Inghilterra - Dopo il no a Cameron, addio ai sogni di gloria

31 / 8 / 2013

Se un attacco aereo di tipo punitivo nei confronti della Siria avrà luogo, per il momento non vedrà la partecipazione dell'Inghilterra del premier Cameron, fino a pochi giorni fa si era proposto capofila di una possibile coalizione internazionale pronta a colpire l'esercito di Assad.

Anche se non determinante, come è ovvio, per i destini del governo, la sconfitta nel voto alla camera dei comuni incassata da Cameron è particolarmente bruciante. Questo per una serie di motivi. Il primo è che il voto alla camera mostra la strutturale debolezza della leadership del primo ministro britannico. Con l'intervento in Siria Cameron contava di rafforzare la leadership sia all'interno del partito sia nel paese. Non riuscire ad ottenere i voti dell'alleato di governo, il partito liberal-democratico, è un conto. Perdere quelli dei propri amici di partiti è un altro discorso. Tanto più che secondo il primo ministro il voto di giovedì avrebbe dovuto avere un esito scontato. Il no all'attacco alla Siria avrà quindi probabili ricadute sulla leadership interna al partito conservatore ed alzerà le quotazioni di possibili avversari interni, in primo luogo quelle del sindaco di Londra Boris Johnson, da mesi accreditato come il più probabile successore di Cameron. Ma mostra anche l'incapacità del primo ministro di essere un leader nazionale in grado di aggregare intorno a se forze politiche e sociali diverse.

Secondo, dopo alcuni mesi di relativi successi e di buona forma del governo, sostenuto anche da alcuni recenti dati economici, Cameron si incaglia sulla politica estera, un fatto che ha pochi precedenti nella storia britannica e che i primi ministri inglesi possono difficilmente permettersi. Dopo gli anni della Thatcher e di Blair, che hanno ridato un ruolo di primo piano al paese nella politica internazionale, la sconfitta di giovedì ridimensiona le ambizioni dell'Inghilterra di guidare una coalizione internazionale e quindi di fare valere la propria posizione sia nei confronti dell'Europa sia nei confronti degli Stati Uniti.

Questo argomento ci porta ad un terzo motivo di sconforto per Cameron. Il voto di giovedì non solo ridimensiona il ruolo dell'Inghilterra nello scacchiere internazionale ma dà un colpo mortale alle ambizioni imperiali del suo primo ministro. Non credo si possa affermare, come fa Polly Toynbee sul Guardian, che il voto sulla Siria è una presa d'atto che il paese è cambiato. Indubbiamente la maggior parte della popolazione inglese è contraria ad un intervento armato, ma lo era anche prima della guerra in Iraq, eppure il parlamento diede lo stesso il suo appoggio a Blair e la guerra venne fatta. Ma è indubbio che il voto di giovedì è il riconoscimento che l'Inghilterra è un paese come gli altri, meno potente che in passato.

Ponendosi coma capofila di una coalizione di guerra, il primo ministro inglese contava di rafforzarsi internamente ed esternamente. Sul fronte interno sperava di rafforzare la propria leadership sul partito e capitalizzare ulteriormente i successi degli ultimi mesi di fronte all'elettorato, non solo conservatore. Sul fronte esterno, voleva proporsi come leader internazionale ed in grado di rinverdire la potenza imperiale britannica, almeno sul piano militare.

Il voto contrario all'attacco sgonfia i sogni di gloria di Cameron che per il momento dovrà accontentarsi di rimanere uno sbiadito leader nazionale.

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