La Libertà è tutto / Racconti della Rivoluzione Egiziana, parte terza

La rivoluzione incompiuta

31 / 8 / 2011

Dopo le dimissioni di Mubarak, lo SCAF promette che resterà al potere solo sei mesi per gestire la transizione verso la democrazia. Nei mesi seguenti le proteste continuano per chiedere il processo alla famiglia Mubarak e agli altri maggiori responsabili del sistema di corruzione, il processo ai responsabili degli omicidi dei martiri, la fine dei processi militari agli attivisti e riforme economiche in favore dei cittadini a basso reddito. Lo SCAF usa metodi repressivi spesso simili a quelli del vecchio regime. Le proteste danno alcuni risultati. Il 17 febbraio l'ex ministro degli interni Habib el Adly, il magnate dell'acciaio Ahmed Ezz e altri due ex ministri vengono arrestati. Il 3 marzo il primo ministro nominato da Mubarak si dimette. Il 15 marzo la Sicurezza Statale viene dissolta. Il 16 aprile il PND viene dissolto. Ma il sistema di corruzione e brutalità tende ad autoconservarsi.

RAMI: molte cose sono andate diversamente da come avrei voluto. Beh, io ero in favore di un Consiglio Presidenziale di Transizione civile e non militare, invece la transizione sta venendo gestita dallo SCAF.

Dopo la caduta di Mubarak ci sono stati raduni in piazza Tahrir ogni venerdì. I manifestanti si trovavano in piazza per pregare, poi restavano per mantenere alta la pressione per le riforme rivoluzionarie. Ma nelle prime settimane tutti erano piuttosto fiduciosi che lo SCAF era in buona fede e non si respirava un clima conflittuale. Il 3 marzo, il giorno prima di una manifestazione contro di lui, si dimise Ahmed Shafik, il primo ministro nominato da Mubarak. Lo sostituì Esham Sharaf che è tutt'ora in carica. Invece un episodio molto grave successe l'8 marzo, quando una manifestazione femminista venne dispersa da una folla di civili.

Le vere intenzioni dello SCAF cominciarono ad apparire molto più torbide a marzo. Si seppe che la Sicurezza Statale stava distruggendo tutti i documenti che provavano le violazioni dei diritti umani e gli altri metodi fascisti del regime. Il 5 marzo, in tutto l'Egitto, i rivoluzionari assaltarono le sedi della Sicurezza Statale per impedirgli di far sparire le prove dei crimini1. In molti casi riuscirono a introdursi negli edifici, ma buona parte dei documenti, quelli più compromettenti, era andata perduta. L'esercito appoggiò gli ufficiali della Sicurezza Statale e tentò di fermare i manifestanti. Lo SCAF non diede nessuna spiegazione, mi sembra ovvio, come avrebbero potuto giustificarsi?

MAYA: il 9 marzo l'esercito permise a provocatori armati di attaccare una manifestazione pacifica in piazza Tahrir, dopo di che represse violentemente la manifestazione e fece arresti2. Alcuni manifestanti furono rinchiusi nel Museo Egiziano, vennero pestati e torturati. Dei soldati dicevano: “Pensate davvero di aver fatto la rivoluzione perché il potere vada a voi?” Alcune donne furono costrette a sottoporsi a test di verginità3. I manifestanti arrestati non furono messi sotto processo civile ma vennero giudicati dai tribunali militari. I tribunali militari hanno già processato migliaia di egiziani, molti arrestati durante proteste pacifiche.

RAMI: il 23 marzo lo SCAF promulgò una legge che criminalizzava gli scioperi e gli incitamenti alla protesta, fortunatamente non furono mai in grado di farla rispettare. Il 28 marzo fu arrestato il blogger Maikel Nabil Sanad che aveva pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “L'esercito non è mai stato dalla parte del popolo”. Argomentava che, dietro la facciata, l'esercito avesse sempre tenuto una linea controrivoluzionaria. Fu condannato senza appello a tre anni di carcere da un tribunale militare4.

