La politica di Lopez Obrador in Messico reprime migranti e difensori dei diritti umani

Intervista ad Ana Enamorado del Movimiento Migrante Mesoamericano

18 / 8 / 2019

Ana Enamorado fa parte del Movimiento Migrante Mesoamericano e dal 2012, partecipando alla Carovana delle Madri Centroamericane, si è trasferita dall’Honduras in Messico, alla ricerca di suo figlio, appena ventenne, desaparecido nel 2010. Da allora è diventata una delle rappresentanti del movimento e il suo impegno quotidiano consiste nel raccogliere informazioni sulle persone scomparse durante il loro percorso migratorio e difendere i diritti dei migranti.

Negli ultimi dieci anni sono più di 70mila i desaparecidos sulla rotta migratoria centroamericana. Questo dato rappresenta solo la punta di un iceberg, ovvero quantifica solo le persone che sono state denunciate dai propri familiari come scomparse. Alcuni collettivi per i diritti umani del Centroamerica che monitorano la situazione forniscono cifre ben più alte, e secondo le stime del Movimiento Migrante Mesoamericano ci sono state più di 120mila persone scomparse. Bussando casa per casa nei paesi centroamericani, si scoprirebbe che ogni famiglia ha delle persone che hanno lasciato il loro pueblo e che risultano scomparse. «Anche nei villaggi più remoti e abbandonati che non hanno telefoni o reti sociali – ci spiega Ana – ci sono desaparecidos, ma questi non vengono conteggiati perché i familiari non sanno a chi rivolgersi, non sanno che ci sono organizzazioni che li possono aiutare e cercarli è molto complicato».

Ana è in Tunisia invitata da Carovane Migranti per conoscere le madri che come lei sono alla ricerca dei propri cari e condividere con loro strategie di azione comune; è stata a Tunisi ospite dell’associazione Terre pour tous e ha preso parte alle giornate di “Europe Zarziz Afrique”.

Le abbiamo chiesto di aggiornarci sulla situazione del Messico e se vede delle analogie tra le politiche americane ed europee sull’immigrazione. «Partecipando a questa carovana - ci dice - mi rendo conto che le politiche sono molto simili e che siamo di fronte a un fenomeno migratorio mondiale che viene affrontato solo con politiche repressive e violente. Qui abbiamo il mar Mediteranno che fa scomparire e morire i migranti, ma in realtà sono le istituzioni e le autorità che li lasciano morire, perché vedono che i migranti sono in pericolo, ma a loro non interessa. Lo stesso succede in Messico: tutti sanno il rischio che corrono i migranti, tutti sanno che può succedere a loro qualsiasi tragedia - dai sequestri agli stupri - tutti sanno che la destinazione finale è in realtà il nord America. E la medesima cosa avviene con le persone che dall’Africa vogliono raggiungere l’Europa: sono costrette ad attraversare più frontiere anche se la meta desiderata è un’altra, tuttavia la politica li obbliga a rimanere in paesi o luoghi dove non vogliono rimanere. I migranti subiscono esattamente lo stesso trattamento in entrambi i continenti e le autorità violano il loro diritto a migrare».

Dallo scorso 1° dicembre il Messico ha un nuovo presidente: Andrés Manuel López Obrador (AMLO) ha preso il posto di Enrique Peña Nieto, considerato come uno dei peggiori presidenti della storia messicana. AMLO, ex sindaco di Città del Messico, dopo 2 elezioni presidenziali perse questa volta si è imposto su Ricardo Anaya del PAN e José Antonio Meade del PRI. La stampa mainstream lo definisce come un politico populista di sinistra che ha saputo imporsi con un programma anticorruzione e delle promesse legate alla riduzione della violenza e della povertà; lui stesso ha più volte ribadito di essere “attento alle libertà civili”.

