Jungle, au-revoir!

La bidonville di Calais rasa al suolo, i migranti espulsi con la forza, l’"operazione umanitaria" prosegue la "pulizia" della "jungle" con manganelli e gas lacrimogeni. Le condizioni di vita dei rifugiati sono peggiorate e aggravate dalla distruzione del campo alla frontiera con la Gran Bretagna.

28 / 10 / 2016

Lunedì 24 ottobre circa 1900 migranti sono stati ridistribuiti nei 280 CAO, Centri di accoglienza e di orientamento, previsti dalle prefetture francesi per alloggiare a tempo indeterminato i richiedenti asilo. Solo 45 autobus sono partiti sui 60 previsti il primo giorno di sgombero della bidonville. Martedì circa un migliaio le partenze registrate, mentre oltre la metà degli accampati non si allontanava da ciò che resta del campo in via di demolizione, sotto i riflettori invadenti e permanenti dei giornalisti accreditati dalla prefettura che ha organizzato un programma di veri e propri tour accompagnati. Assistiamo alla distruzione della "jungle" in diretta, allo sfollamento militarizzato con il suo registro dei numeri in cui si contano posti e autobus, mentre si ignora il destino sempre più drammatico di chi cerca di raggiungere la costa inglese.

Tutto parte col fumo alle spalle del mezzo km attualmente più fotografato d’Europa. Quello dove si concentrano centinaia di metri di barriere metalliche per filtrare, regolare, controllare la circolazione delle persone, decine di mezzi della polizia e interminabili file di uomini, donne e bambini, ragazzi con bagagli, zaini, valigie e borse diretti da qualche parte in Francia. In villaggi, paesi o città più o meno grandi di cui la maggior parte di loro scopre il nome all’arrivo. Una lezione di geografia lunga quanto il tragitto in autobus. Quasi tutti i legami e le relazioni costruite durante la permanenza nell’accampamento vengono rotte, pochi sono quelli che riescono a non dividersi sia per mancanza di posti sia per ragioni amministrative o di status giuridico.

Da mercoledì le partenze si sono fatte sempre più rare, molti rifiutano di andarsene o di partecipare al viaggio organizzato dal ministero degli Interni e hanno deciso di accompagnare l’agonia della "jungle" e gli ultimi momenti di vita collettiva. Aspettano la Polizia e come ogni sera proveranno ancora a passare, continueranno a tentare di salire sui mezzi in transito spostandosi di qualche km, o tornando nei soliti posti una volta scemata l’attenzione mediatica e la presenza di foto-video reporter e polizia. La fase coercitiva dell’evacuazione è comunque cominciata ben prima dell’operazione "umanitaria". Il fatto stesso di controllare la zona con ordinanze prefettizie nel quadro della legge d’emergenza e il conseguente accesso al campo delle forze dell’ordine (tutti i corpi, comprese quelle in civile come la BAC, Brigade Anti-Criminalité), seguite poi dai mezzi di demolizione (dell’impresa Vinci, la stessa che ha in appalto l’evacuazione della ZAD, Zone à défendre contro la grande opera di devastazione ambientale a Notre Dame-des-Landes), non è certo un invito alla "libera scelta" di restare in Francia. 
Infatti, chi si oppone alla partenza teme di finire nei CRA (Centro di detenzione amministrativa) al momento saturi; sussiste, quindi, un ulteriore dubbio rispetto alla prospettiva del tempo di permanenza nei CAO che restano un luogo di alloggio temporaneo, dove i migranti che decidono di richiedere l’asilo sanno che corrono il rischio di essere respinti in Italia o in Grecia dove hanno rilasciato le loro impronte digitali.

La sicurezza per buona parte degli abitanti della "jungle", almeno un terzo, si riduce al rimanere nella capanna fino all’ultimo e poi cercare un nascondiglio nei dintorni in attesa di realizzare l’obiettivo per il quale hanno rischiato la vita tante volte. Una minima parte sceglie di tornare a casa con il fondo destinato al ritorno volontario. 
E quando arriva il momento di andarsene, davanti ai bulldozer scortati dai CRS si cerca riparo ed è la ragione che ha spinto in queste notti qualche centinaio di minori a farsi ospitare nelle moschee della "jungle". 
MSF, Médecins sans frontières ha denunciato la modalità dei controlli ai migranti che vengono registrati ed ha smesso di indirizzare i minori al censimento a cui sono destinati: una verifica sommaria, a vista e in meno di 5 minuti, che dipende da un solo agente del personale britannico il quale valuta se chi ha davanti "sembra davvero giovane" e minore di 18 anni. 
Gli avvocati del supporto giuridico non hanno ottenuto l’accesso "per motivi di sicurezza" né alla bidonville e al Centre Jules Ferry, né alla zona di registrazione dei migranti, e non è stato possibile verificare se in questa operazione di "protezione dei migranti" la selezione viene effettuata nel rispetto del diritto. Le scene descritte dai presenti più che scandalose sono terribili: si viene scartati o messi da parte senza neanche rispondere alle domande. Per legge, le persone che si dichiarano minori hanno diritto ad essere ricevute ed a fornire tutti i dettagli che potrebbero aiutarle nella procedura di ricongiungimento familiare. Chi ha dei documenti da presentare per far valere i suoi diritti deve insistere e impuntarsi, sperando che qualcuno lo ascolti per non finire nella fila "normale" che significa partenza diretta per il CAO e iter amministrativo da ricominciare da capo. A volte un dettaglio che, nel contesto generale, può sembrare accessorio, la dice lunga sulla "protezione" che lo Stato pretende di garantire: i nomi e cognomi dei migranti vengono registrati al computer da un militare (in civile) che li trascrive per come vengono pronunciati. Si oscilla costantemente tra un remake di Vichy e un altro di Ellis Island.

