La sofferenza del Brasile

31 / 10 / 2018

Jair Bolsonaro, il candidato militarista, misogino, omofobo, razzista, fascista e adoratore della dittatura è diventato il presidente del Brasile. In seguito la traduzione di un articolo di Marta Dillon giornalista e attivista argentina, tra le co-fondatrici del movimento Ni Una Menos.

Il mondo è un posto peggiore da ieri. La nostra America è peggiore e la minaccia ormai è sfacciata, visibile. La concordanza tra le manifestazioni contro la legge per un’Educazione Sessuale Integrale nel nostro paese e il trionfo di Bolsonaro in Brasile ci toglie l’aria attorno a noi, sembra di soffocare. I due eventi non sono paragonabili, Bolsonaro è già presidente e il suo discorso inaugurale stende, come un velo nero, la promessa di una pace che solo proclama ma che in realtà assomiglia a quella dei cimiteri: parla di libertà ma augura persecuzione, nomina la Costituzione ma la sua fedeltà è per il dio che prega e consulta prima di divulgare il suo primo discorso da Presidente.

Siamo in un contesto dove la violenza sociale si nasconde nel potere, ora potere assoluto in Brasile: già durante il primo turno elettorale i crimini di odio si sono susseguiti e i responsabili si sono sentiti legittimati dalle parole di Bolsonaro. 

Più armi alla popolazione civile, più potere alla polizia, strada spianata contro il fantasma dell’“ideologia di genere” nelle scuole, che non è altro che una caccia alle streghe contro i femminismi e le dissidenze sessuali, e allo stesso tempo si blocca la restituzione delle terre ai popoli indigeni. La minaccia è più di questo, è paura costante senza eguali, è riconoscere che milioni di persone – sì, milioni – desiderano lo sterminio dei nostri corpi, delle nostre soggettività, della nostra volontà di libertà, di smetterla di lottare contro quell'oppressione che ora, con la vittoria di bolsonaro, sarà maggiore: un’economia per i nostri corpi e sensibilità che ordina silenzio e porte e finestre chiuse, impegno individuale e disprezzo per gli altri, le altre, gli altr*.

Il dolore del Brasile non è di quelli che si può consolare con abbracci e solidarietà virtuali o con rifugi lontani, ma è la constatazione che si può tornare ad avere paura non solo del futuro ma anche di non riuscire più a pagare la bolletta della luce. Già solo questa prospettiva è sufficiente per far comprendere la gravità della situazione. Il presidente Bolsonaro non è che lo stesso fascismo senza maschere dei gruppi contro i diritti che si uniscono nelle piazze di differenti città del paese. Ma questo desiderio fascista che entra in gioco, queste donne bionde che sono le sue portavoce, la rivendicazione di proprietà sui propri figli contro i loro stessi diritti, parlano anch’essi della corrente gelida della destra che sta avanzando e vuole riportare un ordine che altro non è che lo sterminio della libertà.

I femminismi sono la forza che sta reagendo e creando mobilitazione e una trama comune contro il fascismo. Ci stiamo disputando un mondo diverso, un’altra maniera di abitarlo, ci uniamo alla rivolta contro tutte le oppressioni: il razzismo, la xenofobia, l’odio contro le dissidenze sessuali. Contro l’isolamento domestico dove la violenza pretende di disciplinarci apriamo le nostre case, facciamo delle pentole popolari luoghi comuni, dei desideri diversi luoghi di sperimentazione di altri vincoli. Non accettiamo la colpevolizzazione che dice che la mobilitazione femminista è responsabile della virulenza della reazione. Ma è impossibile non leggere il panico morale e fino al disequilibrio economico che la nostra rivolta può generare. Anche questo risultato in Brasile ne parla, di come disciplinare una forza che sta crescendo contro l’accumulazione capitalista che ha bisogno che le donne rimangano nelle proprie case e di desideri anestetizzati in modo da proseguire con l’estrazione di dignità dalla vita.

Durante quest’ultima settimana, in Brasile, l’opposizione al futuro governo si è svegliata, i militanti sono usciti a contendersi voti corpo a corpo.

Qualcosa è stato ottenuto in questi ultimi giorni, dicono. Forse la certezza che è necessario costruire una forza trasversale per porre dei limiti alla minaccia che si sta realizzando. 

Ojalá el tiempo esté a favor de los pequeños (si spera che il tempo sia favorevole ai più piccoli), diceva una canzone. Anche se chi saranno i bambini in questa storia, se la chiesa (di qualunque professione si tratti) raccolgono voti per il fascismo nei territori più degradati? I movimenti femministi hanno la responsabilità di contestare lì, in quelle zone, le violazioni. Anche se i bambini più piccoli si riveleranno essere - nelle periferie brasiliane - lo strumento attraverso cui le nuove forme di fascismo e di violenza riusciranno ad insediarsi. 

Perché non possiamo lasciarci espropriare né la vita né la libertà.

Il Brasile è un avvertimento per tutti, per i movimenti femministi è un allarme e una chiamata a rinnovare l'azione. Oggi ci abbracciamo forte affinché questa tempesta non danneggi la nostra “casa femminista”, e presto trameremo di nuovo intorno a vasi e calderoni, lì dove ciò che ci accomuna è uno spazio aperto e collettivo, resistenza contro qualsiasi tipo di oppressione.

*** Traduzione a cura di Camilla Camilli, Ottavia Clemente

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