Il tramonto della "terza via" svedese

Intervista a Tania Preste

1 / 7 / 2022

Una delle notizie che ha tenuto più banco in Europa nelle ultime ore riguarda l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato, un fatto storico nuovo se si pensa che i due paesi fino ad ora si erano convintamente tenuti fuori dal patto Atlantico. Di fatto a dare il lascia passare per questo ingresso, per quanto riguarda la Svezia, è stato il ritiro del veto da parte del presidente turco Erdogan, un veto precedentemente tenuto per le politiche di accoglienza della Svezia nei confronti dei rifugiati curdi.

Abbiamo parlato con Tania Preste, attivista di origini italiane che vive da oltre dieci anni a Stoccolma. Laureata in Sociologia presso l’Università di Trento, dove ha conseguito un dottorato in Studi storici, oggi lavora come insegnante di svedese, scienze sociali e storia in una scuola popolare per adulti e fa parte dell’organizzazione antifascista Kampa Stockholm.

L’entrata della Svezia nella Nato rappresenta di fatto una novità nella storia del paese scandinavo. Come si collocano gli attuali partiti istituzionali del paese rispetto a questa decisione?

La destra svedese è compatta intorno al desiderio di entrare nella NATO. Il partito conservatore (Moderaterna) creò nei primi anni ‘90 una campagna per spingere la Svezia ad aderire alla Nato. Basti ricordare alcuni aspetti un po’ caratteristici della loro campagna politica a favore di questa scelta, come i racconti di avvistamenti di sottomarini russi negli arcipelaghi svedesi del Mar Baltico.

A destra ha creato non poca confusione invece il partito nazionalista e di posizioni di destra radicale Sverigedemokraterna nel suo sostegno alla richiesta di adesione alla Nato, perché questa forza politica, in sostanziale accordo con altri movimenti fascisti europei, ha guardato nel recente passato con molta simpatia alla Russia di Putin e alla sua politica reazionaria.

Il partito Socialdemocratico ha sempre sostenuto la completa neutralità della Svezia per quanto riguarda la sua politica di difesa del territorio nazionale, nonostante già da anni vi fossero accordi di collaborazione tra Svezia, Finlandia e Nato. Ma con l’invasione russa dell’Ucraina il partito ha votato compatto per inoltrare una richiesta di adesione al Patto Atlantico.

Gli unici due partiti rappresentati in Parlamento ad essere contrari sono Miljöpartiet (i verdi) e Vänsterpartiet (la sinistra ex comunista). Entrambi i partiti si caratterizzano per un forte pacifismo. Una critica forte alla scelta di inoltrare la domanda di adesione riguarda le modalità con cui il governo ha preso la decisione. Ritengono che la decisione di rompere con la neutralità militare del Paese dopo 207 anni vada presa attraverso un referendum popolare.

Entrambi i partiti criticano fortemente la scelta di aderire ad un’alleanza che ha a disposizione ordigni nucleari e che non ha remore ad usarli per primi in un conflitto. E inoltre ritengono che sia altrettanto problematico non poter di fatto muovere alcun tipo di critica sulla questione dei diritti umani a paesi come l’Ungheria e la Turchia, che fanno parte della Nato.

Qual è il punto di vista della sinistra radicale svedese? Quali sono le critiche rivolte rispetto a questa scelta? Quali sono state le manifestazioni svolte nel paese contro questa decisione?

La sinistra radicale svedese si è sempre espressa in maniera contraria intorno alla eventuale adesione alla Nato. Non esiste in proposito nessuna incertezza.

Sebbene non si nutrano illusioni circa la politica estera svedese e si critichino spesso le posizioni troppo blande o apertamente destrorse sulle politiche migratorie, l’aperta adesione alla Nato pare il passo definitivo verso una “normalizzazione” della Svezia e l’abbandono di qualunque terza via che il Paese si sia mai sognato di rappresentare.

Vi sono state diverse manifestazioni, tra cui sicuramente la più importante è stata quella del 7 maggio che ha visto un’ampia compagine unirsi contro la decisione del Governo. C’erano le organizzazioni giovanili dei partiti della sinistra (anche i giovani socialdemocratici), diverse organizzazioni cristiane e femministe, e la stragrande maggioranza dei movimenti della sinistra radicale.

