La Turchia in procinto di sospendere l’accordo del 2016 con l’UE

Scacco matto del sultano alle scellerate politiche europee di esternalizzazione delle frontiere?

25 / 7 / 2019

Il governo turco ha annunciato la sospensione dell’accordo con l’UE stipulato nel 2016 per bloccare il flusso migratorio verso le isole greche. La decisione paventata risponderebbe alle sanzioni di Bruxelles sull’esplorazione dei giacimenti di gas nelle acque cipriote da parte di Ankara.

Come riportano le principali agenzie di stampa internazionali, in un’intervista con la TGRT Haber TV, il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavusoglu ha annunciato che il governo è in procinto di sospendere il famigerato accordo con l’UE a causa delle recenti sanzioni europee, ma anche perché l’Unione non ha ancora previsto l’esenzione dal visto di ingresso nei paesi membri per i cittadini turchi.

In base all’accordo, in vigore dall’aprile 2016, il Governo di Erdogan per 6 miliardi di euro si impegna a riammettere tutti i migranti giunti in Grecia transitando dalla Turchia. Finora l’UE ha corrisposto circa 3 miliardi di euro che dovevano servire a migliorare le condizione dell’accoglienza nel paese, ma che secondo molte fonti indipendenti sono stati utilizzati in buona parte per costruire un lunghissimo muro tra la Turchia e la Siria, impedendo di fatto anche con la forza l’entrata di nuovi profughi siriani. Oltre ai fondi, l’UE si era accordata per accelerare i negoziati per l’eliminazione dei visti a giugno 2016.

"L’accordo di riammissione e l’esenzione dal visto dovevano entrare in vigore contemporaneamente. Abbiamo quindi sospeso l’accordo di riammissione", ha affermato il ministro Mevlüt Çavusoglu, specificando poi che le sanzioni dell’UE, il congelamento di numerosi negoziati e altri aiuti economici, in risposta all’attività delle navi turche di perforazione nelle acque cipriote "sono prive di valore", e ha chiesto a Bruxelles di "mediare" piuttosto che schierarsi con Cipro.

Come accennato l’accordo di riammissione, firmato nel marzo 2016, prevede che tutti i migranti che arrivano per lo più via mare sulle isole greche che si affacciano sulla costa turca vengano rispediti in Turchia. Nel caso dei siriani, un’ulteriore assurda clausola dell’accordo prevede che per ogni richiedente asilo di quel paese rientrato “volontariamente” nel territorio turco, un richiedente asilo residente in Turchia debba essere trasferito nel territorio europeo.
Dopo la firma di questo accordo, seppur con andamento altalenante e con particolari picchi negli arrivi in coincidenza di tensioni diplomatiche con i paesi membri dell’Ue per le più diverse ragioni, il numero di migranti che sono arrivati sulle isole greche è diminuito drasticamente. La parabola discendente, iniziata in realtà già negli ultimi mesi del 2015, ha continuato toccando il suo punto più basso nel giugno del 2016 con 1.554 arrivi e un decremento rispetto all’anno precedente del 79,5%. Durante il biennio successivo il numero di arrivi nelle isole greche è rimasto contenuto (circa 30.000 persone nel 2017 e 33mila nel 2018).

Il numero di riammissioni verso la Turchia e ricollocamenti verso l’Europa è rimasto invece sempre basso. Solo nel 2018 si è visto un leggero aumento: secondo un articolo di Info Migrants del 5 marzo 2019, “circa 7.000 rifugiati siriani sono stati trasferiti dalla Turchia ai paesi UE nel 2018, mentre poco più di 5.000 richiedenti asilo sono stati mandati dalla Grecia in Turchia”.

L’Ue ha deciso di esternalizzare la sua frontiera lasciando il controllo ai paesi terzi e Ankara ne è perfettamente consapevole: ora, come era facilmente prevedibile, Bruxelles subisce l’ennesimo ricatto. 
Il 20 luglio, il ministro degli interni turco Süleyman Soylu ha esplicitamente detto che la Turchia potrebbe usare il controllo della migrazione come strumento di pressione su Bruxelles. “Le tensioni con la Turchia aumentano l’immigrazione attraverso la Grecia e il numero di rifugiati che attraversano le frontiere terrestri della Grecia ha ripreso a salire”, ha riferito.

D’altro canto, il governo turco non ha nessuna volontà di mettere in discussione la sua politica aggressiva per l’accaparramento delle risorse. La scorsa settimana ha annunciato che non solo avrebbe continuato la sua esplorazione dei giacimenti di gas nelle acque cipriote, ma che avrebbe inviato "il prima possibile" un’altra nave che si unirà alle altre tre presenti nell’area, ignorando così le sanzioni europee.

Rimanendo a quanto si legge nelle diverse agenzie, Bruxelles ha chiesto alla Turchia di interrompere le perforazioni illegali che violerebbero la sovranità dello Stato membro di Cipro. Ma il governo turco garantisce di avere una licenza del governo della Repubblica turca di Cipro del Nord, uno stato riconosciuto solo da Ankara nato a seguito dell’occupazione militare turca nel 1974 del nord-est dell’isola.

Se l’accordo effettivamente saltasse non è facile prevenire gli scenari che si aprirebbero. Fino ad oggi ha probabilmente determinato la notevole diminuzione degli arrivi sulle isole greche, ma in assenza di alternative legali e sicure per entrare in Europa migliaia di persone continuano ad essere costrette a ricorrere a percorsi pericolosi e ai trafficanti. La vera novità positiva sarebbe rivedere la politica dei visti non solo per i cittadini turchi ma in generale per tutti i paesi, a maggior ragione quando siamo in presenza di richiedenti asilo e rifugiati. 
Del resto, il fallimento di un accordo senza scrupoli e in aperto contrasto con i diritti fondamentali e le convenzioni internazionali sul diritto d’asilo e più in generale dell’uomo dovrebbe essere il naturale decorso del riaffermarsi dello stato di diritto. Invece è evidente che i motivi per cui viene messo in discussione sono altri, ma anche questi sono l’emblema dello scarsissimo livello di democrazia e cultura dei diritti umani con cui i governi attuali muovono come pedine sullo scacchiere internazionale interessi privati e spregiudicate strategie politiche.

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