Gli algerini rifiutano le elezioni e continuano la mobilitazione

17 / 12 / 2019

Le aspettative sono state confermate. La maggior parte degli algerini ha deciso di rifiutare le elezioni presidenziali del 12 dicembre optando per la protesta e l’astensione, che ha raggiunto il livello più alto nella storia elettorale del paese: oltre il 60% È quindi chiaro che il dialogo con il movimento contestatario sarà una delle grandi sfide del neo-presidente, Abdelmadjid Tebboune, che ha vinto di misura sugli altri quattro candidati, ottenendo il 58,15% delle preferenze, secondo dati ancora provvisori.

Non ci sta il movimento di protesta (Hirak, in arabo) che dal 22 febbraio scorso scende ogni venerdì nelle strade di tutta l’Algeria per chiedere, in modo pacifico, il rovesciamento del sistema di potere legato al vecchio regime. Lo annunciava da mesi e lo aveva ribadito anche alla vigilia dell’appuntamento elettorale, scandendo ad Algeri gli slogan: “Echaâb yourid el istiqlal!” (il popolo vuole l’indipendenza) e “Makache intikhabate maâ el îssabate” (Niente voto con le gang). E lo ha ripetuto a gran voce il giorno del voto, optando per le piazze anziché le urne e facendo capire in questo modo all’establishment che la mobilitazione non si fermerà finché le richieste della popolazione non verranno ascoltate. Una posizione che si legge nei dati record sull’astensione. In due Province, a Bejaia e Tizi Ouzou, l’affluenza non ha superato l’1%. Quella totale, almeno secondo le cifre, contestate da più parti, riportate dal presidente dell’Autorità nazionale indipendente delle elezioni, Mohamed Charfi, non ha raggiunto il 40%, il dato più basso mai registrato. Il tasso di partecipazione aveva infatti raggiunto il 75,68% nel 1995, 60,91% nel 1999, 58,08% nel 2004, 74,56% nel 2009 e 50,7% nel 2014.

Il Hirak si è rifiutato di accettare i risultati che venivano presentati dall’Autorità e quindi l’elezione stessa del nuovo presidente. Lo ha fatto riempiendo le piazze il giorno successivo al voto in quello che è stato il 43esimo venerdì di fila di manifestazioni nel Paese. Un gesto che è costato il fermo a molti attivisti. Secondo quanto riferito dalla Lega algerina per i diritti dell’uomo, infatti, nella sola Orano sarebbero stati arrestati venerdì 400 manifestanti.

La reazione del movimento contestatario non deve essere vista come il rifiuto del metodo elettorale democratico, ma dei cinque candidati, percepiti come rappresentanti di quel sistema di potere che il popolo cerca di scardinare da dieci mesi (senza contare le proteste degli anni precedenti). Tutti e cinque, infatti, erano in qualche modo legati al regime di Abdelaziz Bouteflika, che ha ricoperto la carica di presidente dal 1999 all’aprile di quest’anno. Era stata proprio la decisione della candidatura di quest’ultimo ad un quinto mandato a scatenare le proteste che l’hanno poi portato a rassegnare le dimissioni in primavera. I cinque candidati, durante la campagna, hanno cercato inutilmente di presentarsi come alternative al vecchio sistema. Il neo-presidente Tebboune aveva ricoperto diverse cariche di governo durante la presidenza di Bouteflika. L’ultima esperienza risale al 2017, quando si è assunto la responsabilità di primo ministro da maggio ad agosto. È stato poi rimosso dallo stesso Bouteflika per aver preso di mira alcuni uomini d’affari in un tentativo di lotta alla corruzione. È proprio su questo punto che ha puntato durante la campagna elettorale, non riuscendo tuttavia a convincere la maggior parte gli algerini.

Tebboune è consapevole che la partita con il Hirak sarà una delle più importanti del suo mandato. Nella conferenza stampa che ha tenuto venerdì 13, ha infatti dichiarato: “Saluto e rispetto la posizione di coloro che hanno boicottato le elezioni. Ho sempre detto che sarò a fianco dei giovani e, attraverso di loro, mi rivolgo al Hirak. Ho già detto che è un Hirak benedetto, gli tendo la mano per un dialogo serio per l’Algeria, solamente l’Algeria. È da questo Hirak che sono usciti i meccanismi di dialogo e l’autorità elettorale”. E ancora: “C’è bisogno di un dialogo diretto con il Hirak, con ciò che sceglie. Il Hirak deve capire che non ci sarà alcuna continuità col quinto mandato [ovvero con il regime Bouteflika, ndr] e le sue pratiche”.

La rottura, ci ha tenuto a sottolineare il neo-presidente, sarà netta e segnerà l’inizio di un percorso veramente democratico. È per questo che le proposte politiche del nuovo presidente ruotano attorno alla riforma della costituzione. Tebboune ha sostenuto che la sua riscrittura sarà il risultato di un processo partecipativo: “Gli universitari e gli intellettuali saranno invitati, ci sarà in seguito un grande dibattito nella società e poi un referendum. Appena il testo verrà adottato, quello sarà l’inizio della nuova repubblica”.

Difficile che gli algerini si lasceranno convincere di questa svolta democratica se non verranno messe in atto misure immediate e concrete. Misure necessarie anche al nuovo presidente per guadagnare quella legittimità che l’alto tasso di astensione sembra avergli negato, e per scongiurare un’eventuale esplosione sanguinosa della situazione. Lo storico esperto di Maghreb, Benjamin Stora, intervistato da France 24, ha commentato: “Chi sarà eletto dovrà fare dei gesti di riconciliazione nazionale. Non si può lasciare che una società si opponga ad un’altra società. Non si può lasciare che diverse Algerie si scontrino tra loro, è molto pericoloso. Bisogna evitare assolutamente che la distanza si allarghi tra chi ha votato e chi no, tra chi è in una regione e chi in un’altra, chi è in una certa situazione sociale… I soli gesti che possono pesare nell’immediato possono essere quelli di liberazione dei detenuti che hanno manifestato nell’ultimo periodo, dei detenuti politici. Dei gesti di dialogo nazionale, di riconciliazione nazionale che permetterebbero ancora una volta di fare nazione e di avanzare insieme. Altrimenti, c’è il rischio dello scontro e bisogna assolutamente evitare ciò”.

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