In Nicaragua trionfa il clan Ortega-Murillo e perde il sandinismo

12 / 11 / 2021

Com’era facilmente prevedibile, le elezioni presidenziali nicaraguensi di domenica 7 novembre hanno visto il netto trionfo del clan Ortega-Murillo con il 74,99% di preferenze conquistate, secondo i dati ufficiali pubblicati dal Consejo Supremo Electoral.

Sempre secondo i dati ufficiali forniti dall’organo elettorale, sono stati oltre due milioni e ottocentomila i cittadini andati alle urne che corrispondono al 65,23% di affluenza. Il Frente Sandinista è risultato naturalmente il primo partito e, superando il 75% di preferenze, si è guadagnato l’assoluto controllo sull’Asamblea Nacional, 75 dei 90 seggi a disposizione.

Insomma, stando a questi dati un vero e proprio trionfo della Rivoluzione Sandinista che, per la quarta volta di fila è riuscita a far eleggere alla carica di presidente della piccola repubblica centro americana l’ex guerrigliero del FSLN Daniel Ortega. Un vero e proprio record per Ortega, 76 anni, che con 25 anni di presidenza (se si considera anche la direzione nella Junta de Reconstrucción Nacional dal 1979 al 1985), è il leader politico più longevo al potere, anche più dei dittatori Somoza, padre e figlio.

Tuttavia, dietro a questi dati aleggiano le ombre dell’illegittimità, come hanno denunciato, da molti mesi a questa parte, numerose organizzazioni di difesa dei diritti umani, e numerosi attivisti, giornalisti e personalità come l’ex guerrigliera del FSLN Mónica Baltodano o la scrittrice e poeta Gioconda Belli. Dalla rivolta del 2018 (che ha lasciato sul campo 328 morti e circa 1600 arresti) infatti, nel paese è in atto un’escalation di repressione contro chiunque osi opporsi ai deliri di onnipotenza della coppia presidenziale.

La repressione non guardato in faccia a nessuno: Ortega e Murillo hanno fatto arrestare 7 candidati dell’opposizione, di fatto sgomberando il campo dagli avversari politici più pericolosi; inoltre hanno sciolto alcuni partiti, come il Partido de Restauración Democrática, di Ciudadanos por la Libertad e ha tolto la personalità giuridica del Partido Conservador, ma hanno colpito anche ex guerriglieri sandinisti, come la Comandante Dora Maria Tellez, figura di spicco della rivoluzione, arrestata nel giugno scorso, intimidito giornalisti o attivisti che denunciavano atti di repressione e sciolto 24 ONG che lavoravano nel campo della salute e dei diritti umani con l’accusa di falso in bilancio ma in realtà per aver criticato le politiche statali di fronte all’epidemia e aver cercato di documentare le morti e i contagi reali. 

Il tutto condito da una propaganda esasperata, utilizzando la memoria di Sandino e della Rivoluzione Sandinista per squarciare in due la società tra chi è amico e chi è nemico e ricondurre qualunque opposizione e atto di protesta contro il governo alle politiche ingerentiste del governo statunitense. Proprio il giorno delle elezioni, infatti, il presidente ha usato parole di fuoco contro i prigionieri politici definendoli “hijos de perra de los imperialistas yanquis” ricorrendo alla retorica anti imperialista per legittimare le elezioni.  

Ma non è tutto: oltre all’arresto dei sette candidati presidenziali e alla repressione verso gli oppositori, queste elezioni sono segnate anche dalla disputa sull’affluenza. Secondo il Consejo Supremo Electoral, organo che va ricordato è sotto lo stretto controllo della famiglia Ortega, la partecipazione è stata del 65% mentre l’osservatorio cittadino per il processo elettorale Urnas Abiertas ha stimato un’astensione variabile tra il 79-84%, con una probabile media del 81,5%, dato raccolto attraverso la distribuzione sul territorio nazionale di oltre mille quattrocento osservatori indipendenti. 

Sul dato dell’affluenza si è giocata la partita di queste elezioni. La carta dell’astensione è stata usata dalle opposizioni per dimostrare che non c’era possibilità di scelta delegittimando in questo modo l’intero processo elettorale. Probabilmente un dato reale sarà impossibile averlo, di certo l’assenza di osservatori internazionali, respinti dal governo, non aiuterà a rendere credibili i risultati del voto. 

E infatti, sulle elezioni nicaraguensi sono piovute numerose reazioni. Solo Cuba, Venezuela, Bolivia, Russia e Iran si sono congratulati con Ortega per la rielezione mentre Stati Uniti, Europa, Brasile e molti altri non hanno riconosciuto il risultato del voto, definendo il processo elettorale illegittimo per la mancanza dell’opposizione; perfino il Perù del nuovo presidente, il maestro comunista Pedro Castillo, intento a “surfare” per non far cadere il suo già precario gabinetto, non ha riconosciuto la vittoria di Ortega. 

Tuttavia, al di là delle contestazioni per un processo elettorale quanto meno dubbio, il governo di Ortega ha molti lati oscuri e sembra avere il sostegno dei grandi interessi economici, quanto meno di quelli del Paese. Secondo Oscar-René Vargas, scrittore e co-fondatore del FSLN e oggi perseguitato da Ortega, «dal maggio 2018, il grande capitale è stato un socio commerciale, economico, politico e strategico chiave affinché la dittatura rimanesse al potere». Mónica Baltodano, anche lei ex guerrigliera e oggi dissidente, sostiene che la famiglia Ortega e i suoi duecento fedelissimi sono «un gruppo capitalista importante e il governo rappresenta questa comunità di interessi che ha oggi la nuova oligarchia sandinista assieme all’oligarchia tradizionale e al grande capitale transnazionale». 

Il clan Ortega-Murillo ha costruito un sistema familiare chiuso per proteggere i propri interessi personali: otto dei nove figli della coppia infatti hanno importanti cariche pubbliche o legate ai mezzi di informazione e sono controllati direttamente dalla vice presidente Rosario Murillo. Ancora Mónica Baltodano sostiene che Murillo è la regista del potere del clan, con «una forma di pensare fanatica e religiosa che va oltre la militanza». Sono note infatti le posizioni conservatrici anti abortiste, negazioniste di fronte alla pandemia e di utilizzo della fede nei discorsi politici del governo, posizioni che di fatto costituiscono un’alleanza strategica con la Chiesa.

Parlare del Nicaragua non è semplice e si rischia di cadere nel gioco nefasto della polarizzazione dove se si è contro il governo del “compagno” Ortega, si fa necessariamente il gioco dell’imperialismo e delle destre fasciste. La prospettiva da adottare, a mio avviso, è tuttavia un’altra e non può paralizzarsi in questo gioco assurdo verso il baratro dove le istanze storiche portate dalle sinistre - mi riferisco alla difesa dei diritti, alla lotta alle disguaglianze, alla difesa dei territori solo per fare qualche esempio - sono costantemente vittime del compromesso in nome della governabilità del sistema capitalista. Quello che oggi si fa chiamare Sandinismo, ma che è più corretto definire orteguismo, ha tradito molte di questa istanze, ha stravolto il concetto stesso di rivoluzione ridefinendolo nella figura del Comandante ingiudicabile a tal punto da non riuscire più a distinguerli tra di loro. 

Difficile vedere in questa “rivoluzione dall’alto” un simbolo della lotta anticapitalista ma anche solo il naturale proseguimento di quella straordinaria stagione di lotta contro la dittatura della famiglia Somoza che è stato il Sandinismo. Come ha detto recentemente Mónica Baltodano, «essere un vero Sandinista oggi è lottare contro la dittatura di Ortega-Murillo». 

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