Prima lo SCAF era il salvatore del paese, ma a quel punto ci tornò in mente quello che già sapevamo benissimo. Lo SCAF era parte integrante del sistema pre-rivoluzionario. Mohammed Hussein Tantawi, il presidente dello SCAF e quindi il presidente egiziano de facto, era un membro di spicco del PND, il ministro della difesa di Mubarak e un suo buon amico. Lo SCAF era contrario alla successione di Gamal Mubarak al potere ma, per tutto il resto, aveva fatto concessioni alla piazza solo perché non aveva scelta. Anche negli ultimi mesi, tutti i provvedimenti rivoluzionari sono stati strappati all'esercito da manifestazioni popolari. Lo SCAF non ha mai agito di sua spontanea volontà, non ha nessun interesse a riformare il sistema di corruzione di cui esso stesso fa parte, ha paura che le riforme portino alla sua stessa rovina. Per questo abbiamo bisogno di una continua opposizione sociale che spinga la transizione fino a un sistema autenticamente democratico. Quel che mi spaventa è la totale assenza di trasparenza da parte dello SCAF, nessuno sa cosa vuole davvero e chi sono i suoi alleati.

MOHAMED: il 19 marzo si tenne il referendum costituzionale5. Se avesse vinto il SI, la costituzione pre-rivoluzionaria sarebbe rimasta in vigore ma nove articoli sarebbero stati modificati. Dopo le elezioni parlamentari, un'assemblea costituente in parte eletta dal parlamento e in parte direttamente dal popolo avrebbe scritto la nuova costituzione. Se avesse vinto il NO, la costituzione pre-rivoluzionaria sarebbe stata immediatamente annullata e un'assemblea costituente formata dai rappresentanti dei vari gruppi rivoluzionari avrebbe scritto la nuova, dopo di che si sarebbe andati a elezioni parlamentari con la nuova costituzione già in vigore.

Durante la rivoluzione i liberali e la sinistra, gli islamisti e, almeno apparentemente, l'esercito erano stati tutti uniti contro il regime e i suoi pochi sostenitori. Dopo la rivoluzione emersero man mano le divisioni fra questi tre gruppi. Il referendum si trasformò in un confronto indiretto tra i liberali e la sinistra da una parte, e gli islamisti e gli amanti della stabilità dall’altra. Gli amanti della stabilità sono quelli che più simpatizzano per l'esercito.

Iniziò così il focoso dibattito “prima la costituzione” versus “prima le elezioni”. Liberali e sinistra volevano la costituzione prima, perché avrebbero avuto un maggior peso nell'assemblea costituente in quanto forze all'avanguardia della rivoluzione e perché così avrebbero avuto più tempo per prepararsi alle elezioni, visto che al momento la loro organizzazione non è comparabile a quella degli islamisti. Gli islamisti volevano le elezioni prima per i motivi opposti, delle rapide elezioni gli avrebbero permesso di sfruttare il loro vantaggio organizzativo e la loro ampia popolarità, inoltre avrebbero avuto la possibilità di prendere il controllo dell'assemblea costituente.

La mia università era sommersa di volantini dei Fratelli Musulmani, così decisi di dare una mano e distribuii volantini del 6 Aprile per il NO. Beh, vinse il SI con il 77%. Non ci aspettavamo una sconfitta del genere. Gli islamisti usarono una propaganda manipolatoria spudorata. Dissero che chi votava SI era a favore dell'islam e chi votava NO era contro la religione. Sulle schede elettorali il SI aveva colore verde, che tradizionalmente simboleggia l'islam, e il NO colore rosso, reminescente dell'inferno. Questo non aiutò di certo, soprattutto considerando l'alto tasso di analfabetismo. Tutto sta nel capire, all'interno di questo 77%, quanto sia voto islamista e quanto voto per la stabilità.

ALY: prima del referendum facemmo un po' di campagna per il NO nel mio quartiere, ma era un continuo tafferuglio con i salafiti. Ci tiravano via tutti gli striscioni e ci urlavano che eravamo dei senza dio e degli eretici, sai che hanno il pallino dei kuffar [empi]... Il bello è che molti elettori degli islamisti non sono affatto dei buoni praticanti nella vita di tutti giorni. Magari si drogano e vanno a puttane, poi visto che si sentono in colpa votano islamista per compensare per i loro peccati.

