Il valore internazionale di un limone

Una testimonianza da Kuala Lumpur in Malesia di Carla Vitantonio

Utente: Flavia
12 / 3 / 2013

12 gennaio 2013

Ultimo giorno a KL, e ho la risacca dopo l'ennesima nottata trascorsa ballando al Reggae-Bar. Ciò nonostante, pur nel delirio generalizzato, mi ero conservata abbastanza integra perchè sapevo che oggi sarebbe stato l’ultimo giorno di vacanza e volevo scialare. Sapevo anche che avrei avuto bisogno di un po’ di lucidità per tornare, dopo tanti mesi, a fare la reporter di movimento.

Ebbene, giuro che questa volta non l’ho cercato né l’ho fatto apposta, ma sono nel mezzo della più grande manifestazione organizzata in Malesia negli ultimi 4 anni (forse anche negli ultimi 8).

Ne avevo sentito voci al Reggae-bar, ma nessuno era stato in grado di dirmi di che si trattasse. Anche perchè la gente che va al Reggae-bar, soprattutto dopo una certa ora, ha altro da fare che parlare di politica.

 I giornali ovviamente parlano solo delle misure di sicurezza, della polizia, dei bambini che non dovrebbero essere portati in manifestazione e della promessa dei dimostranti di tenere il tutto su un livello pacifico. Le solite menate. Mi pare di essermene andata dall’Italia l’altro ieri.

Poichè dai media non caverò niente di buono, decido di addentrarmi nel centro della città alla ricerca di questi animali strani e in via d’estinzione, i così detti attivisti, per intervistarli.

Nonostante sia sabato molti negozi sono chiusi. E ci credo. A leggere i giornali pare che si sia l’invasione degli Unni guidati da Attila. Addirittura alcuni turisti confessano che qualcuno ha loro consigliato di starsene alla larga dal centro per evitare di trovarsi in mezzo ai disordini. Devono essere proprio incazzati, questi attivisti.

Mi muovo con la circospezione che mi prende in automatico quando sono vicina a una dimostrazione che reputo pericolosa. Cerco con lo sguardo la polizia, presente in gran numero, e noto con disappunto che nessuno è in assetto antisommossa. Facce scoperte, niente scudi, niente gas, niente di niente. Ma come, non ci stavamo preparando a una giornata di guerriglia urbana?

Poi, piano piano, nel casino generale della città, li riconosco. Loro, i camaleontici attivisti. Sono a gruppetti, sui muretti sui marciapiedi fuori dai bar. Indossano magliette gialle, arancioni, verdi o viola, a seconda del gruppo di cui fanno parte. Sulla maglietta ci sono scritte varie cose che ovviamente non capisco, ma riconosco alcune sigle: varie ong ambientaliste, partito islamico, associazione per la liberazione della Palestina, insomma, un bel miscuglio. C’è un gruppo di donne col velo, tutte vestite di lilla, chiedo scusa parli inglese? Se ne fugge inorridita. In fin dei conti io il velo non ce l’ho. Niente, le donne non mi rispondono. Sono moltissime, in gruppi o con le famiglie, ma ogni volta che provo ad avvicinarle se ne scappano. La più loquace mi indica il marito e mi suggerisce di chiedere a lui, ma prima di passargli la parola mi dice “non ti preoccupare, non c’è violenza, è una manifestazione pacifica”.

Provo a spiegarle che non è della violenza che sono preoccupata, che non credo che quella manifestazione mi rovinerà le vacanze, anche perchè sono già finite, ma che mi piacerebbe sapere che cosa succede, ecco, per curiosità, antropofilia, spirito di ricerca. Sorride e senza troppi mezzi termini spinge il marito verso di me.

Io “per che cosa state manifestando?”

Lui “Per la libertà”

Io “ Ah, bello, anche io voglio la libertà. Libertà da cosa?”

Lui “Libertà della Malesia (qui finalmente comincio a prenderlo sul serio) Le ultime due elezioni sono state truccate e corrotte. Ad aprile ci saranno nuove elezioni e vorremmo che tutti potessero partecipare”

Io “Interessante. E chi è che manifesta?”

Lui “L’opposizione, i partiti di opposizione e le associazioni della società civile”

(Società civile!!! Era dal 29 giugno che non sentivo questa parola!)

Io “E ti sembra che la manifestazione sia riuscita?”

Lui “Mah, lo spero, comunque c’era un sacco di gente, tutto si sta svolgendo pacificamente”

Io “Siete molto preoccupati del fatto che tutto si debba svolgere pacificamente, mi pare”

(mi mordo la lingua. Ecco che sta venendo fuori la maestrina europea che non riesce ad accettare che nel mondo i modi di dimostrare il dissenso siano diversi)

Lui (che evidentemente, e per fortuna, non ha colto la provocazione) “Eh si, noi vogliamo solo che il governo ci ascolti. Vogliamo la democrazia”

Io “Democrazia??? E perchè, adesso non ce l’avete la democrazia?”

