La Russia ha venduto il Donbass per la neutralità dell’Ucraina?

Eurasia, CEE e guerra guerreggiata in Ucraina

di Bz
31 / 5 / 2014

Mentre si fa più aspro il conflitto militare tra gli insorti del Donbass e l’esercito ucraino, con incursioni dei militari, appoggiati dall’aviazione, nelle città presidiate dai miliziani e risposte da commandos con l’abbattimento dell’elicottero che trasportava il generale ucraino che dirigeva le operazioni sul campo.

Mentre viene denunciata, con una decina tra gli ultimi 40 morti, la presenza di contractors filorussi ‘i ceceni’ che combattono tra le file degli miliziani filorussi, mentre si stanno decisamente promuovendo manifestazioni a Karchiv, unica grande città dell’est dell’Ucraina in cui non si erano dati pesanti episodi indipendentisti.

Mentre tutto sembra aggravarsi, tutti continuano a salutare la vittoria elettorale di Poroshenko come l’uomo della possibile soluzione al conflitto che sta dilaniando l’Ucraina, posto che la Russia di Putin gli ha dimostrato una apertura di fiducia, riconoscendo la legittimità della sua elezione, posto che ha mandato a cuccia ex presidente Timoshenko e ha ridotto ad un risicato 2% il peso nelle urne dell’estrema destra di Svoboda e Pravi Sector, posto che nel passato è stato il braccio destro di Yanucovich, il presidente defenestrato, posto che è stato dichiaratamente sponsorizzato dalla UE e dagli USA.

Tutti d’accordo allora, probabilmente si, solo che tutti hanno fatto i conti considerando l’insorgenza del Donbass, come fosse sotto controllo della volontà politica di Mosca: no è così. Le aperture di credito di Putin verso Kiev rivelano l’abbandono del sostegno militare, della garanzia delle retrovie e dei rifornimenti per le milizie combattenti delle autoproclamate repubbliche popolari del Donbass da parte della Russia e lasciano il campo libero all’offensiva dell’esercito ucraino: gli insorti sono rimasti col cerino acceso, quanto si possano bruciare è tutto da definire. I

l futuro che si prospetta per l’Ucraina, quale compromesso onorevole per tutti, è probabilmente, sul piano internazionale, quello di una nuova collocazione ‘neutralista’ e, sul piano interno, strutturandola come stato federale o regionale con amplissime autonomie: qualche osservatore allude allo status nazionale ed internazionale del Belgio proposto nel 1878 dal Congresso di Berlino.

Nel frattempo Putin, Lukashenko e Nazarbayev hanno firmato un trattato che getta le basi per la creazione dell’Unione economica eurasiatica [CEE], inizialmente tra Russia, Bielorussia e Kazakistan: una sorta di mercato economico unificato, a cui a breve si dovrebbero agganciare anche Armenia e Kirghizistan, formando un mercato euroasiatico in cui la Russia è il dominus.

Saranno i principi del Wto a regolamentare questo geograficamente immenso mercato che abbraccia idealmente almeno 180 milioni di cittadini e che può vantare un PIL complessivo vicino a quello della Francia ma con riserve energetiche e contratti tali da condizionare le sorti economiche e sociali ad est e a ovest del continente euroasiatico, e che si frappone, appunto, tra la UE e l’estremo oriente asiatico, conteso dalla Cina e dal Giappone.

I riflessi geopolitici di questo mercato unito euroasiatico spazieranno dal petrolio al gas (dopo l’accordo Mosca-Pechino), dalle infrastrutture all’ambiente, dalle nuove strategie legate all’agricoltura fino all’industria vera e propria, andando a consolidare il ruolo di grande potenza economico-militare continentale che era ed è nelle ambizioni di Putin e delle lobby affaristiche che lo sostengono. Ne sono uno specchio le dichiarazioni – riportate dal Financial Times - uscite a margine della principale conferenza economica e imprenditoriale svoltasi a St. Pietroburgo, dove viene sostenuto che la pressione occidentale non fa altro che accelerare il processo che vedrà la Russia diventare il perno centrale del continente asiatico. "Onestamente, non vedo alcun problema relativo alle sanzioni" ha detto Gennady Timchenko, uno degli uomini più ricchi della Russia, con investimenti in tutto il settore energetico, vittima delle sanzioni emanate dagli Stati Uniti nel mese di marzo.

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