Il traffico di esseri umani e la corruzione dietro alla tragedia dei migranti in Chiapas

13 / 12 / 2021

Sulla tragedia di Chiapa de Corzo, in cui hanno perso la vita 54 migranti e altri 105 sono rimasti feriti, grazie al prezioso lavoro di giornalisti e attivisti, cominciano ad affiorare tutti i retroscena di un sistema criminale che vede coinvolti trafficanti di esseri umani e istituzioni e che provoca morti, sfruttamento e sofferenza da una parte e profitti dall’altra.

Innanzitutto il bilancio ufficiale della tragedia. Secondo le autorità, nell’incidente sono morte 54 persone e 105 sono rimaste ferite (22 donne e 83 uomini); i minori presenti nel camion erano diciannove e la maggior parte dei migranti era di origine guatemalteca. Tuttavia, a pochi giorni dall’incidente non esiste ancora una lista ufficiale delle vittime mentre numerose famiglie guatemalteche hanno cominciato ad arrivare in Chiapas per riconoscere i propri cari.

L’aspetto più inquietante riguarda però il tragitto di quel camion: il comandante della Guardia Nacional Luis Rodriguez Bucio ha dichiarato in conferenza stampa che il camion non ha passato i vari posti di blocco presenti in quel tratto, come raccontato dalla giornalista messicana Angeles Mariscal su Pie de Página. Come sia stato possibile che il camion abbia attraversato quel percorso senza che fosse fermato è un mistero che difficilmente verrà svelato ufficialmente ma che è molto più che intuibile, dal momento che non esistono altre strade per attraversare quella zona e la Guardia Nacional ha l’ordine di fermare e controllare tutti i camion trasporti. Certo è simbolico che nelle stesse ore in cui il camion passava senza intoppi i vari posti di blocco, qualche centinaia di chilometri più a nord, sull’autopista Messico-Puebla, un imponente operativo della Guardia Nacional e dell’INM cercava di bloccare i 300 reduci della carovana migrante partita a fine ottobre da Tapachula e diretti alla capitale, investendo e ferendo due migranti.

Le notizie e le prime testimonianze dei superstiti sul caso ci portano ad affrontare i nodi della corruzione e delle responsabilità. L’istituzione della Guardia Nacional nelle intenzioni del presidente López Obrador, avrebbe dovuto chiudere la pagina drammatica e ignobile delle forze armate violente, corrotte e complici dei cartelli e del crimine organizzato. Purtroppo, come abbiamo visto in questi tre anni di governo di AMLO, la Guardia Nacional, simbolo di questo cambiamento, si è invece resa responsabile di atti di corruzione e di numerose violazioni dei diritti umani, in particolare rispetto ai migranti, cacciati come bestie in tutto il paese.

Rispetto alle responsabilità, invece, innegabili quelle dei presidenti degli Stati Uniti Donald Trump e del suo successore John Biden, artefici dei ricatti economici che hanno imposto a López Obrador la scelta di una politica migratoria basata sulla repressione e sulla deportazione dei migranti. Le “mani legate” di AMLO non lo esimono dalle responsabilità su quanto è successo in Chiapas e più in generale per aver sacrificato la popolazione più debole e indifesa alle logiche geopolitiche del sistema capitalista. Non si tratta solo di mettere in pratica politiche repressive degne della peggior destra reazionaria ma anche di manipolare l’opinione pubblica cercando di convincere che ogni caccia al migrante, ogni detenzione, ogni deportazione, ogni abuso sia fatto per salvaguardare l’incolumità dei migranti e nel pieno rispetto dei diritti umani. Un po’ troppo da accettare per un governo che si auto definisce di sinistra e aspira al cambiamento rispetto all’epoca precedente. Il tutto in un contesto regionale sicuramente non facile, data la spinta incredibile alla migrazione proveniente dal Guatemala in giù dove le condizioni di vita per la popolazione risultano ogni giorno più complicate. Il flusso migratorio nel 2021 sta raggiungendo cifre record e dimostra come la situazione politica, sociale ed economica dei paesi a sud del río Suchiate, o forse sarebbe più corretto dire del río Bravo, sia sempre più disastrosa e drammatica quanto a violenza, miseria e speranza nel futuro e determini un flusso migratorio sempre più difficile da controllare.

Tuttavia, questa linea politica di guerra ai migranti e di contenimento del flusso migratorio, invece di portare alla risoluzione del problema, favorisce gli affari sporchi della criminalità organizzata che da una parte rende invivibili i territori per miseria e violenza da dove i migranti fuggono e dall’altra obbliga i migranti a rivolgersi agli stessi coyotes per poter fuggire, dal momento che non trovano risposte da istituzioni impegnate a negargli ogni diritto, a respingerli al proprio paese o a reprimerli e rinchiuderli nei “centri di accoglienza”. Scrive Rubén Figueroa, attivista del Movimiento Migrante Mesoamericano da sempre in prima linea nella difesa dei diritti delle persone migranti: «tutto questo succede con percorsi e frontiere militarizzate che obbligano i migranti a cadere in mano dei trafficanti di persone. [I governi] non cercano migrazioni sicure e ordinate, lo Stato forza una migrazione di contrabbando, che violenta e uccide gli esseri umani».

