Gilet gialli: il contropotere della moltitudine. Intervista a Toni Negri

28 / 1 / 2019

Fin dai suoi albori - quel 17 novembre che sembra così lontano eppure così vicino - la rivolta dei gilet gialli ha fatto emergere un carattere inedito, probabilmente non paragonabile a nessuno dei movimenti sociali apparsi sulla scena europea negli ultimi anni, forse decenni. Per questa ragione abbiamo privilegiato l’approccio dell’inchiesta, andando più volte a Parigi durante le manifestazioni e cercando di vivere dall’interno sia i momenti di lotta che quelli di organizzazione. La nostra inchiesta continua con un’intervista a Toni Negri, che a più riprese ha cercato di leggere questo movimento e le sue evoluzioni. L’intervista è stata realizzata da due attivisti del centro sociale Pedro di Padova, approdati a Parigi prima del X Atto, e precede di qualche giorno l’Assemblea delle Assemblee, primo grande rendez-vous organizzativo nazionale dei gilet gialli.

GP: A partire dai primi articoli che hai scritto sui gilet gialli hai sempre evidenziato la loro dimensione molecolare, da leggere più nel divenire che negli eventi insurrezionali in sé. Come si è evoluto questo “movimento”? 

L’evoluzione del movimento è difficile da descrivere. Certamente è un movimento che si è consolidato nei suoi aspetti migliori emersi finora. Intanto si tratta di un movimento nazionale, che è veramente dappertutto, e che in particolare, soprattutto negli ultimi appuntamenti, ha concentrato un grande livello di partecipazione nelle città del sud, come Tolosa e Bordeaux.

Dall’altra parte ha cominciato a strutturarsi, in un processo lento, ma abbastanza forte. Dove c’erano dei rond-points ora c’è un’assemblea permanente o si è costituito un club. Si tratta di strutture non territoriali, ma sparse sul terreno nazionale che sono momenti di discussione, di progetto. Questo ha permesso il consolidarsi del “no” al grande dibattito proposto da Macron e allo stesso tempo ha fatto sviluppare tutta una serie di collegamenti. In particolare ce n’è uno sopra Parigi, a Commercy, che ha promosso – intorno a fine gennaio/febbraio (in realtà si tratta dell’Assemblea delle Assemblee tenutasi il 26 e 27 gennaio ndr) – un momento di “messa insieme”. Tutto questo è estremamente importante perché descrive un processo organizzativo in corso, assolutamente orizzontale, senza leadership, che definisce un movimento di coagulo delle opinioni e degli obiettivi.

Quali saranno gli ulteriori sviluppi non lo so; non lo sa nessuno in realtà. Questo perché c’è una struttura che si è impadronita degli strumenti di democrazia diretta e prima di tutto li gestisce in proprio. Bisogna aspettare di domenica in domenica, il giorno dopo il sabato, per capire come vanno le cose. Però mi sembra che gli elementi importanti siano: dimensione nazionale, tenuta contro il tentativo di Macron di assorbirli nel dibattito, tenuta di un livello esterno, mantenimento di un livello orizzontale senza leadership, sviluppo di organizzazione in termini orizzontali e di collegamento interno, una moltitudine che si compone. Tutto questo mi sembra tutt’altro che congiunturale e, per il momento, sta assumendo un vero aspetto di contropotere nella società francese.

GP: Come si inseriscono i gilet gialli nel ciclo lungo di mobilitazioni francesi degli ultimi tre anni, a cavallo tra le presidenze di Holland e Macron?

Questo ciclo di lotte è stato estremamente interessante. Ci sono state due grandi stagioni: quella contro la loi travail e quella nata attorno alle proteste dei ferrovieri Ma qui direi che la cosa è radicalmente diversa, malgrado gli aspetti di novità che c’erano nelle due grandi lotte. Queste ultime erano un residuo della leadership sindacale, della settorialità dei bisogni espressi ed avevano una struttura fondamentalmente metropolitana, se non forse addirittura parigina.

Mancava quindi un carattere nazionale, c’era ancora un legame con il sindacato. Badate bene, il fatto che il sindacato non ci sia in piazza oggi non è né una perdita né un vantaggio: il sindacato proprio non ci può stare, perché le rivendicazioni sono immediatamente politiche e sono complessive. Quello che si chiede è il salario sociale, la capacità di stare al passo con il costo della vita; è una vertenza globale sul costo della vita e non di carattere sindacale, con un discorso sulla distribuzione in una società nella quale il comando capitalista non passa più attraverso le fabbriche, ma dalla complessità dell’estrazione sociale di valore. Questo movimento si pone a un livello altissimo, liquidando il sindacato come elemento dell’altro secolo.