L'1 e l'8 aprile ci furono delle manifestazioni da centinaia di migliaia di persone per chiedere riforme contro la corruzione e il processo alla famiglia Mubarak e agli altri massimi responsabili dei crimini del regime. L'8 aprile trenta ufficiali dell'esercito si unirono alla protesta, criticarono lo SCAF e si dichiararono a favore delle richieste dei manifestanti. Lo SCAF non poteva accettare questa ribellione. L'esercito arrivò verso le tre di notte da via Qasr al Nil, ormai non c'erano più tanti manifestanti. Caricarono sparando in aria e disperdendo la folla con taser e manganelli6. Presi un paio di bastonate sulla schiena anch'io. Tutti i soldati ribelli furono arrestati, due furono uccisi e gli altri sono ancora in prigione.

Ancora oggi lo SCAF rifiuta di ammettere che ci sono prigionieri politici, cosa abbastanza logica visto che sostengono che quelli che protestano in piazza Tahrir sono solo criminali comuni. Per questo ultimamente in piazza si sente lo slogan: “Ehi siamo criminali, venite a prenderci”. Hosni e Gamal Mubarak furono effettivamente arrestati il 13 aprile in seguito alle proteste delle settimane precedenti.

MOHAMED: il 7 maggio una folla composta in gran parte di salafiti attaccò la chiesa di Santa Mina nel quartiere popolare di Imbaba. La chiesa fu data a fuoco e dodici persone rimasero uccise, quattro cristiani, sei musulmani e due non identificati7. Molti si chiesero perché la polizia e l'esercito furono così lenti nel fermare gli scontri, e alcuni sostengono che lo stato c'entri qualcosa. Forse è una spiegazione troppo facile. Di certo durante la rivoluzione non ci fu un singolo attacco a una chiesa, nemmeno quando la polizia era scomparsa.

Ogni rivoluzione ha la sua controrivoluzione. I più grandi uomini d’affari del paese traevano enormi benefici dal regime, di conseguenza oggi stanno facendo quel che possono per sabotare la rivoluzione. Stanno dando soldi a criminali perché attacchino i manifestanti e stanno diffamando i rivoluzionari nei modi più biechi. C'è chi sospetta che l'arresto dello studente accusato di essere una spia israeliana sia solo un modo di aumentare la paranoia. È facile convincere i musulmani dei ghetti che tutto il mondo è contro l’islam e che i cristiani in Egitto sono l’avanguardia del nemico. Secondo me i salafiti sono la connessione tra l’Arabia Saudita e la controrivoluzione egiziana8.

6 - 28 GIUGNO-1 AGOSTO – LA SECONDA ONDATA RIVOLUZIONARIA

Il 28 giugno scoppia una rissa tra poliziotti e famiglie dei martiri9. Alcuni familiari dei caduti vengono arrestati. L'incidente scatena immediatamente una potente rivolta contro le forze dell'ordine10, con lanci di pietre e alcune molotov. La polizia reagisce pesantemente lasciando circa mille feriti, ma non riesce a disperdere la protesta. Gli scontri durano tutta la notte11 e i manifestanti restano in piazza anche il giorno seguente.

L'1 e l'8 luglio piazza Tahrir torna a riempirsi di centinaia di migliaia di manifestanti. Al termine della manifestazione dell'8, liberali e sinistra occupano la piazza. La nuova protesta ottiene il licenziamento di seicento poliziotti (ma la maggior parte più che responsabili di gravi violenze sono agenti già vicini al pensionamento12), un nuovo governo, e l'apparizione di Mubarak in tribunale.

Il 23 giugno un corteo degli occupanti nei pressi del Ministero della Difesa viene attaccato da provocatori pagati e abitanti del quartiere, un manifestante resta ucciso. Lo scontro diventa noto come la Battaglia di Abbasiya. Il 29 giugno una grande manifestazione islamista riempie piazza Tahrir. L'1 agosto, primo giorno di Ramadan, l'esercito sgombera violentemente gli occupanti della piazza.

ALY: a maggio stavo andando in depressione. Avevo dato anima e corpo per la rivoluzione, ma tutto sembrava così tragicamente uguale a prima. A voler essere pessimisti, al momento nulla è cambiato se non che prima era al potere Hosni Mubarak, ora è al potere il suo ex ministro della difesa. Mubarak era solo la punta del sistema, la punta è andata ma il sistema è ancora qui ed è ramificato in tutta la società. La gente si comportava come se lo SCAF venisse dal cielo, ma lo SCAF non viene dal cielo, viene dal vecchio regime. Tramite i media di stato che ora controlla, lo SCAF si sta prendendo il merito della rivoluzione anche se non l'ha fatta l'esercito. Continuano a dire che le persone che sono a Tahrir non sono le stesse che hanno fatto la rivoluzione, ma, indovina un po', sono dei provocatori manipolati da spie straniere. Stessa identica tecnica di Mubarak. E le università sono ancora piene di professori che non sono in cattedra per i loro meriti accademici, ma perché la Sicurezza Statale li riteneva politicamente affidabili. Persino il preside della Cairo University è ancora sulla poltrona.