«Questa sua affermazione - spiega Ana Enamorado – è rimasta un’intenzione da campagna elettorale, la situazione invece è molto difficile perché la sua politica migratoria ha represso molto i migranti e, parimenti, è aumentata anche la repressione nei confronti dei difensori dei loro diritti. In questo momento sta accadendo qualcosa in Messico che non era mai successo e che non ci aspettavamo, anzi, pensavamo che con il governo di AMLO ci sarebbe stato un cambiamento e un miglioramento rispetto alla situazione migratoria, ma in realtà è successo il contrario. Da quando l’anno scorso i migranti hanno cominciato a venire in Messico in gruppi – continua Ana - inizialmente la società civile messicana li appoggiava molto, erano stati accolti da un moto solidale con tanti aiuti e lo stesso AMLO appena vinte le elezioni diceva che i migranti sarebbero stati accolti in modo dignitoso, rispettando i loro diritti, inoltre avrebbero ottenuto un visto umanitario e inserimento lavorativo e accesso alle cure mediche. In realtà non è stato così. E’ successo che i messicani si sono arrabbiati e hanno respinto i migranti, e il discorso politico di AMLO ha generato un odio pubblico verso i migranti. Le persone ripetono frasi fatte, “non li vogliamo, sono invasori, vengono a danneggiare il Messico”, e si lamentano che se per i messicani non c’è lavoro, non ci sono diritti alla salute e benefici di natura economica perché ci devono essere per i migranti centroamericani?».

Ad ascoltare Ana Enamorado ci viene in mente che i rappresentanti politici che si definiscono di sinistra applicano, o in taluni casi sono stati costretti ad applicare, le stesse politiche di coloro che oggi si gongolano nel farsi definire sovranisti. Di esempi, da Minniti a Tsipras, ce ne sono molti anche nel vecchio continente. Quello di cui siamo sicuri è che il Messico non ha propriamente un vicino di casa disponibile ad accogliere e che non faccia pesare le proprie scelte. «Il governo degli Stati Uniti – conferma Ana - ha fatto una pressione molto forte sul governo messicano. Inizialmente diceva che avrebbe ampliato il muro alla frontiera erigendo una barriera più alta e che il Messico doveva pagarlo, però questa proposta è caduta nel vuoto. A fine maggio c’è stato un tweet di Trump con il quale minacciava di applicare dei dazi doganali alle merci se il Messico non avesse fermato il flusso migratorio. Il governo messicano ha reagito chiudendo la frontiera sud e armando più di 600 militari al confine tra Guatemala e Messico affinché i migranti non passassero. Non riuscendo a fermare gli ingressi nel paese – continua l’attivista – ha fatto arrestare i migranti dalla polizia messicana e ha dato poteri alla guardia nazionale di farlo. Questa guardia nazionale, secondo Lopez Obrador, era stata creata per combattere la violenza nel paese, ma in realtà è stata fin da subito pensata per arrestare i migranti. Le truppe alla frontiera stanno arrestando le persone e separano le famiglie, la repressione è molto forte. Quello che vogliamo è che cessino immediatamente questi arresti arbitrari».

La situazione è effettivamente peggiorata: prima i migranti, quando attraversavano la frontiera in gruppi, avevano più possibilità di proteggersi a vicenda, riuscivano ad avere visibilità mediatica e la presenza sul campo dei difensori dei diritti umani, i quali seguivano le carovane migranti durante tutto il loro tragitto, garantivano supporto e difesa legale, e quindi era difficile che potesse accadere qualcosa. Ora, invece, con la militarizzazione della frontiera e la necessità di tornare all’invisibilità per attraversare il confine è decisamente più facile incappare nella repressione. Dall’altra parte le politiche di Trump, non dissimili a quelle degli Stati europei nel definire “paesi sicuri” paesi che non lo sono affatto, cercano in tutti i modi di esternalizzare la procedura per la richiesta d’asilo. Il primo paese ad aver firmato un accordo sull’immigrazione come “paese terzo sicuro” è stato lo scorso 27 luglio il Guatemala. Questo accordo obbliga tutti i migranti, inclusi salvadoregni e honduregni, a richiedere protezione prima nello Stato guatemalteco invece che al confine con gli Stati Uniti.

