Il 15 settembre del 2008 rimarrà alla storia.È il giorno del crollo di Lehman Brothers.I Balcani non ne sono rimasti immuni.

La crisi economica morde i Balcani

L'Eldorado europeo è stato saccheggiato

27 / 9 / 2013

Il 15 settembre del 2008 rimarrà alla storia. È il giorno del crollo di Lehman Brothers, colosso globale della finanza. È da lì che è cominciata la crisi, la peggiore dalla grande depressione del 1929, che ancora morde le economie di mezzo mondo. Da cinque anni esatti.

I Balcani non ne sono rimasti immuni. Era inevitabile. Molteplici le ragioni. La principale, tuttavia, sta nelle difficoltà incontrate da molti paesi dell’Unione europea, che rimane in assoluto la principale investitrice nella regione. Avendone la crisi frenato lo slancio, ogni voce delle economie dell’oltre Adriatico (export, prodotto interno lordo, disoccupazione) ne ha risentito.

Ma com’è andata, nel dettaglio, nei Balcani? Qual è il bilancio economico di questi cinque anni? Quali le sfumature politiche della crisi? Iniziamo con i paesi che sono già membri dell’UE: Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria.

Slovenia, fine di un modello

La Slovenia è tra i paesi, circa una trentina al mondo, i cui livelli di attività economica sono inferiori a quelli pre-crisi. La dimensione complessiva dell’economia1 era di 49 miliardi di dollari nel 2009, mentre nel 2012 si è attestata a quota 45. In questo stesso arco di tempo il reddito pro capite è sceso da 24.367 a 22.193 euro. Quanto al Pil, è crollato di oltre sette punti nel 2009 e dopo una leggera ripresa nel 2010-2011 è tornato nel 2012 sotto la quota della crescita zero: -2,3%. Le previsioni rivelano che da qui a fine anno Lubiana dovrebbe perdere altri due punti. La disoccupazione, infine. Era al 5,9% nel 2009. Ora lambisce i dieci punti percentuali.

L’origine dei guai sloveni, in buona sostanza, sta nella politica dissennata dei prestiti elargiti dalle banche, che hanno gonfiato la bolla immobiliare. L’arrivo della crisi internazionale l’ha fatta esplodere, aumentando notevolmente il numero dei mutui non performanti – il loro valore ha toccato quota sette miliardi di euro – e portando il settore del credito al collasso. È venuto così a mancare il pilastro principale di un’impalcatura economica in larga parte controllata dallo stato (i tre principali istituto di credito sono ad esempio in mano pubblica), spesso vista come modello positivo dall’estero.

La crisi non ha risparmiato la politica. Il governo di centrodestra guidato da Janez Janša – per la cronaca, a giugno s’è beccato due anni sulla base di un’accusa di corruzione – è capitolato in seguito alle proteste popolari scoppiate a causa delle politiche di austerità. A Janša è subentrata Alenka Bratušek, esponente del partito Slovenia Positiva. Alla guida di una coalizione a trazione progressista-liberale s’è caricata sulle spalle l’arduo compito di evitare il crack. Senza avere troppi margini di manovra, però. L’attuale esecutivo ha lanciato un programma di privatizzazioni imponente, concordato con Bruxelles. Sul mercato ci sono diversi pezzi pregiati, tra cui la compagnia di bandiera Adria Airways, Telekom Slovenije e Nova Kreditna Banka Maribor, il secondo istituto del paese.

Nel frattempo, seppure in ritardo, dovrebbe andare in porto a ottobre il varo della bad bank, dove convogliare i mutui non ripagati. Sarebbe dovuta partire a giugno, ma l’UE ha voluto verificare il reale ammontare dei mutui spazzatura, temendo che fosse addirittura superiore ai sette miliardi.

La bad bank potrebbe comunque non bastare. La Slovenia ha bisogno del bailout o quanto meno è solo all’inizio del calvario delle riforme, dice qualcuno a Bruxelles. Da parte sua il governo cerca di convincere l’UE che il paese non è così malconcio, con un occhio agli equilibri della maggioranza (il Partito dei pensionati è contrario a ogni ritocco degli assegni sociali e i liberali della Lista Civica si oppongono all’aumento delle tasse). Intanto le stime indicano che nel periodo 2014-2017 ci sarà una ripresa. Ma tutto dipende da come le variabili attualmente sul tappeto si incastreranno tra loro.

Il malato croato

Anche Zagabria, come Lubiana, è nel plotoncino di paesi la cui attività economica, in questi anni, s’è contratta. A differenza del caso sloveno, quello croato è più il frutto di una serie di nodi strutturali accumulatisi nel corso degli anni, venuti di colpo a galla con la crisi: export debole, competitività deficitaria, corruzione, turismo troppo legato alla stagionalità.