Per tutti questi motivi fu convocata la manifestazione del 27 maggio, che avrebbe dovuto dare inizio alla “seconda rivoluzione”. Fu una manifestazione riuscita, niente di speciale però. Ma di lì a un mese la rivoluzione tornò davvero sulle strade.

MOHAMED: c'erano già stati degli episodi post-rivoluzionari di brutalità poliziesca, ma la violenza sulle famiglie dei martiri era quella linea rossa che non avrebbero mai dovuto oltrepassare. Questo affronto diede il via alla cosiddetta seconda ondata rivoluzionaria.

La manifestazione dell'8 luglio fu enorme13, credo la più grande dopo le dimissioni di Mubarak. Gli islamisti avevano boicottato tutte le manifestazioni successive alla fine del presidente, ma questa volta, di fronte alla gravità degli eventi, non poterono tirarsi indietro. Quella sera i liberali e la sinistra occuparono la piazza, mentre gli islamisti si ritirarono.

ALY: in piazza ci sono due tende particolarmente grandi, quella del Sindacato Indipendente dei Lavoratori e quella della campagna contro i processi militari. Di solito le assemblee si tengono in una delle due. Quando bisogna prendere delle decisioni, ogni tenda della piazza manda i suoi esponenti. Sono andato anch'io a qualche riunione. Le ultime sono state un po' deprimenti perché i vari gruppi si urlavano contro e la discussione non andava da nessuna parte, ma immagino che serva anche questo per crescere.

Ero molto favorevole alla manifestazione al Ministero della Difesa perché mi sembrava che il presidio a Tahrir fosse diventato inefficace. Stavamo lì seduti a non far niente e lo SCAF si limitava a ignorarci. La manifestazione era programmata per sabato pomeriggio, ma un corteo partì spontaneamente venerdì sera in solidarietà con i sit in sgomberati quel giorno dall'esercito in altre città, Alessandria in particolare.

L'indomani il corteo partì da Tahrir alle quattro e arrivò nel quartiere di Abbasiya verso le sei. All'altezza della moschea Elnoor, la strada era bloccata da blindati, camionette, filo spinato e centinaia di soldati. D'un tratto il corteo fu attaccato da lanci di pietre, molotov e pestaggi da parte di molte centinaia di provocatori. Non si poteva scappare in avanti perché c'era l'esercito, né si poteva tornare indietro perché la via era bloccata dalla Sicurezza Centrale, un gruppo paramilitare che dà man forte alle forze dell'ordine in occasioni speciali. Molti abitanti della zona si unirono all'attacco perché gli era stato detto che i manifestanti volevano occupare la piazza della moschea e che erano responsabili dei danni al quartiere causati in realtà dai provocatori14.

Io arrivai alle otto con un gruppo di rinforzi. Trovammo il caos, era pieno di gente armata di coltelli, spade e bottiglie per le molotov. Volavano pietre ovunque, non si riusciva a capire chi era dei nostri e chi no. Cercammo, come altri già facevano, di mediare tra gli abitanti e i manifestanti, di spiegare che si stavano pestando per un equivoco pianificato dai provocatori. Gli scontri si placarono progressivamente dopo che la Sicurezza Centrale si ritirò e gli abitanti si capirono con i manifestanti. Anche molti abitanti si convinsero che il tutto era stato causato da provocatori pagati. Il principale sospetto è un ex gerarca del PND. Dopo le dieci tornammo tutti a Tahrir scortati dagli abitanti di Abbasiya. La battaglia si concluse con trecento feriti, soprattutto tra i manifestanti che erano disarmati. Uno di questi, Mohamed Mohssen di 23 anni, è appena morto in ospedale. Alcuni manifestanti furono rapiti dagli aggressori e consegnati alla polizia, ma sono stati liberati dopo qualche giorno.