«Trump sta dicendo dall’anno scorso che vuole rendere il Messico un paese sicuro per i migranti – spiega Ana - ma questo non è possibile perché in Messico non c’è sicurezza e tutela per le persone in fuga. Queste persone vengono dal Centroamerica, da paesi tra i più violenti al mondo (El Salvador, Honduras, Guatemala) e da lì possono venire facilmente anche i loro persecutori. Poi il Messico non ha molto da offrire a questi migranti, non ci sono buone possibilità di lavoro per loro, del resto non c’è una vera sicurezza per gli stessi abitanti, nel paese ci sono gravi violazioni dei diritti umani, assassini di tutti i tipi, muoiono uccisi nell’impunità donne, giornalisti, attivisti. Chi arriva per fuggire dalla violenza dei propri paesi non può vivere tranquillamente in Messico perché sanno che si possono avere dei guai e subire altra violenza. Allo stesso modo anche il Guatemala è un paese violento, mi domando come possa offrire sicurezza ai migranti quando è evidente a tutti che è un paese non sicuro?».

Le pressioni degli Stati Uniti stanno producendo anche altri effetti negativi sulle politiche messicane. «Si stanno obbligando i migranti a vivere in condizioni terribili in alcune zone del Chiapas, uno stato messicano molto povero e senza opportunità di lavoro – racconta Ana -. Alle persone viene offerto un visto regionale che li obbliga a rimanere in determinate zone dello Stato, molte di loro sono costrette a vivere nei parchi e in strada. I migranti non possono nemmeno più comprare un biglietto e muoversi con i trasporti, per sopravvivere chiedono l’elemosina con i bambini, alcune persone detenute nei centri migratori sono morte, ma nessuno ci fa caso, c’è anche molta violenza psicologica e nessuna attenzione nei loro confronti, li stanno assassinando. Aumentano i casi di suicido perché le persone temono di essere deportate nei loro paesi di origine e di ritornare nelle mani dei loro persecutori. 
Chi trae beneficio da tutto ciò – continua Ana - sono i coyotes e il crimine organizzato. I primi chiedono sempre più soldi alle persone per arrivare in Messico e passare la frontiera, le tariffe salgono perché i trafficanti sanno che i migranti non hanno altre opzioni; il crimine organizzato, invece, sta sequestrando sempre più persone, chiedono poi il riscatto ai familiari che si trovano negli Stati Uniti. Anche se viene pagato il riscatto, molti dei migranti tenuti in ostaggio sono però stati assassinati incrementando il numero dei desaparecidos. Le famiglie difficilmente si rendono conto che il loro caro sia scomparso perché credono sia ancora in cammino, questa scoperta avviene quando è passato già molto tempo, perché non ricevono chiamate. Siamo certi che vi sia una correlazione chiara tra l’incremento delle sparizioni e quello della repressione».

Un’altra similitudine che ritroviamo tra le diverse rotte migratorie “dal sud al nord del mondo” è che la repressione colpisce anche i difensori dei diritti umani e le azioni solidali della società civile. «Due mesi fa – conclude Ana - hanno arrestato due compagni difensori accusandoli di essere dei trafficanti. Il primo l’hanno arrestato sulla porta di casa e messo sulla camionetta della polizia senza fargli sapere nulla, l’altro è stato arrestato a Sonora, era il direttore dell’organizzazione Pueblo Sin Fronteras. E’ stato in carcere alcuni giorni, ma siccome c’è stato un forte appoggio delle altre organizzazioni siamo riusciti a farlo liberare. Loro sono ancora sotto indagine e non sono liberi di continuare la loro attività e come loro ce ne sono molti altri. 
Un altro problema riguarda l’attacco che stanno subendo gli Albergues, i rifugi dove i migranti possono fermarsi per rifocillarsi o curarsi le ferite poiché molti di loro dopo il lungo tragitto arrivano feriti o ammalati perché non hanno mangiato. Questi centri di accoglienza temporanea sono stati creati dai religiosi e dalla società civile e sono molto importanti perché permettono ai migranti di fermarsi per recuperare le forze e continuare poi il cammino. Adesso con AMLO si è rotto un limite che prima era invalicabile e nemmeno questi luoghi sono così sicuri: si è arrivati al punto che la polizia e la guardia nazionale entrano nei rifugi per arrestare i migranti nonostante sia una violazione della legge e del principio umanitario».

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