La guerra nella “nuova globalizzazione”

6 / 5 / 2022

In un famoso quadro di Albrecht Dürer, uno dei maggiori pittori tedeschi del XVI secolo, ispirato all’Apocalisse di Giovanni, sono rappresentati i quattro cavalieri dell’apocalisse che si abbatte inesorabile sul mondo degli uomini: rappresentano la guerra, la violenza e la morte, la carestia, la pestilenza.

Al di là degli elementi religiosi, mistico-simbolici, è inquietante l’analogia con il tempo presente. Non manca proprio nulla: dalla sindemia alla guerra in Ucraina, non dimenticando mai tutte le altre guerre nel mondo causate dal capitalismo globale, ma anche la povertà diffusa e generalizzata, la violenza contro intere popolazioni in ogni angolo del pianeta, gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, l’aumento incontenibile dei flussi migratori. 

Nello stesso linguaggio quotidiano termini quali catastrofe, apocalisse, rischio di guerra nucleare tra potenze imperiali, armamento, aumento delle spese militari e dei costi dell’energia che ricade sulle stesse possibilità di riproduzione della vita, sono diventati di uso comune. Già tutto ciò è profondamente inquietante: d’altra parte l’esito catastrofico è inevitabile, rispetto all’idea base fondante del capitalismo fin dalle sue origini, ovvero lo sviluppo indefinito di questo modo di produzione nel nome del “progresso”. Come è possibile l’estrazione di valore dalla vita e dalla natura che continua all’infinito in un “mondo finito”?

Questo concetto di una continua manipolazione della natura ha radici profonde nel pensiero dell’Occidente: nel cristianesimo, dove l’uomo fatto a immagine e somiglianza del “Dio onnipotente” può usare a piacimento il mondo della natura per i propri fini, e nella filosofia cartesiana, con la sua separazione tra soggetto e oggetto, tra il soggetto pensante e la materia inerte, che può essere continuamente modificata, trasformata, assoggettata. 

Avevamo già detto che la fine della pandemia (ammesso che sia realmente finita) spacciata dall’ideologia dominante come “ritorno alla normalità”, ci avrebbe restituito quella stessa normalità che è la causa della pandemia stessa, dai cambiamenti climatici all’aumento vertiginoso delle diseguaglianze sociali. Peccavamo di ottimismo: dopo la pandemia, la guerra nel cuore dell’Europa! Emergenza su emergenza, in uno stato di eccezione permanente: è così che funziona il capitalismo e i suoi meccanismi di accumulazione, shock-economy, distruzione e ricostruzione, guerre imperiali e produzione di armamenti come principio costituente. 

Ma veniamo all’ultima “emergenza-guerra”: la questione è estremamente complessa ed è difficile dipanare la sua multidimensionalità, il sovrapporsi di problematiche che scavano nelle profondità della storia. Dalla questione specifica dell’Ucraina alle tante problematiche geopolitiche accorse dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, senza dimenticare il tentativo della NATO e dell’Occidente di occupare quello spazio dal punto di vista egemonico. L’Ucraina ha una posizione strategica, sia per il passaggio del gas russo a cui l’Europa è subordinata, sia per la produzione di grano, ed è strategica anche per la NATO, per quanto riguarda il posizionamento della sua potenza bellica proprio a ridosso dei confini orientali con la Russia e con il continente asiatico.

Dall’altra parte c’è Putin, con le sue mire nazional-imperiali, il mito della grande Russia, quasi il riverbero dalle viscere della storia dell’impero zarista che va però pienamente collocato nelle logiche contemporanee dell’estrattivismo, dove la riconquista dell’Ucraina diventa punto centrale da svariati punti di vista, non secondi quelli di tipo etnico, culturale, linguistico.

In ogni caso, se Putin è una delle peggiori espressioni di una cultura politica reazionaria, autoritaria, patriarcale e omofoba, feroce repressore di ogni opposizione interna (basti vedere la feroce repressione contro chi manifestava contro questa guerra), non per questo l’Ucraina di Zelensky aspira a un modello di società democratica, con la feroce repressione contro gli oppositori, gli eccidi nel Donbass filorusso, la forte presenza di elementi neonazisti, l’asservimento e la funzionalità agli obiettivi degli Stati Uniti e della NATO. 

Gli ideali di autodeterminazione e libertà sono di per sé contenitori vuoti, se staccati dalla lotta per la liberazione dallo sfruttamento, per una società più giusta, per l’eguaglianza sociale, se in essi viene rimossa la lotta di classe. La recente carovana fatta in Ucraina da delegazioni di sindacati di base provenienti da varie parti del mondo, promossa dall’ International Labour Network of Solidarity and Struggles, ha dimostrato che una “resistenza di classe” esiste e può diventare un reale punto di riferimento le reti di solidarietà internazionale che si stanno attivando dall’inizio del conflitto.