LFe: il 23 mi trovai a Tahrir con Mohamed sulle sette. La piazza era semivuota perché tutti erano alla battaglia. A un certo punto arrivò un uomo con la testa e un braccio bendato. Secondo la traduzione di Mohamed, urlava che l'esercito stava pestando i manifestanti ad Abbasiya, che era stato ridotto così dai soldati. Tentò di incitare gli occupanti ad attaccare l'esercito, mossa ovviamente suicida. Rapidamente gli si formò attorno un crocchio da cinquanta persone. Gli dissero: “Com'è possibile? Gli altri che sono ad Abbasiya hanno riferito che l'esercito è rimasto immobile”. Lui insisteva, così gli tolsero le bende per verificare. Sotto le bende era perfettamente sano, era un infiltrato. Lo portarono in una tenda e immagino che si assicurarono che quelle bende gli fossero utili.

L'ultima settimana dell'occupazione fu piuttosto interessante perché arrivarono gli islamisti. Fratelli Musulmani, salafiti e Gruppo Islamico avevano programmato una grande manifestazione contro le leggi sovracostituzionali per venerdì 29. Le leggi sovracostituzionali erano un espediente dello SCAF e di alcuni liberali per evitare una carta costituzionale troppo integralista. Dovevano essere una sorta di carta dei diritti fondamentali che nemmeno la costituzione avrebbe potuto toccare. L'idea fece discutere anche a sinistra e tra i liberali, perché lo SCAF sarebbe diventato il protettore dei diritti da esso concessi e avrebbe quindi avuto un ruolo ingombrante anche a transizione terminata, come in Turchia. Dal canto loro, gli islamisti andarono su tutte le furie e decisero di scendere in piazza.

Ma la piazza era occupata, e gli occupanti fecero sapere che non si sarebbero schiodati. Le trattative finirono con un accordo pubblico per una manifestazione unitaria su temi non controversi, ovvero le usuali richieste rivoluzionarie di giustizia per le famiglie dei martiri, fine della corruzione nella polizia e nel sistema politico, fine delle violazioni dei diritti e dei processi militari ai civili e misure economiche per la giustizia sociale.

Nei giorni precedenti la manifestazione, gli attivisti islamisti si aggiravano per la piazza attaccando striscioni e controllando che tutto fosse a posto. Gli occupanti vigilavano affinché non promuovessero slogan non condivisi. Dopo tutto gli occupanti avevano rinunciato, per amore dell'unità, a fare campagna a favore delle leggi sovracostituzionali o della costituzione prima delle elezioni. Si formavano continuamente capannelli da decine di persone di opposte fazioni, in genere la discussione era molto animata ma civile. Ogni tanto le cose degeneravano e partivano le accuse più efferate. In genere gli islamisti davano agli occupanti degli atei e degli empi e si sentivano rispondere di essere degli ignoranti e dei venduti. Verso le quattro del mattino Mohamed e Aly cominciavano a restare senza voce. Una sera vedemmo un barbuto aggirarsi per il presidio con una foto di Bin Laden e i pollici alzati.

Il 29 luglio fu in pratica la rappresentazione di come la rivoluzione potrebbe finire nella peggiore delle ipotesi. Le proteste in piazza Tahrir sono state portate avanti da liberali e sinistra. Gli islamisti scesero in piazza sottoscrivendo un accordo per una manifestazione su temi condivisi. Dopo di che soverchiarono numericamente gli occupanti e fecero bellamente la loro manifestazione contro le leggi sovracostituzionali e a favore dello stato islamico. Alle due gli occupanti dichiararono che gli islamisti stavano totalmente ignorando gli accordi e ritirarono i propri militanti dalla manifestazione. La mossa era anche volta a minimizzare l'imbarazzante figura che stavano facendo nel confronto numerico.

Io arrivai in piazza sulle tre. Nei pressi della piazza continuavano ad arrivare corriere che sganciavano uomini barbuti e qualche donna coperta dal niqab. I salafiti, probabilmente con soldi sauditi, avevano portato una quantità assurda di contadini da tutti i villaggi della regione pagando viaggio e pasti. A quanto pare c'era circa un milione di persone, e in effetti attorno ai palchi principali non si riusciva nemmeno a camminare15. Sotto al palco degli occupanti, un centinaio di persone scandivano lo slogan: “Alza la testa, sei egiziano!” Erano circondati da migliaia di islamisti che li coprivano con: “Alza la testa, sei musulmano!” Un eroico manipolo di compagni cantava canzoni rivoluzionarie davanti alla tenda dei Giovani Socialisti. Un barbuto andava in giro sventolando la bandiera che i califfati islamici usavano quando conquistavano territori di infedeli, altri brandivano bandiere dell'Arabia Saudita16.

