La parabola di Aya Sophia

Da simbolo della cristianità ad impersonificazione dell’autocrazia di Erdogan: la parabola di uno dei simboli della “città su due continenti”.

14 / 7 / 2020

Con i suoi quattro minareti, accompagnata dalla sagoma della sua inconfondibile cupola, la forma di Aya Sophia è uno di quei paesaggi che definire da cartolina risulta inadeguato e svilente. La magia del camminare tra le strade del quartiere di Sultanahmet, quasi a picco sul Corno d’Oro e sul Palazzo Topkapi, dimora di sultani e principesse, non ha prezzo e regala a noi turisti occidentali il tuffo in un’atmosfera dal profumo d’oriente e dai colori dell’Anatolia.

Già nota agli antichi come la “Grande Chiesa”, fu in seguito ad un incendio nel 532 d.C. che l’imperatore Giustiniano I decise la costruzione di una nuova basilica, totalmente diversa dalla precedente, che potesse rispecchiare la maestosità dell’Impero d’Oriente.

È in questo contesto storico che nasce la leggenda di Santa Sofia, la chiesa/museo/moschea tornata alle cronache nei giorni scorsi. Sopravvive da allora, nonostante decine di terremoti che ne hanno minato le fondamenta: “La sua cupola non sembra poggiare a terra, sembra sospesa” scriveva lo storico greco Procopio; ha resistito alla conquista dei crociati latini e al loro saccheggio; è rimasta in piedi nonostante le truppe mussulmane guidate dal Sultano Maometto II (Il Conquistatore) cercassero di abbatterla togliendo così speranza ai Bizantini che difendevano Costantinopoli dalla conquista. È diventata una moschea, ampliata e modificata dal più importante architetto della storia ottomano, Sinan e resa, insieme alla vicina Moschea Blu, uno dei templi della religione islamica, rinominandola Aya Sophia.

Fu Mustafa Kemal, “Ataturk”, a renderla museo nel 1935 per poi consegnarla alla Repubblica di Turchia, da lui da poco proclamata, per garantirsi il sostegno delle masse non islamizzate e per dare un segnale di lealtà ai militari, colonna portante della nuova repubblica laica.

Dopo 85 anni, il prossimo 24 luglio, riaprirà al pubblico come luogo di culto come dichiarato in diretta nazionale lo scorso venerdì dal Presidente Recep Tayyip Erdogan, dopo che la Corte Suprema ha cancellato una sentenza riguardante la decisione del Consiglio dei Ministri del 1934 di “convertire” la moschea in museo. L’edificio, sito presente nella lista Unesco dei Patrimoni dell’Umanità, incarna la complessità della storia turca ed europea e allo stesso tempo è tempio delle tradizioni cattolica ed islamica.

Come gran parte delle decisioni degli organi politici e giudiziari turchi negli ultimi anni, anche la decisione della Corte Suprema non deve essere vista come una scelta dettata dall'indipendenza della Corte dal governo. È chiaro e limpido che questo tipo di decisione ha un forte segnale e peso politico e rispecchia pienamente le volontà personali di Erdogan.

Assumendo il fatto che la crisi economica in Turchia viaggia con numeri impressionanti, aggravata dalla crisi pandemica del Covid-19 e dal negazionismo dello stesso Presidente sull’andamento dei contagi e dei morti, possiamo quindi leggere una chiara difficoltà dell’Akp e di Erdogan nelle scelte di politica nazionale. La mossa della conversione in moschea di Santa Sofia non è altro che un atto del Presidente per migliorare la sua immagine e la sua posizione attuale, ma sarà una mossa i cui dividendi pagheranno brevemente nel tempo.

Erdogan è un’abile calcolatore, un politico navigato e, come molti altri autocrati, riesce a personalizzare le scelte e gli avvenimenti politici sulla sua stessa persona, trasformando ogni sorta di decisione in un referendum su se stesso. Ed essendo un campione tra gli autocrati non permette che il dissenso possa avere voce. Per lui è un gioco, è fumo negli occhi che ha distratto analisti ed esperti, facendo credere che non si sarebbe spinto a tanto ma ormai ci ha abituato a tutto.

Mentre i giornali nazionalisti titolano “Dopo AyaSophia, ora Atene”, appare più chiaro che mai che le mire di Erdogan sono quasi infinite e diventa sempre più necessario aiutare e supportare tutti e tutte coloro che si battono, e resistono, per una Turchia diversa e migliore. Così tutti noi potremmo tornare a passeggiare davanti a Santa Sofia per poi scendere sul Bosforo ad inebriarci di storia e di bellezza.

 

“ Se fossi un figliol prodigo 

Avrei un vitello grasso

 Mi sono perso ad Istanbul 

E non mi trovano più”


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