Personalmente sono contento quando vedo i gruppi di sindacati di base entrare nelle manifestazioni e penso che questa sia una cosa da accentuare, da spingere, lo dico sempre ai compagni che lavorano su questo terreno. Però c’è stato Lauren Berger, segretario del CFDT, il sindacato cattolico francese, che ha detto: «i gilet jaunes sono un elemento mortale per il sindacato». Effettivamente, rompono completamente la settorialità dell’azione sindacale e rompono la funzione stessa che il sindacato ha assunto oggi, che è quella statale di convogliamento delle proposte produttive industriali, senza rendersi conto che la produttività è sociale. È un vero sindacato sociale quello dei gilet jaunes, ma allo stesso tempo è una forza politica, un contropotere complessivo.

GP: I gilet gialli rappresentano il primo grande movimento - quantomeno nello spazio europeo occidentale contro le  politiche neoliberali. Giustamente lo hai definito “non congiunturale”, ma quali sono le sue specificità francesi e quali le sue caratteristiche “globali”?

Le specificità francesi sono molte, perché sono quelle cose che non si riesce mai a capire fino in fondo (tono ironico ndr). Queste lotte ci ricordano il ’68, ma qualcuno, adesso sempre di più, sta tirando in ballo anche il 1789 o il 1793 (si chiamano infatti club proprio per richiamare i club giacobini). È evidente che si tratti di gente molto colta, di una moltitudine cognitiva di livello molto alto, che legge i giornali ogni giorno e ha un dibattito politico aperto. In generale è la società francese ad essere colta e anche il disoccupato è un prodotto di una società nella quale i flussi culturali sono ricchi.

Queste caratteristiche ci sono nel bene e nel male. Io non so assolutamente quale atteggiamento ci possa essere nei confronti dei migranti; so che Macron, proprio contro i gilet jaunes, cerca di aprire il dibattito al loro interno su questo, con tutta probabilità per dividerli. C’è stato uno spostamento a destra da parte di Macron nelle sue ultime espressioni, estremamente provocatorio, proprio rispetto alle caratteristiche “francesi” del movimento e in particolare sul tema del nazionalismo, dei migranti e dell’anti-europeismo. E se fa delle provocazioni di questo genere è perché ha veramente molta paura.

Allo stesso tempo i gilet gialli contengono un discorso globale, sul quale ad esempio la sinistra americana non è ancora arrivata. Da Occupy alla sinistra socialista che oggi si è creata nelle correnti del Partito Democratico, nessuno sta ragionando su questo livello. Quindi è un momento estremamente alto di lotte in Francia ed è un momento tendenziale.

Stamattina facevo un’intervista con Mediapart, una testata molto importante in Francia, e la giornalista che mi intervistava, che lavora spesso in Ungheria, mi diceva che è molto alto il prestigio che hanno i gilet jaunes tra coloro che protestano contro questa folle legge sul lavoro fatta da Orban (400 ore di lavoro straordinario che si possono imporre al dipendente che vengono pagate nei successivi tre anni). Ci sono anche cose caricaturali, ma certamente è qualcosa di molto forte a livello globale.

E insisto su questi elementi di democrazia diretta, su questa critica radicale alla democrazia rappresentativa. Sapendo che dal vertice fino all’ultimo comune è una macchina che non ti perdona, come si fa a costruire una democrazia? Bisogna parlarne di questo, perché è il momento; ormai si è aperta la battaglia sulla democrazia diretta e sulla possibilità che diventi qualcosa di vero. Non un’utopia o quella cosa che ci hanno raccontato sempre che ci volevano i partiti, che se non sei un partito sei fottuto, o Laclau che mette tutto insieme: tutte falsità, oggi.

Nei tuoi articoli hai spesso fatto riferimento ai concetti di “doppio potere”, “contro potere” e “altro potere”, sempre in funzione di una dimensione moltitudinaria delle insurrezioni. Qual è il ruolo delle realtà militanti per soggettivizzare questa moltitudine, per darle organizzazione e obiettivi politici “di parte”, per trasformarla in classe?

Enorme! Enorme la sua importanza. Oggi si è aperta la battaglia su dove andare, su quale organizzazione darsi. Quando, ad esempio, dico che questo è un movimento non contingente non dico che durerà per forza molto tempo; può durare anche pochissimo, ma resta non contingente, come la Comune di Parigi che è durata tre mesi, però ha avuto un importanza mondiale.