MOHAMED: non c'è nessuna prova, ma mi sembra evidente che i Fratelli Musulmani abbiano un accordo più o meno tacito con lo SCAF. Non hanno fatto altro che gettare acqua sulla protesta post-rivoluzionaria e dire alla gente di tornare a casa e attendere le elezioni. Sono sempre stati dalla parte dell'esercito, anche nelle sue decisioni più repressive. La loro manifestazione del 29 non era contro l'esercito, infatti cantarono molti slogan pro-SCAF. Era contro i liberali e la sinistra, nonostante avrebbe dovuto essere assieme a noi. Temo che lo SCAF e gli islamisti vogliano dividersi le spoglie della rivoluzione, ma non credo sia il caso di essere troppo pessimisti. Gli islamisti sono meno popolari di quel che si crede e il loro incondizionato sostegno allo SCAF gli sta facendo perdere credibilità.

RUTH: gli islamisti non hanno niente a che vedere con le idee dei ragazzi che hanno iniziato la rivoluzione. Ora i Fratelli Musulmani si dichiarano a favore della democrazia e dei diritti, ma sappiamo bene che non sono mai stati tra le loro priorità. La loro condotta nel corso della rivoluzione è stata opportunista e ipocrita. Opportunista perché sono saltati sul carro del vincitore quando hanno capito che Mubarak non ce l'avrebbe fatta e poi si sono messi subito dalla parte dello SCAF. Ipocrita perché sono moderati sui grandi media ma molto più estremisti con la loro base. Ma chi ha fatto la rivoluzione non permetterà tanto facilmente che ci venga rubata, torneremo in piazza quando sarà necessario.

RAMI: non temo una deriva islamista estrema. Innanzitutto è necessario tracciare una distinzione tra la gioventù islamista e i loro leader. I giovani islamisti hanno partecipato alla rivoluzione come tutti noi e credono autenticamente nelle riforme rivoluzionarie. E bisogna riconoscere che gli islamisti erano l'unica reale opposizione pre-rivoluzionaria. I partiti liberali in parlamento erano più o meno dei pupazzetti, la famosa opposizione decorativa.

LFe: al momento mi sembra difficile capire cosa succederà. Anche se gli islamisti prendono la maggioranza in parlamento, ci saranno diversi contropoteri potenzialmente in grado di porre un argine a un integralismo radicale: l'esercito stesso, gli Stati Uniti, i giovani islamisti più progressisti, il presidente della repubblica e l'opposizione sociale dei liberali, della sinistra, dei cristiani e dei sufi.

HEBA: sotto il regime convivevano diverse identità d'opposizione che però non potevano venire allo scoperto, e quindi rimanevano isolate le une dalle altre. Tutte queste identità si incontrarono durante la rivoluzione, eravamo tutti in piazza Tahrir. C'erano i giovani come me, cosmopoliti, liberaleggianti, classe media, con una passione per le scene culturali alternative. Noi e gli islamisti sembriamo provenire da pianeti diversi. E poi ci sono i figli dei comunisti degli anni '70, io non credevo che esistessero ancora comunisti in Egitto e l'ho scoperto durante la rivoluzione.

Per quanto io odi i salafiti, non posso far finta che non esistano, non posso isolarmi nel mio piccolo mondo artistoide. Quelli come me devono capire che viviamo in una società in cui la maggior parte delle persone sono immerse in una cultura capillarmente religiosa. Beh, io stessa sono musulmana. Ma il nostro tempo verrà. L'età media dello SCAF è superiore ai settant'anni, i ragazzi che hanno iniziato la rivoluzione hanno cinquant'anni di meno. Anche se la leadership islamista vince le prossime parlamentari, avremo tempo per costruire un'alternativa.

OUTRO - TAHRIR SGOMBERATA

È il primo giorno di Ramadan, il sole splende forte e le strade sono insolitamente poco affollate. Arrivo in piazza Tahrir alle due, ho appuntamento per un'intervista. Non ho mai visto la piazza così vuota. Molte associazioni avevano comunicato già ieri che avrebbero abbandonato il sit in durante il sacro Ramadan. Inoltre la manifestazione islamista di venerdì scorso deve aver discretamente atterrato il morale degli occupanti.