C’è grande tensione da parte dei più giovani che non sanno cosa può accadere di ora in ora. Martedì e mercoledì le donne ospitate nel Centre Jules Ferry hanno organizzato una manifestazione per chiedere l’accoglienza in Gran Bretagna, non sanno cosa riserva loro lo smantellamento del campo di Calais, non vogliono restare in Francia perché hanno mariti o parenti in Inghilterra che intendono raggiungere. Per la terza notte consecutiva migliaia di migranti dormono ancora all’aperto senza alcun riparo. La sera la polizia ha rastrellato le centinaia di persone ammassate sotto le coperte tra borse e valigie, in prossimità del capannone utilizzato per registrare le partenze. I migranti sono respinti con la violenza nella "jungle" distrutta. 
Centinaia di migranti si accampano sotto i ponti e molti minori circolano in città a Calais.

Le autorità pubbliche hanno voluto il campo di Calais per "decoro" e "dignità", perché hanno spinto migliaia di migranti installati in città e nella vecchia "jungle" a sistemarsi occupando un terreno dove poi si è creata la bidonville. L’emergenza come metodo e l’incuria dei servizi dello Stato permettono l’operazione "umanitaria" senza rispetto delle leggi che inquadrano in particolare la protezione dei minori. La stessa logica oggi serve a cacciarli, per aiutarli li si chiude in un ghetto e sempre per aiutarli li si sgombera. 
Da giovedì non è permessa alcuna presenza nell’area della "jungle". Le autorità hanno comunicato all’AFP (Agence-France-Presse) che 5.596 migranti sono stati "messi al riparo" dall’inizio dello smantellamento e della demolizione.
Comincia, ora, la fase degli arresti e della caccia all’uomo.

Non c’è dubbio che la confusione regna e che i previsti 6.500 "volontari" su 8.200 recensiti (l’80% delle presenze) che sarebbero intenzionati a lasciare la più grande bidonville europea in meno di una settimana sono un’invenzione di Cazeneuve, ministro dell’Interno del governo Hollande. Ma anche di quelle associazioni usate dalla prefettura per "monitorare" la "jungle" che hanno agevolato l’operazione di propaganda elettorale. Tutto sotto controllo, assicurano, ma fino a quando?
Calais resterà un luogo dove convergeranno i migranti dal Sud dell’Europa. L’evacuazione della "jungle" presentata come un "dovere morale nei confronti dei minori isolati", per non parlare del forzato "incoraggiamento a chiedere asilo in Francia" o a "rivedere il (proprio) progetto migratorio", sono formule vuote e mediatiche che evitano di far fronte strutturalmente alla questione posta dalla chiusura delle frontiere come unica prospettiva offerta a chi arriva in Francia. 
In questi ultimi quindici anni, tutti i dispositivi di "accoglienza" messi in campo secondo un modello di gestione dell’emergenza, invece di assumere totalmente il sistema esistente di protezione e di diritti a garanzia dei migranti e renderlo operativo, si sono rivelati fallimentari. Questo ha indotto i successivi governi francesi ad adattare il linguaggio alle esigenze elettoralistiche, evitando di potenziare le strutture per l’accoglienza e, di fatto, a non cambiare l’atteggiamento di netto rifiuto nei confronti di un’ospitalità dovuta.

Per questo oggi esiste una situazione aberrante come quella di Calais con l’evidente responsabilità politica a carico dell’intero arco politico che ha lasciato all’abbandono, in condizioni umanamente degradanti, decine di migliaia di persone in transito verso l’Inghilterra. Situazione che non verrà risolta con l’evacuazione forzata della "jungle", né con la deportazione in posti sconosciuti della metà della sua popolazione. 
Resta un solo auguri , il saluto di ogni giorno passato nella "jungle": "Good luck my friend"!

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