Con la sola eccezione della crescita zero del 2001, il Pil è sceso continuamente nel corso dell’attuale congiuntura, perdendo 6,9 punti percentuali nel 2009, 2,3 nel 2010 e due nel 2012. Quest’anno si tornerà alla crescita zero, come nel 2011. Così almeno pare. Quanto a disoccupazione e debito pubblico, la prima ha toccato il picco (21,3%) nel febbraio di quest’anno, secondo l’Istituto croato di statistica, scendendo poi all’attuale 18,5%; il secondo, in crescita costante, si aggira sul 60%.

Lo scenario socio-economico è tra i motivi, assieme all’emergenza corruzione (l’ex primo ministro Ivo Sanader è stato condannato a dieci anni), che alle elezioni del 2011 hanno portato l’Hdz, storico partito della destra, a lasciare la plancia di comando ai socialdemocratici. L’attuale primo ministro Zoran Milanović, tuttavia, s’è ritrovato con le mani legate, dando corpo a una politica di sacrifici che ha inoculato malumore e sfiducia tra la popolazione.

La Croazia dovrebbe ripartire, anche se lentamente, nel prossimo triennio. Una possibile iniezione potrebbe essere fornita dai fondi strutturali e di coesione dell’UE. Da qui al 2017 Zagabria riceverà circa 11 miliardi di euro. Una dote tutt’altro che irrilevante, se verrà utilizzata intelligentemente.

La lunghissima protesta di Sofia

L’istantanea sull’economia bulgara è ingannevole. Il paese ha uno dei debiti pubblici più bassi dell’intera Europa (17-18%), la disoccupazione è stata calcolata in agosto al 10,7% secondo l’Agenzia per il lavoro e a parte il -5,5% del 2009 la crescita è stata sempre in positivo, seppure senza scatti formidabili.

Ma la crisi s’è sentita, anche a Sofia. Andando oltre i puri dati numerici, emerge come la congiuntura globale abbia scoperchiato la pentola, facendo dilagare la disperazione dei ceti più poveri della popolazione e il malcontento delle classi medie, stufe del nepotismo delle élite e desiderose di incidere maggiormente nei processi decisionali.

Questi due fenomeni, saldandosi, hanno determinato le due grosse ondate di proteste che hanno attraversato il paese nel 2013. La prima, registrata a febbraio e sospinta dai rincari mostruosi dell’energia elettrica, ha portato alle dimissioni del primo ministro Boiko Borisov e al voto anticipato. La seconda, ancora in corso, da ormai tre mesi, è iniziata dopo che il nuovo governo guidato dal socialista Plamen Oresharski ha nominato Delian Peevski, rampollo di una delle più potenti famiglie della Bulgaria, a capo dei servizi di intelligence (Dans) La scelta, percepita come l’ennesimo patto tra politica e grandi affari, ha scatenato la rabbia popolare, riversando migliaia di persone in piazza. La marcia indietro del governo su Peevski non è servita. Le manifestazioni sono proseguite, anche durante l’estate. Le parole d’ordine della protesta sono nuove elezioni, nuova legge elettorale, rinnovamento della classe dirigente, trasparenza. Difficile che si ottenga tutto questo. Ciò che è certo, invece, è che se non ci fosse stata la crisi il fermento sociale e politico non avrebbe trovato una spinta propulsiva.

Romania: dalla crisi economica alla crisi istituzionale

L’economia romena ha avuto una netta battuta d’arresto nel 2009, perdendo oltre sei punti percentuali. La recessione è continuata nel 2010 (-1,1%). Secondo alcuni analisti la cattiva congiuntura è imputabile anche al processo di transizione dettato dall’ingresso in Europa del 2007. La crisi ha infatti spinto verso il fallimento definitivo molte delle aziende che avevano faticato a uniformarsi al nuovo corso.

Nel 2011 l’economia ha iniziato a riprendersi, nonostante i tagli imposti dal governo conservatore di Emil Boc, messo al tappeto dalle grandi proteste popolari anti-austerity del febbraio 2012. A Boc è succeduto Mihai Ungareanu, ex ministro degli Esteri. Ma la sua giunta ha retto poco, finendo con l’essere sfiduciata in aprile. Si è così arrivati al ribaltone pianificato da tempo da Victor Ponta, giovane e ambizioso numero uno del Partito socialista, spalleggiato dal Partito liberale nazionale e dal Partito conservatore. Il presidente della repubblica Traian Băsescu l’ha nominato primo ministro a maggio 2012. Dopodiché Ponta e i suoi alleati hanno attuato quello che è stato definito dagli avversari politici un “golpe bianco”, occupando tutte le poltrone che contano e arrivando all’impeachment di Băsescu, poi fallito.