Lui imbarazzato “Eh, sì, ma ne vorremmo di più”.

Lo ringrazio, passo oltre.

Davanti a un centro commerciale costruito all’interno di un vecchio edificio coloniale c’è un gruppo di magliette gialle.

 

Io “Ciao scusate, ma perchè portate tutti la maglietta gialla?”

Maglietta gialla “E’ il simbolo di questa giornata di protesta”

Io “Protesta contro cosa?”

MG “Contro il governo”

Io “Che cosa volete?”

MG “La pace”

Io (gli rido in faccia) “Grazie tante, anche io la voglio. Ma secondo me tutti la vogliono, o no? Il vostro governo non la vuole?”

MG (capisce e ride pure lui) “No, scusa, è che non mi esprimo bene in inglese. Vogliamo elezioni libere, ecco”

Io “Libere da chi? Per chi?”

MG “Le ultime elezioni secondo noi sono state truccate. Vogliamo elezioni vere. Democrazia!

Io (e daje co’ sta democrazia. Ho capito) “… E tutta questa polizia?”

MG “Eh, tutta questa polizia ci controlla”

Io “secondo te ci saranno disordini?”

MG “Non lo possiamo sapere. I poliziotti sono esseri umani. Sono come te e come me. Hanno sentimenti. Se ci sono delle tensioni…nessuno può sapere come reagiranno. Possono sbagliare”

Io (esterrefatta da questo nuovo punto di vista sulle forze dell’ordine, che mi ricorda vagamente il migliore Pasolini, quello di prima che Saviano cominciasse a sproloquiare sui giornali) “Si, ma sono in servizio, rappresentano la Legge, lo Stato. Non dovrebbero sbagliare”

MG (mi dà una grande lezione di scienza politica, diobon) “Ma lo Stato è fatto di persone, e le persone possono sbagliare”.

Io (francamente commossa, uno a zero per Maglietta Gialla) “Va bene, ma in ogni caso, io vi consiglierei di portarvi un paio di limoni. Per limitare i danni degli errori umani.

MG sorride. Uno a uno, palla al centro.

Poco più di un anno fa assistevo alle mie prime manifestazioni in Asia: vivevo a Seul, attorno a me c’erano tutto il casino di Occupy blabla, gli scioperi dei lavoratori, l’opposizione al Free Trade Agreement con gli Stati Uniti.

Ero affascinata dagli obiettivi e disorientata dai modi. Mi pareva impossibile che la polizia potesse promulgare un comunicato stampa con le regole della buona manifestazione. Ancora più incredibile mi pareva che le persone lo leggessero e ubbidissero. Mi facevo domande sulla disobbedienza civile, sul diritto a manifestare, non ci capivo niente.

Avevo il cuore in Europa. Volevo tornare in Italia e ricominciare a calpestare l’asfalto del vecchio continente reclamando i miei diritti nel modo in cui ero abituata a fare.

Mi guardo oggi. Faccio ancora un po’ la maestrina. Probabilmente la farò sempre, è più forte di me. Ma sono molto più a mio agio, molto più rilassata. Non esiste un solo modo per esprimere il dissenso. Per queste persone il fatto di aver indossato la stessa maglietta e di essere scese in piazza, di sabato mattina, a manifestare con la loro stessa presenza il loro disappunto, è tantissimo. E forse, date le condizioni politiche, in questo luogo una manifestazione del genere è più efficace di un corteo alla maniera europea.

 Probabilmente la verità è che adesso il mio cuore è qua. Ai compagni e alle compagne in Europa ho lasciato il diritto e dovere di scegliere i loro modi. Qui mi limito a osservare quello che vedo, i percorsi, ad annotare le differenze. E forse ho quasi smesso di giudicare.

Adesso che ritornare non mi interessa più, non è importante decidere dove le cose si fanno meglio.

Mi viene in mente all’improvviso una poesia di Machado:

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
Caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.”

 Mentre cammino per le strade del centro di KL, tra magliette gialle sorridenti che mi chiedono di posare in foto con loro, mi ripeto la lezione che mi ha insegnato oggi il ragazzo fuori dal centro commerciale: che quando parliamo di Stati, parliamo di uomini e donne. Che gli Stati non sono, non devono essere delle entità astratte e svicolate dai popoli che li costituiscono.

 Questo era il punto di partenza del viaggio cominciato due anni fa. E questo voglio che sia l’odore che mi muove lungo la strada.

 Ma non ho più tempo per le riflessioni di scienza politica. E’ già pomeriggio e davanti a me ci sono le ultime ore a KL. Mi dirigo al solito Reggae-Bar, anche perchè non conosco molti altri posti. Ma prima passo per il mio tempio preferito. Ho uno strascico di spiritualismo da risolvermi.

 

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