In uno straordinario documentario la regista kurda Nezahat Gündoðdu racconta la storia delle ragazze di Dersim e del processo di 'turchizzazione' che ha tentato di cancellare la loro identità

Kurdistan - Figlie perdute

23 / 2 / 2011

Una ciocca di capelli. È quello che le ragazze scomparse di  Dersim hanno lasciato dietro di loro, alle loro madri, alle loro famiglie. Una ciocca di capelli che ricorda l’orrore delle operazioni militari turche lanciate tra il 1937-38 contro la città di Dersim, dove la maggioranza della popolazione era composta di kurdi aleviti.

Due di loro si rincontrano oltre 70 anni dopo, raccontano il trauma che hanno dovuto affrontare, la perdita, il distacco dalla propria casa, dal proprio villaggio, lo strappo dalle loro radici, il divieto di parlare kurdo. La rimozione del proprio passato attraverso quello che Kemal Atatürk rivendicò come un tentativo di “portare la civilizzazione”. Mostrato al festival Internazionale di Istanbul a aprile e approdato a Roma a metà dicembre nell’ambito di Hèviya Azadiye (Speranza di Libertà), il terzo Festival del cinema kurdo, rassegna promossa dall’associazione Europa Levante, il documentario Le ragazze scomparse di Dersim, ricostruisce attraverso il filo della narrazione, i tragici avvenimenti che sconvolsero la vallata del fiume Monzur: centinaia di fanciulle giovanissime, esiliate, consegnate alle famiglie dei soldati di alto rango per essere “turchizzate”.


Ne è autrice la documentarista Nezahat Gündoðdu, nata nella provincia di Erzican nel 1968, e cresciuta a Istanbul, rimasta nelle carceri turche per 6 anni a causa delle sue opinioni politiche, mentre era ancora iscritta alla facoltà di architettura della Tracia. È tornata libera nel 2001 e si è appassionata al cinema: ha impiegato oltre tre anni di ricerca, alla fine dei quali è riuscita a rintracciare 50 ragazze scomparse; di altre 70 ha ricostruito i nomi dei familiari. Altre centinaia rimangono un passato senza nome. In mano ai loro famigliari solo due ciocche di capelli, che è anche il sottotitolo del documentario della Gündoðdu, e che rispecchia una tradizione di Dersim. Sono state delle inchieste e dei reportage giornalistici nel 2008 a rivelare al pubblico turco questo tragico capitolo che la storia ufficiale ha cercato negli anni di cancellare. Nezahat Gündoðdu, è partita dagli archivi per poi lasciare spazio alla ricerca sul campo, ha cercato le sopravvissute e le ha lasciate parlare. Nel documentario due storie si intrecciano e sovrappongono: quella raccontata in prima persona da due ragazzine che hanno sperimentato l’esilio e l’allontanamento e quella di due famiglie che ancora oggi cercano le loro ragazze scomparse. Huriye nel ’38 aveva 8 anni, viveva con suo zio: fu catturata mentre si nascondeva nel bosco e portata a Ovacik, poi a Elaziz: lì il primo incontro con un rasoio. Molte di loro raccontano di essere state rasate, poi portate a fare un bagno, presero loro la misura dei piedi, per trovare loro delle scarpe adatte. Figlie perdute, costrette a imparare il turco, a cui per anni fu vietato di parlare la loro lingua madre. Durante l’operazione molte ragazze subirono violenza fisica. A distanza di anni negli occhi delle ultrasettantenni cugine intervistate dalla regista si comprende quanto ancora sia difficile per loro raccontare e raccontarsi. Un incredibile percorso all’indietro per recuperare la propria identità. Anche perché le operazioni militari del 1937-38, sono proseguite sottoforma di repressione culturale fino agli anni ’90: una repressione che si è instillata nelle menti di chi è originario di quelle vallate e che ha generato altro silenzio. 

Secondo i dati ufficiali almeno il 10% dell’intera popolazione di Dersim fu uccisa: otre 13.000 le vittime civili, 22.000 esiliati, e gli orfani furono sottoposti a rigide politiche di “turchizzazione” (i dati non ufficiali parlano però di numeri ben diversi). La sfida alla storia ufficiale turca è recentemente riapparsa anche nel libro pubblicato da Hasan Saltuk, proprietario della etichetta discografica Kalan, ricercatore e etnomusicologo autore di un nuovo testo sui massacri del 1938 di Dersim pubblicato nel 2010 dopo 9 anni di ricerche tra fotografie, documenti storici e interviste sul campo. Perché quello di Dersim rappresenta un trauma radicato nella coscienza kurda e nelle menti di chi è originario di quelle provincie, plasmate tra le montagne. Raffigura l’esilio per antonomasia. E ancora l’esilio è al centro anche del film della regista kurda Ayten Mutlu, un altro film interessante nella rassegna romana: esilio come destino interiore, fatto di passato perduto nel film “Zara”, anche se il suo approccio è tutt’altro che documentaristico. Alla regista Mutlu, che oggi vive in Svizzera, non interessano le storie personali ma l’approccio sperimentale, intimista, al vissuto del singolo. Nel suo film la simbologia è tutto: lo specchio, simbolo dell’addio al mondo nella religione alevita, la calce che rappresenta i confini che imprigionano uomini e donne, i militari di cui la regista mostra solo le gambe perché non “vuole lasciare il palcoscenico al militarismo turco” spiega, “perché i militari sono simbolo di violenza indipendentemente dalla divisa che indossano”. Dersim torna anche nel suo film: nell’immagine suggestiva e straziante di uomini impiccati, la regista fa riferimento ad una foto che esisterebbe realmente negli archivi turchi e che non è mai stata consegnata alla stampa; un ricordo delle rivolte alevite represse nel sangue, dei leader del movimento di liberazione di Dersim impiccati e sotterrati in un luogo sconosciuto; un omaggio ai capi della difesa del popolo e ad una storia ancora adombrata dalla versione ufficiale dei fatti.

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