Sulle due e venti sento una raffica di fischi e vedo dei ragazzini armati di bastoni correre verso l'uscita di via Tahrir. Alcuni sbattono le mazze contro i cartelli stradali e sulle barriere di ferro nel tentativo di attirare più gente possibile. Qualche decina si ferma sulle barricate della piazza, altri si assembrano all'incrocio circa cento metri più avanti. Mi rendo conto che dietro ai manifestanti è pieno di polizia in tenuta antisommossa. E dietro la polizia c'è una fila di veicoli dell'esercito, in cima a ogni veicolo ci sono decine di soldati, alcuni hanno il mitra. I difensori della piazza in questa strada saranno centocinquanta al massimo17. Sono quasi tutti uomini, ma di fianco a me c'è una ragazza con un cappellino militare con una stella rossa piazzato sopra al velo. La tensione sale, io sono uno dei pochi senza bastone. Alcuni ragazzi lanciano pietre ma gli altri dimostranti li fermano e in certi casi li prendono anche a sberle. Temono che gli infiltrati diano all'esercito la scusa per andarci pesante, la paranoia è alle stelle.

Un ragazzo mi dice qualcosa in arabo, io non capisco e rispondo che sono italiano. Lui mi fa: “Go home, you can get killed”. Cerco di ostentare sicurezza e gli dico di non preoccuparsi, lui mi dà una fioca pacca sulla schiena. Iniziamo a parlare di politica, ma all'improvviso la polizia parte. Alcuni scappano verso la piazza. Io mi infilo nella prima laterale, anche questa è piena di veicoli militari ma ci lasciano correre via senza fare una piega. Tento di tornare nella piazza da via Talaat Harb. La strada pullula di poliziotti e militari, io sono alle loro spalle. Provo a capire che intenzioni abbiano, ma nel giro di qualche secondo li vedo caricare la piazza e sfondare quasi subito18. Sento dei colpi, credo stiano sparando in aria. Rientro nella piazza con un gruppetto di civili. Realizzo che sono sostenitori dell'esercito, applaudono e devastano le casse del palco più vicino all'entrata. Poco più avanti dei civili stanno pestando un uomo, ma non riesco a capire chi è chi. La polizia e l'esercito sono nella piazza a centinaia, distruggono tutto quello che gli capita a tiro: tende, palchi, striscioni, banchetti dei venditori19.

Riesco a raggiungere uno sparuto gruppo di dimostranti nei pressi dell'uscita verso il Museo Egiziano. In men che non si dica veniamo caricati, corro come un dannato verso il museo. Un manifestante che scappa di fianco a me non si accorge della mia presenza e, nel tentativo di scansarsi verso i cespugli a lato della strada, mi dà una spallata che mi fa volare in mezzo ai suddetti arbusti. Ho preso una botta sullo stinco ma non sento niente, mi rimetto a correre ma ormai la polizia ha il controllo della piazza e non è più interessata a noi. Poi mi hanno detto che dall'altra parte della piazza molti sono stati pestati e alcuni arrestati. Nel tentativo di riavvicinarmi vedo un ragazzo con la faccia coperta di sangue. Non fanno piu' passare nessuno.

Decido di fare una passeggiata nelle stradine del centro e torno poco dopo da un'altra entrata. Il traffico ha ripreso a circolare regolarmente, la piazza è tornata allo squallore dei tempi di Mubarak, a parte per il fatto che ci sono decine di poliziotti e soldati e un paio di veicoli militari a ogni entrata. Alcune squadre di soldati fanno esercitazioni in mezzo alla piazza con tanto di urla trionfanti, molti hanno la mia età, forse più giovani. La tendopoli che stava in mezzo alla piazza è ridotta a un cumulo di spazzatura. Davanti al Mogamma c'è un numero sproporzionato di militari, ora stanno pregando. Un uomo sta caricando dei rimasugli del sit in su una delle macchine parcheggiate intorno a quello che, meno di un'ora prima, era un accampamento. Sopra al tetto della macchina un ragazzino sventola l'ultima bandiera egiziana rimasta in piedi a piazza Tahrir.

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