Gli Stati Uniti offrono una taglia per la testa di Maduro

Secondo la giustizia statunitense, Maduro sarebbe alla testa dal 1999 dell’organizzazione narcotrafficante “Cartel de los Soles”

28 / 3 / 2020

Nel pieno dell’emergenza sanitaria che ha investito il mondo intero, arriva il nuovo attacco degli Stati Uniti al governo venezuelano. Nella giornata di giovedì il Dipartimento di Giustizia americano ha lanciato pesanti accuse contro il presidente Nicolas Maduro e ad altri 12 importanti uomini del governo, tra cui il presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente Diosdato Cabello, il ministro della difesa Vladimir Padrino e il presidente del Tribunal Supremo de Justicia Maikel Moreno.

Secondo la giustizia statunitense, Maduro sarebbe alla testa dal 1999 dell’organizzazione narcotrafficante “Cartel de los Soles” i cui membri sarebbero politici di alto rango, membri dell’esercito e del potere giudiziario venezuelano. Il cartello, cospirando assieme alle FARC colombiane, avrebbe inondato di cocaina gli Stati Uniti con lo scopo di utilizzarla come arma per minarne la salute e il benessere della popolazione, come dichiarato da Geoffrey Berman, pubblico ministero del distretto sud di New York per il quale Maduro rischia ora una pena da 50 anni all’ergastolo per i crimini per cui è indagato.

A seguito di queste accuse, il segretario di stato Mike Pompeo ha annunciato tramite un comunicato stampa che gli Stati Uniti offriranno delle ricompense a chiunque fornirà informazioni che possano aiutare a incriminare gli accusati. In particolare, su Maduro pesa una “taglia” di 15 milioni di dollari, su Diodato, Padrino e Maikel di 10 milioni di dollari. Pompeo ha infine ribadito l’impegno degli Stati Uniti al fianco di Juan Guaidó per “restaurare la democrazia”.

La “mossa” degli Stati Uniti arriva, come scritto in apertura, nel pieno dell’emergenza sanitaria che ha paralizzato il mondo intero. Proprio per questa emergenza, Michelle Bachelet, Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, ha chiesto agli Stati Uniti di sospendere le sanzioni economiche contro Venezuela, Cuba e Iran, per ragioni umanitarie e di accordare autorizzazioni rapide e flessibili per l’invio di beni ed equipaggiamenti medici essenziali [1], anche se in realtà le sanzioni non riguardano questi prodotti. Una richiesta questa, sposata anche da una parte dell’opposizione venezuelana che si riconosce nel presidente dell’Asamblea Nacional Luis Parra, colui che con un colpo di mano e con l’appoggio del PSUV, era riuscito in gennaio a succedere alla carica a Juan Guaidó.

Qualche ora dopo l’annuncio di Washington, quasi fosse una risposta, il procuratore generale del Venezuela Tarek William Saab ha annunciato l’apertura di un’inchiesta nei confronti di Juan Guaidó [2], il fedele alleato che Washington considera presidente ad interim, di Cliver Alcalá e altri loro collaboratori, per tentativo di colpo di stato. Secondo il giudice venezuelano, il tentativo di colpo di stato sarebbe stato organizzato in Colombia con il beneplacito delle autorità colombiane e di emissari statunitensi. Il piano prevedeva la costruzione di tre campi di addestramento in Colombia e successivamente l’entrata nel paese per provocare un bagno di sangue e costringere Maduro ad arrendersi.

Con questa nuova azione degli Stati Uniti si apre una nuova tappa della “crisi venezuelana”, in un momento particolarmente drammatico per il possibile diffondersi dell’epidemia di coronavirus e a due mesi dall’ennesima sconfitta patita da Juan Guaidó quando Luis Parra era riuscito a diventare presidente dell’Asamblea Nacional costringendo lo stesso Guaidó a una nuova autoproclamazione e soprattutto a continuare i lavori dell’assemblea coi suoi sostenitori fuori dalla sede ufficiale. Quella sconfitta, non solo sembrava aver decretato la fine politica di Guaidó ma aveva anche messo in luce la crisi e la spaccatura all’interno dell’opposizione venezuelana, con un’ala più dura, guidata da Guaidó, relegata ai margini e un’ala più moderata e più aperta al dialogo, rappresentata da Luis Parra, che aveva di fatto preso la scena principale.

Secondo l’agenzia di stampa Associated Press [3], l’incriminazione di Maduro, più che aiutare Guaidó a conquistare il potere, avrebbe l’obiettivo di favorire la rielezione di Trump nello stato chiave della Florida, dove nel 2016 aveva vinto con un margine molto risicato. Molto più pragmaticamente questa operazione potrebbe inserirsi nel tentativo degli Stati Uniti di far fronte all’imminente crisi economica causata dalla pandemia, mettendo le mani sulla riserva di petrolio più grande del mondo. Impossibilitati a muover guerra direttamente, ora provano a muovere mercenari per fare il lavoro sporco ed eliminare il problema-Maduro, che è un problema economico (il controllo del petrolio) ma anche politico (la necessità di riacquistare l’egemonia nel continente latinoamericano). Quel che sembra certo è che anche questa nuova misura non sposterà gli equilibri nello scacchiere venezuelano: le accuse mosse a Maduro al momento non sembrano in grado di provocare quei cambiamenti che il governo statunitense si aspetta verso i sostenitori esterni (Russia e Cina in primis) né tanto meno di poter essere il volano per la riunificazione di un’opposizione interna più che mai disunita negli obiettivi e nelle pratiche.

[1] http://www.acn.cu/mundo/62455-llama-la-onu-a-estados-unidos-a-levantar-bloqueos-por-actual-pandemia

[2] https://mundo.sputniknews.com/politica/202003261090918717-fiscalia-venezolana-abre-investigacion-contra-guaido-por-intento-de-golpe-de-estado/

[3] https://apnews.com/c5843f39c58f40d1a021b5727af7a0ca

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