Ci puoi dire qualcosa a riguardo della cosiddetta diaspora degli antifascisti russi in Finlandia e Svezia? Cosa ha determinato negli anni questo fenomeno?

Già da anni vive in Scandinavia, ma soprattutto in Finlandia, una forte diaspora russa. Si tratta per lo più di giovani e giovanissimi antifascisti, a volte legati a movimenti anarchici, ma più spesso a movimenti antinazionalisti e autonomi, attivisti dei diritti LGBTQI, critici da sinistra del regime putiniano. Le ragioni della fuga sono essenzialmente il timore di essere uccisi, di essere fatti sparire o di venire arrestati, dalle autorità in veste più o meno ufficiale o da bande fasciste sulle cui attività le autorità chiudono volentieri un occhio. Alcuni hanno alle spalle fughe rocambolesche e segni sul corpo di precedenti incontri con le autorità. Alcuni sono talmente giovani che se chiedi loro cosa desiderino più di tutto ti rispondono “la mamma”.

Un aspetto da sottolineare sono le loro posizioni sulla natura imperialista della Russia di Putin ed il suo attacco guerrafondaio nei confronti dell’Ucraina. Accade a volte che la loro posizione non venga bene ascoltata, soprattutto a sinistra, per cui si pensa, magari troppo alla svelta, che essi esprimano questa posizione perché “troppo abbagliati dal capitalismo”.

L’entrata della Svezia nella Nato ha determinato la reazione del presidente turco Erdogan relativamente alla questione curda e i cittadini curdi residenti nel paese. Quali sono le posizioni della sinistra svedese e dell’opinione pubblica generale su questo argomento? E’ vero che ci sono stati degli attacchi di hacker turchi nei confronti di siti internet di attivisti svedesi a favore della causa curda e dei curdi?

Le richieste di Erdogan sono essenzialmente che la Svezia faccia propria la lista delle organizzazioni curde che Ankara ritiene terroristiche, vietando loro di manifestare e condividendo con i servizi segreti turchi le informazioni di cui la polizia svedese è in possesso, e che il paese cessi di proporre in sede di Unione Europea un embargo sulla vendita d’armi alla Turchia. Inoltre richiede che 22 persone accusate di legami con le YPG e il PKK vengano estradate, tra loro la parlamentare Amine Kakabaveh.

Le posizioni in proposito seguono la linea della volontà di aderire alla Nato o meno. Anche qui è necessario registrare la svolta “ad U” del partito socialdemocratico: nel 2019 il ministro degli esteri Ann Linde (del partito socialdemocratico), ospite del galà Humanity for Change in Rojava, ringraziando i combattenti curdi in Rojava per la loro lotta contro gli estremisti islamici dell’ISIS, dichiarò che il detto secondo cui “gli unici amici dei curdi sono le montagne” non fosse vero perché in Svezia c’erano gli amici dei curdi. Oggi Magdalena Andersson non esita a dichiarare che il dialogo con la Turchia sulle questioni di terrorismo prosegue con unione di intenti. L’azione dei comitati pro-Rojava che ha proiettato la scritta “Non cercateci sulle montagne siamo ovunque” a firma del PKK sul municipio di Stoccolma era anche un gesto per ricordare al governo e al parlamento le precedenti dichiarazioni a sostegno della lotta del popolo curdo.

Proprio le pagine e i siti dei comitati pro-Rojava hanno visto alla fine di maggio (il 20 per la precisione) un attacco hacker che ha forzato almeno 5 dei conti degli amministratori dei comitati e che ha cancellato la loro pagina FB con 10.000 followers.

Anche siti e redazioni di giornali e televisioni (tra cui la TV di Stato SVT) sono stati minacciati e accusati di dare voce ai terroristi. Come sottolinea Mathias Wåg dalle pagine di Aftonbaldet “Erdogan non fa alcuna differenza tra le forze della Rojava YPG e YPJ, il partito socialdemocratico turco HDP o quei giornalisti che in Turchia scrivono dei diritti dei curdi [...]. Per lui tutti fanno parte dello stesso fascio del PKK”.

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