Le elezioni del dicembre 2012, a ogni modo, hanno dato la vittoria all’anomalo terzetto socialista-liberale-conservatore, che a livello economico ha evitato di maneggiare le forbici così disinvoltamente, come aveva fatto Boc. In questo è stato aiutato dalla ripresa. Comunque sia, Ponta s’è voluto tutelare firmando lo scorso agosto un accordo precauzionale da quattro miliardi di euro – dovrebbero essere usati solo in caso di emergenza – con Fmi e UE. È il terzo pacchetto di aiuti che Bucarest riceve. Il primo, il più consistente, da venti miliardi, arrivò nel 2009. Il secondo, sempre precauzionale, fu negoziato nel 2011.

Dopo la rassegna sullo stato delle economie dei quattro membri balcanici dell’UE, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria, è venuto il momento di guardare anche a Serbia, Bosnia, Montenegro, Macedonia, Albania e Kosovo, i sei paesi della regione ancora fuori dallo spazio comunitario. Anch’essi in questi cinque anni, tanti ne sono passati dal crack di Lehman Brothers, hanno dovuto fare i conti con calo degli investimenti, problemi di liquidità, fallimenti aziendali, coalizioni traballanti e altre questioni che sono rimbalzate sulle cronache, abituandoci a masticare il gergo della crisi. Vediamo com’è andata nei vari contesti.

Il peso di Kragujevac

La Serbia è uno dei paesi balcanici più martellati dalla crisi. Nel 2009, anno in cui il Pil è sceso del 3,5%1, è stata soccorsa dal Fondo monetario internazionale (Fmi) con un’iniezione da tre miliardi di euro.

Nel corso dell’attuale congiuntura molti dei parametri macroeconomici sono andati peggiorando. Il debito pubblico ha sfondato il tetto del 60%, dal 38% del 2009. La disoccupazione è cresciuta dal 17,4% a più del 23%. L’inflazione era dell’8,1% nel 2009, ora è a più del 9%, dopo il picco dell’11,1% registrato nel 2011.

È anche in virtù di questi numeri che nel 2012 c’è stato il terremoto politico che ha spodestato dal potere Boris Tadić e il Partito democratico, facendo salire alla presidenza Tomislav Nikolić e lasciando spazio, al governo, a un binomio tra i socialisti (il loro leader Ivica Dačić è Primo ministro) e il Partito progressista, fondato dallo stesso Nikolić. Alcune mosse, come il rafforzamento del controllo governativo sulla Banca centrale e il recente siluramento di Mlađan Dinkić da ministro delle Finanze, ritenuto troppo “prudente”, hanno preoccupato un po’ i mercati e lo stesso Fmi, con cui Belgrado sta difficoltosamente negoziando un prestito precauzionale.

Eppure il cambio di rotta non è stato così radicale. Anche questo governo punta moltissimo sugli investimenti dall’estero, che negli ultimi tempi sono aumentati vistosamente, favorendo la ripresa. A metà 2013 la Serbia è uscita dalla recessione grazie al boom delle esportazioni, trainate dalla fabbrica Fiat di Kragujevac, che ha iniziato a produrre l’anno scorso. Kragujevac è un irrinunciabile pilastro per l’economia serba, ma anche un rischio, visto che il paese è troppo vincolato alla produzione Fiat.

Ultima nota: in questi ultimi anni s’è molto parlato del fenomeno degli investimenti italiani in Serbia. Sono in ascesa, certo. Ma il fatturato delle nostre imprese a Belgrado e dintorni (546 milioni di euro) è ancora inferiore, stando a quanto riporta la banca dati dell’Ice, a quello realizzato dalle aziende che hanno messo radici in Romania (6719), Slovenia (1053), Croazia (1474) e Bulgaria (1002). Senza contare che la Serbia, in termini di competitività, lascia ancora molto a desiderare. Il nuovo eldorado descritto da una buona fetta della stampa italiana non c’è. Non ancora.

L’impasse bosniaco

Il paese è imbalsamato. E c’è una relazione di diretta proporzionalità tra la stasi politica e quella economica. La classe dirigente non fa più riforme, l’economia non cammina, la prospettiva europea rimane lontana. Sarebbero addirittura circa mille le leggi da emendare per adeguare l’ordinamento a quello comunitario, ha riferito tempo fa la rappresentanza UE a Sarajevo.

La progressione del Pil nel corso della crisi è poco consolante. Perdita contenuta rispetto alla media nel 2009 (-2,9%), crescita bassa nel 2010 (0,7) e nel 2011 (1,3), nuova recessione nel 2012 (-0,7%) e ripresa anemica quest’anno, che ha riportato le dimensioni complessive dell’economia nazionale a superare il livello pre-crisi. Il quadro dovrebbe migliorare nei prossimi anni, portando la disoccupazione, altro grosso guaio del paese, sotto il 25%. Ma questa scossa è piccola, rispetto al grande terremoto che servirebbe a rimettere in carreggiata la Bosnia.