Il problema, oggi, è che bisogna capire cosa e come fare. Ad esempio c'è una forza trozkista che corrisponde all'incirca a quello che sono stati in Italia gli autonomi fino a un certo momento: l’NPA, nuovo partito anticapitalista. È una grossa forza, aldilà del fatto che sia trozkista, è un partito con una capacità di estensione nazionale, con quadri che sono diffusi e sembrano quasi la vecchia autonomia italiana degli anni 70), con un’enorme diffusione.

Questi qui, ad esempio, sono ancora sballati, non capiscono se devono starci dentro o no, dicono dappertutto «prudenza»; ma prudenza per cosa? Per aspettare le cose che se non ci entri ti capiteranno sicuramente? Ma dall'altra parte non riescono neppure a svestirsi del loro atteggiamento partitico, della loro ansia di centralizzazione e di messa al lavoro della gente che gli sta attorno in base ai propri programmi. C'è proprio una difficoltà antropologica per la gente dei partiti anche se sono, come questi qui del NPA, gente terribilmente onesta e brava, quadri di fabbrica eccezionali, inseriti anche nei servizi nelle poste. Però hanno questo stampino che rende impossibile trovarsi con la gente dei gilet janues.

Quindi: è importantissimo esserci dentro, ma bisogna essere adeguati, e qui il processo rischia di essere lungo. E pure per i gilet janues non è chiaro cosa fare, è un processo in divenire, tumultuoso, contraddittorio, faticoso, e però… vero. E ciò che importa è questo, che sia vero.

GP: Come “parlano” i gilet gialli alla situazione italiana?

C’è Di Maio che ha fatto questa uscita. È apparsa una lettera di un compagno a quello che sembrava fosse in contatto con Di Maio, uno a cui i media avevano affibbiato il ruolo di “capo” (loro non possono vivere senza dei capi a cui rivolgersi ed è una cosa rivoluzionaria totale il fatto che in una lotta enorme non ci siano capi), spiegando cosa fossero i Cinque Stelle e tutto è finito nell’arco di un quarto d’ora, di mezz’ora, di un pomeriggio e hanno rigettato al mittente la proposta.

D’altra parte c’è un estremo interesse nel capire come hanno fatto a nascere i Cinque Stelle. Perché questo è un problema che si pone soprattutto a forze come le vostre, perché sono stati capaci di raccogliere i frutti di mille battaglie fatte dagli autonomi e da forze di base. Sono stati capaci di infinocchiare tutti, di mettere in piedi una tecnopolitica della rappresentanza, che non cambia nulla proprio perché è della rappresentanza.

La miccia dei gilet gialli è stata l'introduzione della carbon tax, poi ritirata da Macron, rischiando di fatto una contrapposizione tra giustizia climatica e giustizia sociale. Diversi analisti, tra cui Dardot e Laval, hanno in realtà affermato che il movimento è il primo che intreccia i due temi su un piano avanzato della lotta anticapitalista. In tanti comunicati e slogan emerge che i gilet gialli sono per la giustizia climatica, ma pretendono che la “transizione” la paghino i ricchi e le grandi centrali di inquinamento. Quanto una lotta contro i cambiamenti climatici può assumere i connotati di una vera e propria lotta anticapitalista?

Se la lotta anticapitalista non si carica anche della transizione climatica è una lotta che sballa. Prendiamo ad esempio l’ILVA di Taranto: tu puoi vincere quello che vuoi sul piano della lotta anticapitalista, ma resta una perdita complessiva per ogni movimento finché funziona in quella maniera ed è impiantata in mezzo alla città.

Il mutamento climatico in tutte le sue espressioni è una cosa grave che, oltretutto, massacra i poveri. Da questo punto di vista, ogni lotta deve comprendere come aspetto essenziale quello climatico. E quando dico comprendere intendo non in termini distintivi, ma di intreccio, anche perché ormai sono anni che le contraddizioni ecologiche sono state ampiamente risolte dai movimenti,

Non sono così sicuro che le cose stiano in questi termini all’interno dei gilet jaunes, perché penso che anche lì ci siano delle fratture e degli elementi di discussione ampi. Ma son altrettanto convinto che il “buon senso” – perché si può parlare di buon senso all’interno dei gilet jaunes, in termini di deposito ontologico costante – abbia fatto completamente rientrare la questione ecologica all’interno di quella legata al costo della vita, al salario sociale, ai servizi pubblici e a tutto il resto. C’è questo “buon senso”, ma ci sono anche delle contraddizioni, proprio perché questo resta un “movimento”, in cui non c’è una verità dogmatica ed ogni cosa è sempre da discutere, da aprire. E speriamo che si consolidi in fretta.

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