Jihadismo - Chi incolpa rifugiati e musulmani nasconde il ruolo dell’alleanza tra Occidente e Petrol-Monarchie

16 / 11 / 2015

È ben noto come gli attacchi terroristici siano una manna dal cielo per fascisti e altri xenofobi di varie specie, che hanno facile gioco nell’ergere le stragi a conferma delle loro tesi: immigrati e musulmani sono un pericolo che va eliminato in un modo o nell’altro. Di fronte a tali letture, limitarsi a frasi del tipo “Non tutti i musulmani sono terroristi” o “La maggior parte degli immigrati sono brave persone” significa semplicemente balbettare l’ovvio, ricadendo però nel famoso buonismo che non ribalta le coordinate fondamentali di un’interpretazione complice.

Innanzitutto, sul piano ideologico, bisogna ribadire la natura di estrema destra del discorso e della pratica jihadista. La sinistra dei paesi a maggioranza musulmana non ha nessuna difficoltà a parlarne in questi termini. Ciò che più contraddistingue ISIS, Al-Qaeda e gruppi affini non è il semplice richiamo all’islam, che si può trovare nelle istituzioni e nei gruppi più svariati, ma un utilizzo dell’islam per la promozione di valori autoritari, esclusivisti, para-tradizionalisti, misogeni… in una parola reazionari. Eppure è facile immaginare che il dibattito pubblico sarebbe ben diverso se i giornali titolassero “Estremisti di destra fanno strage a Parigi” o ancora meglio “Bastardi fascisti”!

Sul piano materiale, invece, il punto fondamentale è quasi sempre passato sotto silenzio. I gruppi jihadisti non potrebbero esistere e operare su questa scala senza i finanziamenti provenienti dai paesi del Golfo Persico, in particolare Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Qatar, tutti storici alleati di Stati Uniti e Unione Europea. La stampa americana ha riportato segnali di iniziali finanziamenti all’ISIS e a Jabat Al-Nusra (Al Qaeda in Siria) da parte dei governi di Arabia Saudita e Qatar rispettivamente [1]. Se gli aiuti diretti da parte dei governi degli stati del Golfo sono più difficili da provare, sono invece certe le generose donazioni da parte di individui appartenenti a famiglie nobili e associazioni “caritatevoli” a loro legate [2].

In un documento segreto firmato da Hilary Clinton e reso pubblico da WikiLeaks, si legge che la maggior parte dei fondi ai jihadisti proviene proprio dall’Arabia Saudita [3]. Ora, è chiaro che stati quasi-totalitari in grado di giustiziare i propri cittadini per un post su Facebook potrebbero facilmente por fine alle donazioni se esistesse una volontà politica in tal senso. Inoltre, gli stati di tali paesi funzionano tramite un sistema patrimonialista in cui burocrazia amministrativa e clan aristocratici si compenetrano, è dunque difficile capire che cosa voglia dire veramente che i finanziamenti al terrorismo siano privati e non pubblici.

Non bisogna cedere a facili complottismi: non esistono prove (almeno per ora) di un incoraggiamento da parte di esponenti delle potenze occidentali a mantenere il flusso del fiume di dollari, è anzi piuttosto chiaro che i leader politici di Stati Uniti ed Europa non nutrano grandi simpatie soggettive nei confronti del jihadismo. Ma gli interessi in gioco sono troppo grandi per agire in coerenza con tali sentimenti. Fin dagli anni ’70, le petrol-monarchie hanno accettato di fornire petrolio a prezzi “ragionevoli”, reinvestirne le rendite soprattutto a Wall Street e difendere l’imperialismo occidentale nella regione, soprattutto per quanto riguarda la difesa dell’apartheid israeliano e le minacce provenienti dal nazionalismo e dalla sinistra araba. I paesi del Golfo sono inoltre giganteschi mercati per l’esportazione di armi e nessun governo occidentale è davvero disposto a perdere questa opportunità d’affari.

Tuttavia, i costi umani di tale configurazione di potere sono di proporzioni enormi. Non si tratta solo delle migliaia di civili che hanno tragicamente perso la vita in attentati terroristici sul suolo americano ed europeo. Le petrol-monarchie sostenute dall’Occidente sono impegnate in quella che sembra essere una tipica competizione inter-imperialista con l’Iran sostenuto dalla Russia. Alla ricerca di sbocchi di investimento profittevoli per le rendite petrolifere, le potenze regionali rivali cercano di assicurare la propria egemonia sul Medio Oriente delegando guerre nei paesi più deboli e mobilitando identità politiche sulla base del settarismo religioso. Inutile specificare che i delegati de facto includono milizie extra-statali come Isis e affini.

È noto inoltre come la prevalenza delle rendite petrolifere generi un rapporto di forza ostile alle classi popolari e favorevole alle élite, sia generando laute risorse per la repressione immuni allo strumento dello sciopero (i lavoratori del petrolifero sono un numero infimo in relazione al volume delle rendite) sia fungendo da blocco a uno sviluppo economico in grado di modernizzare la società.

Le sofferenze generate da tale blocco allo sviluppo economico e politico del mondo arabo sono profonde e diffuse, e possono manifestarsi in reazioni politiche divergenti. Fin dall’inizio, le petrol-monarchie si sono dedicate al sabotaggio delle rivolte Arabe del 2011 per la democrazia e la giustizia sociale. Hanno finanziato gruppi islamisti di varie tendenze ovunque, cercato di dividere il movimento su linee settarie (in particolare in Siria) e collaborato con e finanziato il colpo di stato del generale Sisi in Egitto (con l’eccezione del Qatar che invece sosteneva i Fratelli Musulmani).

La sconfitta, con la parziale eccezione della Tunisia, dell’impeto democratico e dal basso delle rivolte arabe ha ulteriormente spianato la strada alla disperazione e all’adesione ai gruppi di estrema destra.Il quadro che ne emerge è senz’altro fosco, eppure le tendenze di lungo termine spingono a pensare altrimenti. A livello globale, il prezzo del petrolio sta diminuendo [4] mentre il prezzo del lavoro sta aumentando [5] (cosa forse nascosta in Occidente dalla lontananza geografica e culturale dalla Cina).

Il cambiamento dei rapporti di forza in corso apre dunque la strada a nuove alleanze democratiche su multipli livelli sociali e internazionali.

*** Lorenzo “Fe” Feltrin, di Treviso, è dottorando in scienze politiche alla University of Warwick, dove si occupa di sindacati e movimenti sociali in Marocco e Tunisia. Ha precedentemente collaborato con la casa editrice milanese Agenzia X, per la quale ha pubblicato il libro Londra Zero Zero sulle subculture anni zero della capitale inglese.

Note

[1] http://www.theatlantic.com/international/archive/2014/06/isis-saudi-arabia-iraq-syria-bandar/373181/

[2] http://www.businessinsider.com/isis-funding-us-allies-2014-6?IR=T

[3] http://www.theguardian.com/world/2010/dec/05/wikileaks-cables-saudi-terrorist-funding

[4] http://www.juancole.com/2015/03/blockbuster-stocks-retire.html

[5] http://www.bbc.com/news/business-34488950

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