Alcuni sopravvissuti hanno cominciato a raccontare come sono arrivati a prendere quel camion gestito dai trafficanti di persone. I migranti sarebbero entrati in Messico in piccoli gruppi da valichi secondari per sfuggire ai controlli transfrontalieri e da lì, dopo una breve camminata sarebbero stati fatti salire su dei piccoli furgoni fino a Comitán, evitando uno dei posto di blocco più grandi del Chiapas, e poi fino a San Cristóbal dove sarebbero stati nascosti in case di sicurezza. Qualche ora più tardi infine, sono stai caricati sul camion che avrebbe dovuto portarli alla frontiera con gli Stati Uniti. Il giro d’affari attorno alla tratta è enorme. Sempre secondo Rubén Figueroa «il costo riscosso dai Cartelli della Tratta di Esseri Umani (CTP), per ogni spazio in un rimorchio oscilla in 5 mila dollari circa, nel rimorchio dell'incidente hanno trasportato circa 160 migranti che equivalgono a circa 800 mila dollari di profitti al Cartello». Giro d’affari confermato anche dal giornalista messicano Alberto Pradilla che da anni lavora sulla migrazione, secondo cui ogni migrante paga «dieci mila quetzales (quasi 1300 dollari) prima di partire. Altri trenta mila all’arrivo a Puebla (quasi quattro mila dollari) e il resto alla conclusione del viaggio, già negli Stati Uniti».

Soldi che in larga parte finiscono nelle tasche dei trafficanti di esseri umani ma che servono anche a “oliare” il sistema, vale a dire a corrompere funzionari pubblici per lasciar passare il carico umano, come potrebbe essere successo in questa occasione. Sempre Rubén Figueroa, infatti, denuncia come «i cartelli sono anche costituiti da autorità messicane corrotte di tutti e tre i livelli di governo, nel caso dei coyote guatemaltechi hanno case sicure soprattutto in Chiapas e Puebla, gli stati al confine settentrionale che usano di più sono Sonora e Chihuahua».

E a proposito del Guatemala e della corruzione come nodo centrale del sistema, ancora Asier Vera chiarisce ciò che succede alla frontiera tra Guatemala e Messico, denunciando come se il «Guatemala volesse avesse voluto reprimere i coyote o i trafficanti di esseri umani, lo avrebbe già fatto. Ho trascorso diversi giorni sia a El Ceibo sia a Tecún Umán, entrambi al confine con il Messico. Uomini armati che sono impegnati nel traffico di migranti vagano liberamente e si vantano. Le istituzioni finanziarie del Guatemala sono assolutamente complici di coyote o trafficanti di esseri umani. Immagazzinano denaro dal traffico di migranti e i coyote vanno alle banche per estrarre il denaro che le famiglie inviano ai migranti. Penso che sia ora di dire basta a queste ipocrisie a buon mercato. Nei comuni di Huehuetenango, SanMarcos o Quetzaltenango conoscono perfettamente coyote o trafficanti di esseri umani con nomi e cognomi e il potere locale è assolutamente coinvolto. Basta raccontarci storie!»

La tragedia ha colpito profondamente l’opinione pubblica, tanto da “costringere” i governi ad assumersi il dovere di fare qualcosa. Così i rappresentanti di Messico, Guatemala, Stati Uniti, Ecuador, Honduras e Repubblica Dominicana qualche ora dopo la tragedia si sono riuniti e hanno istituito il “Grupo de Acción Inmediata” per combattere il traffico di migranti. Il GAI avrà il compito di indagare, identificare e arrestare i membri e il comando di queste organizzazioni criminali internazionali, responsabili secondo loro della tragedia di Chiapa de Corzo. Il gruppo appoggia la migrazione “sicura, ordinata e regolare” e considera inaccettabile le reti internazionali, è aperto a tutti i paesi della regione e anche il Nicaragua ora ha dato il suo appoggio. Il ministro degli Esteri messicano Ebrard ha annunciato una strenua lotta all’impunità mentre il cancelliere guatemalteco Pedro Brolo Vila ha lanciato un appello a potenziare le pene contro il traffico di persone e a “costruire muri di prosperità” per lottare contro la migrazione irregolare.

Tuttavia, questa rete intergovernativa appare lontana dall’essere la soluzione alla crisi migratoria e poco credibile dal momento che è guidata da chi in questi anni si è reso complice di questo sistema di morte con politiche migratorie razziste, con la complicità e la corruzione e in aperta violazione dei diritti umani; per questo il pericolo è quello che la “guerra” intransigente ai trafficanti di esseri umani, invece di colpire i trafficanti avrà conseguenze negative sulle vittime, vale a dire sugli stessi migranti, che vedranno così reso ancora più in salita il già difficile cammino verso una vita dignitosa.

Foto di copertina Raúl Vera

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