del 54%, 63% e 57%) sono stati sospesi con l’accusa di avere legami con il Pkk, secondo alcune prove che risalgono a prima delle elezioni del 31 marzo 2019.

Le accuse inoltre includono la ridenominazione di alcune strade e parchi locali e l’offerta di posti di lavoro ai parenti di alcuni militanti. Scuse pretestuose, quando la realtà dei fatti vede ancora una volta un attacco alla democrazia, che in Turchia è ormai diventata prassi. 

L’accusa di “propaganda terroristica” o “finanziamento del terrorismo” non è che il solito ritornello per provare a tacciare il Bakur, quel baluardo di resistenza che ancora cerca di fronteggiare il nazional-autoritarismo a firma Erdogan. Inoltre, l’operazione di lunedì ha visto squadre di ufficiali condurre raid “di controllo” in 29 province della Turchia e in generale si teme che l’operazione di lunedì possa intensificare le tensioni nelle regioni sud-orientali del paese, appunto a maggioranza curda.

Si tratta dell’ennesima decapitazione, di fatto, dell’opposizione che difende la causa curda, i diritti delle minoranze e quelli dei gay, che da tempo è nel mirino di Erdogan e che, pur trovandosi stretta all’angolo, è sempre riuscita a risorgere dalle ceneri. Non si sono fatte attendere le reazioni di piazza  della cittadinanza, che sono state represse (qui una galleria fotografica di  Sertaç Kayar per Rueters) con la forza dalla polizia.

Tutto ciò si inserisce nel contesto delle elezioni amministrative del 31 marzo 2019: una tornata elettorale sfavorevole al Presidente Erdogan e al suo AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). Il “sultano” non perdeva un’elezione sin dal 2002; da quando è stato eletto primo ministro per la prima volta, infatti, in testa al suo partito ha vinto tutte le elezioni che si sono tenute nel paese, sia a livello locale che a livello nazionale. E così, dopo le amministrative, Ankara è perduta. E con vari colpi di scena, (dopo un referendum) anche Istanbul, città più popolosa e maggiore centro economico del Paese, è scivolata dal controllo di Erdogan.

Nel Bakur, Kurdistan turco, lo svolgimento delle elezioni è stato particolarmente controllato e manipolato dalle forze del governo di Erdogan e dai vari apparati militari: intimidazioni e violenza all’ordine del giorno, nonostante ciò l’affluenza alle urne da parte di cittadini curdi è stata altissima e non si è lasciata intimorire dalla repressione quotidiana. Come era facilmente prevedibile è stato l’HDP a ottenere la maggioranza dei consensi anche se ormai con l’operazione di lunedì in mano all’Hdp  rimangono adesso solo cinque province del Paese, fra cui Hakkari e Kars. 

I licenziamenti dei sindaci hanno suscitato critiche diffuse, anche da parte di Ekrem Imamoglu, il neo eletto sindaco di Istanbul, che ha dichiarato su Twitter: «Ignorare la volontà popolare è inaccettabile».

Il vicepresidente del Partito popolare repubblicano secolare (CHP), Ozgur Ozel, ha twittato: «Ancora una volta l'AKP ha scelto il fascismo anziché la democrazia».

Non resta che continuare a sostenere chi - seppur in mezzo a mille difficoltà - continua ad opporsi a una strategia politica che, nell’intrecciare nazionalismo, autoritarismo e fondamentalismo religioso, sta aprendo drammaticamente varchi in tutto il globo.

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