La fragilità kosovara

La buona notizia: la crescita non ha risentito della crisi, è andata avanti con discreti ritmi. Al di là di questo, il Kosovo deve fronteggiare un’ampia serie di criticità, tra cui spiccano l’assenza di grandi imprese e l’export pulviscolare, la corruzione, gli intrecci tra politica e criminalità, il calo degli investimenti dall’estero e la generale fatica nel calamitarli, il tasso di disoccupazione enorme, particolarmente accentuato tra la fascia giovane della popolazione.

Una mano potrebbe arrivare dalla firma degli Accordi di associazione e stabilizzazione con l’Unione europea, una “ricompensa” offerta da Bruxelles dopo l’intesa recente sull’assetto del Kosovo con la Serbia, a sua volta premiata con l’apertura dei negoziati di adesione, che dovrebbe arrivare all’inizio del 2014. L’economia del Kosovo, ancora fragilissima, potrebbe trarre giovamento dall’avvio di una relazione concreta con l’UE.

Tirana: calano le rimesse

Alla stregua del Kosovo, anche l’Albania ha continuato a crescere, malgrado la crisi. Negli ultimi due anni, tuttavia, l’economia ha avuto dei rallentamenti.

Lo scenario non è comunque roseo. Sulle performance di Tirana pesano la contrazione delle rimesse, voce importante della ricchezza nazionale. Nonché le crisi di Italia e Grecia. Da quest’ultima, il paese in assoluto che vanta la più consistente minoranza albanese, s’è registrato un flusso migratorio di ritorno. Il nuovo governo di Edi Rama, capo del Partito socialista, dovrà lavorare intensamente, se vuole garantire progresso al paese.

Il destino incerto del Kap

Brusca frenata nel 2009, buona ripresa nel 2010-2011, crescita zero in questi ultimi due anni. Questo l’andamento dell’economia montenegrina nel quinquennio post-Lehman Brothers. Con l’aggravante che il debito pubblico è schizzato verso l’alto: era al 38% nel 2009, oggi supera il 50%. Cifra non così allarmante. Se non fosse che, appunto, la crescita del debito è stata molto rapida.

La causa principale sta nel fatto che il governo ha convogliato parecchi soldi nel Kap, impianto che produce alluminio, alle porte della capitale Podgorica. In evidente sofferenza. Il 65% delle azioni del Kap, primo datore di lavoro del paese e prima fonte dell’export nazionale, era stato rilevata qualche anno fa dal tycoon russo Oleg Deripaska, al tempo del diluvio di rubli piovuti sul paese. Il patto tra l’oligarca e il governo è saltato dopo qualche anno. Ora è in corso una dura battaglia a colpi di carte bollate.

Intanto, lo stato finanziario del Kap è andato progressivamente peggiorando. La spina non è stata staccata, malgrado il Fondo monetario abbia più volte consigliato questa opzione. Podgorica, che ha ricomprato quasi la metà delle azioni di Deripaska, vuole evitare il crack. Così ci mette soldi. Ma il debito sale e potrebbe diventare incontrollabile.

Non solo. La faccenda rischia di avere ricadute anche sul piano politico. Il Partito socialdemocratico, socio minore della coalizione, guidata dal Partito dei socialisti democratici di Milo Đukanović, tornato primo ministro dopo le elezioni dello scorso autunno, ha rigettato lo scorso agosto il piano di salvataggio del Kap (ora in procedura fallimentare), mettendo in seria difficoltà la tenuta del governo. I destini del Kap e di Đukanović, padrone del paese da più di vent’anni, sembrano legati tra loro.

La stabile incertezza macedone 

È forse il paese che meglio ha retto l’urto della crisi. Quadro finanziario stabile, Pil senza cadute verticali nel 2009, debito sotto controllo. Anche la stabilità governativa, nonostante le tensioni dello scorso inverno (l’opposizione socialdemocratica boicottò il Parlamento) e i continui ritocchi agli equilibri con i soci albanesi della coalizione messi in atto dal Primo ministro Nikola Gruevski, tutto sommato c’è.

La disoccupazione resta alta, tuttavia. Troppo alta. Ci sono inoltre alcuni segnali che indicano qualche difficoltà. È il caso del rallentamento del mercato immobiliare e dei recenti screzi doganali con il Kosovo, riportati recentemente da Osservatorio Balcani e Caucaso, come dell’esposizione alla crisi della Grecia, che malgrado la ventennale tensione diplomatica alimentata dalla vertenza sul nome da attribuire alla Macedonia a livello internazionale, nel corso degli anni ha investito significativamente a Skopje, di cui peraltro risulta il primo esportatore.

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