Grazie a queste esperienze, abbiamo maggior forza nel criticare la rinascita di un immaginario che sta facendo del “patriottismo di guerra” un collante che tende sempre più a rimuovere l’elemento di classe. Ma che autodeterminazione è quella che, al contrario, cerca di assoggettarsi alle potenze capitalistiche imperiali, come nel caso dell’Ucraina con il blocco occidentale e la NATO?

In realtà, l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è seguita si dislocano sul piano globale da fattori che vanno oltre la contesa regionale, in primis la ridefinizione geopolitica dei territori e delle sfere di influenza egemoniche delle varie potenze in una fase storica che non ha ancora pienamente assorbito la fine della Guerra Fredda e del bipolarismo. Sopra, nei piani alti del comando capitalistico globale, a guidare i giochi di potere, ci sono gli Stati Uniti di Biden, che tenta di rilanciare una egemonia americana fortemente in declino, ricompattando l’occidente attorno al riarmo contro il nemico russo, con il solito richiamo ai “valori occidentali” che in realtà celano la competizione economica e tecnologica con l’altra grande potenza globale, la Cina. Questa, pur rimanendo sullo sfondo, è l’altra grande protagonista della ridefinizione geopolitica di questa “nuova globalizzazione”. 

Se alcuni parlano di fine della globalizzazione e di un ritorno degli stati nazione, prendono un colossale abbaglio. La globalizzazione è un processo irreversibile, tale l’intreccio inestricabile tra multinazionali, filiere produttive, delocalizzazioni, trattati commerciali tra stati, gruppi di pressione, oligarchie pubbliche e private. La globalizzazione non è uno spazio liscio, dato una volta per tutte, ma un processo in continuo divenire, di de-territorializzazione e ri-territorializzazione, come direbbero Deleuze e Guattari. La posta in gioco sono le sfere di influenza ed egemoniche su grandi macroaree imperiali e regionali, disegnando una nuova globalizzazione “multipolare” e stratificata su più piani territoriali.

È comprensibile che la posta in gioco di questa guerra sia l’egemonia all’interno del macro-processo di ridefinizione del capitalismo e dei suoi asset. Per questa ragione il conflitto sta investendo completamente anche la sfera narrativa. Vediamo probabilmente per la prima volta come la propaganda di guerra abbia completamente sussunto la comunicazione mediatica e l’infosfera

In particolare nel nostro Paese, le posizioni guerrafondaie penetrano ovunque, non c’è giornale, televisione, dichiarazioni pubbliche che non ne siano pregni. Armi all’Ucraina e sottomissione totale alla volontà americana di prolungare la “guerra per procura” degli ucraini, sudditanza dell’Occidente verso il rafforzamento della NATO, aumento vertiginoso delle spese militari a scapito della spesa sociale per la salute, la cura, il reddito, per una “vera transizione ecologica” con massicci investimenti sulle rinnovabili. Al contrario: ancora gas, petrolio, carbone. Gli effetti di questa guerra sono proprio contro i grandi movimenti moltitudinari che si sono espressi in questi anni, contro le nuove lotte di classe anticapitaliste.

In un quadro sempre forzosamente polarizzato, dall’altro lato vediamo i più o meno soliti “rosso-bruni” schierarsi e tifare Putin senza curarsi non solo delle migliaia di vittime che l’invasione sta causando, ma anche dell’enorme sfruttamento e sofferenza sociale che la guerra sta causando a milioni di lavoratori e lavoratrici in Russia. 

Ma ci permettiamo di sottolineare in particolare il ruolo guerrafondaio assunto dal PD nel nostro paese, che è arrivato addirittura a tirare in causa la lotta partigiana in Italia adattandola ad un contesto che non c’entra nulla. Intanto, nella maggior parte dei casi per l’Ucraina non si tratta di lotta partigiana, ma di un vero e proprio esercito ben armato ed addestrato da anni dalla NATO. La definizione classica di guerra partigiana è invece quella di guerra irregolare, di “guerriglia” fatta da volontari per liberare il proprio territorio dagli oppressori e creare un nuovo potere costituente: è guerra civile contro lo Stato, non tra Stati. Ma a parte queste considerazioni, come mai il PD di Letta esalta addirittura la lotta armata di resistenza degli ucraini, quando da sempre usa il concetto di violenza per attaccare e criminalizzare ogni movimento antagonista che pratica forme radicali di lotta?

In generale la narrazione guerrafondaia obbedisce agli stessi schemi usati nel periodo emergenza Covid: se esprimi dubbi, critiche, perplessità sei immediatamente bollato come “no vax”. Oggi, nella guerra, se ti esprimi contro il riarmo, sei allora “filo Putin”: uno schema dualistico, che toglie spazio ad ogni punto di vista autonomo o non omologato alla narrazione ufficiale. Mai come ora il terreno della comunicazione indipendente e autonoma diventa centrale per tutti i movimenti.

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