La Tunisia oggi - La voce di Khalid Amami (Association Citoyenneté & Culture Numérique)

16 / 9 / 2014

Ho fatto parte del movimento studentesco degli anni '70, cosa che tra l'altro mi procurò l'espulsione dalla mia scuola superiore. Così me ne andai di casa a 17 anni, e arrivai da Gafsa a Tunisi a piedi. All'epoca andavano di moda gli hippy e l'on the road, e una parte dei giovani contestatari adottò il look dei cappelloni. C'era un gran fermento nella letteratura e nel teatro. Io scrivevo racconti brevi in dialetto tunisino, cosa che all'epoca non era ben vista a causa del panarabismo. C'era anche il movimento del nouveau théâtre tunisino e il cinema era molto importante. 

A Tunisi continuai la mia attività nel sindacato studentesco e mi addentrai più a fondo nella cosiddetta “politicizzazione”. Mi unii alla terza generazione di El Amal Ettounsi (“L'operaio tunisino”), che era a sua volta una frazione del gruppo di ultra-sinistra Perspectives. A vent'anni, nel 1974, entrai nella clandestinità con la missione di creare delle cellule nelle zone interne del paese. Ma nel 1978 ci fu la rottura tra Tirana e Pechino e nel 1979 la rivoluzione khomeinista in Iran. Questi eventi esacerbarono i conflitti dottrinari interni al movimento tunisino. Inoltre ero rimasto scioccato dal regime di Pol Pot in Cambogia. Per me la libertà dei singoli è imprescindibile, così nel 1981, in seguito a questi sviluppi, decisi di terminare l'“esperienza ideologica”. Nel corso degli anni '80 e '90 sono stato attivo nel movimento culturale tunisino, occupandomi in particolare di poesia.

Nei primi anni 2000 nulla faceva pensare che ci sarebbero stati grandi cambiamenti nell'assetto di potere del paese, ma nel 2005 le cose cominciarono a mutare. Ci fu un'accelerazione nella riforma neoliberista dell'economia spinta dal Fmi, accompagnata da nuove privatizzazioni. Di pari passo, la corruzione nei criteri di assunzione nella pubblica amministrazione divenne sempre più evidente. Purtroppo i partiti della sinistra radicale sono rimasti fermi a categorie difficilmente applicabili alla situazione tunisina e quindi sono stati colti di sorpresa. Il gruppo sociale decisivo per la rivoluzione non è stato la classe operaia ma la gioventù disoccupata. In Tunisia c'è una sorta di mito sociale secondo cui per uscire dalla povertà è necessario avere un dipendente pubblico in famiglia, per questo anche le famiglie povere investono così tanto nell'educazione. Ma solo una piccola parte dei laureati, spesso quelli che hanno i soldi per corrompere le autorità, viene assunta dallo stato e questo genera una forte frustrazione negli esclusi. Credo che questo fenomeno abbia avuto un ruolo chiave negli avvenimenti del 17 dicembre. Inoltre, nel periodo precedente la rivoluzione, l'Ugtt, che a mio parere era a pieno titolo una componente del sistema, cominciò una campagna di resistenza interna facendo leva sulla sua grande forza nel settore pubblico. C'erano anche i movimenti degli studenti e altre contestazioni un po' in tutto il paese, per esempio a Sidi Bouzid contro la mancanza di infrastrutture. Nel 2010 ci fu un dilagare del dissenso su internet, fu come l'arrivo sul campo di una nuova schiera di militanti.

Quando la rivoluzione arrivò a Tunisi i primi a scendere in strada furono i militanti dei vari gruppi di sinistra: il movimento studentesco, i diplomati disoccupati, gli attivisti culturali e i sindacalisti di base dell'Ugtt. La Lega dei Diritti Umani sostenne la rivoluzione, ma essendo un gruppo d'élite composto soprattutto da avvocati e giornalisti non aveva molti militanti in strada. Presto si unirono alla ribellione i giovani non organizzati dei quartieri popolari, che sono in gran parte immigrati di seconda generazione dalle regioni dell'interno e quindi simpatizzavano a maggior ragione con il malcontento delle loro zone d'origine. Ben Ali se ne andò facilmente perché ci fu un mini-complotto interno al palazzo in cui l'esercito decise di scaricarlo. Tuttavia non si può dire che sia stato un colpo di stato, semplicemente i militari hanno dovuto adeguarsi agli eventi rivoluzionari.

Le elezioni di ottobre non saranno favorevoli alla sinistra. La maggior parte degli elettori tunisini ha reagito alla globalizzazione abbracciando un immaginario identitario che avvantaggia Ennahda. Anche il desiderio di arricchirsi individualmente è assai diffuso, e questo fa il gioco dei liberali di Nidaa Tounes. Non credo che il Fronte Popolare otterrà un buon risultato. Sono troppo arroganti, la loro ideologia avanguardista li spinge a credere di sapere a priori che cosa sia meglio per il popolo.

Nel sistema capitalista c'è una continua tendenza alla centralizzazione, per questo credo che sia necessario spingere in senso opposto. Non sto parlando di distruggere lo stato, ma è necessario depotenziare le sue facoltà coercitive disperdendo quanto possibile il potere. È la popolazione locale che deve prendere le decisioni che la riguardano attraverso meccanismi partecipativi, questo vale anche per la sfera economica. Bisogna rafforzare la capacità degli individui di autorganizzarsi in modo flessibile, seguendo il modello della “stigmergia”, in cui è possibile lavorare sia assieme che individualmente. Dobbiamo rendere chiara la superiorità del cittadino sui funzionari dello stato. A tal fine bisogna cambiare le leggi esistenti, in particolare i codici penali del vecchio regime. Tuttavia purtroppo oggi le autorità e i media mainstream stanno sfruttando il problema del terrorismo jihadista per limitare la libertà di espressione e riabilitare il ruolo pubblico delle forze dell'ordine senza riformarle. 

Il processo rivoluzionario ha permesso a tutta la gioventù nei quattro angoli della Tunisia di sperimentare forme di azione orizzontali e meccanismi decisionali assembleari, è stato un movimento straordinario. Dobbiamo riflettere su quali siano stati gli ingredienti che hanno reso possibile questo fenomeno in modo da renderlo sostenibile nel lungo periodo. Non credo che sia necessario inculcare specifiche idee nella gioventù, ma semplicemente proporre degli strumenti e delle procedure decisionali orizzontali.

*** Lorenzo “Fe” Feltrin, di Treviso, è dottorando in scienze politiche alla University of Warwick, dove si occupa di sindacati e movimenti sociali in Marocco e Tunisia. Ha precedentemente collaborato con la casa editrice milanese Agenzia X, per la quale ha pubblicato il libro Londra Zero Zero sulle subculture anni zero della capitale inglese.

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