Francia - Secondo rapporto dell’osservatorio dello stato d’emergenza sanitaria pt. 1

20 / 5 / 2020

Dall’inizio dello stato di emergenza sanitaria, hanno preso forma in Francia molte pratiche di resistenza, di mutuo aiuto e di autodifesa per rispondere alle necessità di sopravvivenza quotidiana e affrontare le violenze di Stato. Per comprendere quello che si sta mettendo in opera e rinforzare le lotte, è stata costituita una squadra di inchiesta come intersezione delle alleanze tessute in questi ultimi anni, principalmente a Parigi e Tolosa. Il primo rapporto pubblicato su Acta.zone aveva suscitato l’interesse in diversi settori di resistenza e ha permesso di creare dei nuovi legami, di rinforzarne altri e di formarsi in modo collettivo per produrre una conoscenza critica capace di armare le nostre lotte. Il 10 maggio, sempre su Acta.zone, è stato pubblicato il secondo rapporto, tradotto per Globalproject.info da Sara Corsaro e Giulia Liotta. Oggi pubblichiamo la prima parte, dedicata alle resistenze nei territori coloniali, quartieri popolari, alloggi dei migranti e CRA (N.d.T. Centri di Detenzione Amministrativa). La seconda parte della pubblicazione è riservata alle prigioni e alle conclusioni poitiche.

Il gruppo di inchiesta sulle colonie d’oltre mare introduce il rapporto descrivendo le ultime implementazioni repressive dell’imperialismo francese a Mayotte, a la Réunion, in Kanaky ed anche in Guyana. Descrive le resistenze organizzate a diversi livelli ma che si moltiplicano e diversificano. I Gilets Noirs conducono la loro seconda auto-inchiesta negli alloggi di lavoratori migranti, dove loro si organizzano nella regione parigina contro l’inasprimento delle condizioni di vita e delle pratiche repressive e razziste degli amministratori. Il gruppo di inchiesta sulle violenze di Stato nei quartieri popolari si è allargato ed ha svelato la gestione dell’apartheid sociale da parte della polizia, a partire da dati raccolti online e direttamente in strada, per organizzare la solidarietà contro le repressioni che hanno iniziato a colpire le ultime rivolte. Il gruppo “prigioni” ha avuto molti colloqui con i detenuti nei principali penitenziari della regione parigina. Descrive la trasformazione delle lotte contro la diversità dei processi repressivi messi in atto. Un gruppo di inchiesta sugli aspetti giuridici dello stato di emergenza sanitaria ha riflettuto sulla custodia cautelare. Questo mostra come la legge del 25 marzo 2020 permette di estendere gli ambiti di questo dispositivo di detenzione. Infine, i militanti di “À bas les CRA!” (N.d.T. “Abbasso i CRA!”) si sono associati all’Osservatorio per descrivere l’evoluzione delle lotte e delle violenze di Stato nelle carceri per stranieri durante il periodo di emergenza sanitaria.

Le sintesi che seguono sono state redatte da ogni gruppo in seguito alle inchieste condotte in modo autonomo. Sono state restituite dai gruppi in modo collettivo per tentare di formulare delle ipotesi e delle piste di analisi e mobilitazione comuni.

NELLE COLONIE D’OLTRE MARE

A Mayotte, la situazione è molto preoccupante. Mentre le altre tre isole Comore (indipendenti) registrano solo 3 casi di persone contagiate, Mayotte ne conta quasi 700. Più dell’80% delle persone vivono sotto la soglia della povertà: più che il COVID-19 o la febbre tropicale che imperversa, è la fame che rappresenta il problema più grande per i/le cittadini/e comorriani/e di Mayotte. Nella notte del 3 maggio, centinaia di persone hanno violato il coprifuoco e sono insorte nella periferia di Mamoudzou (e soprattutto a Tsoundzou) contro la gendarmeria e la polizia. 200 giovani hanno lanciato pietre contro le forze repressive, specialmente su due blindati della gendarmeria – questi sono molto conosciuti da tutti i militanti delle colonie d’oltre mare dagli anni 70.

La situazione a La Réunion è stata descritta e analizzata da due compagni dell’isola, Marion Malga-Baptisto e Mathilde Lebon, in un lungo articolo intitolato “Moisissure sous les Tropiques” pubblicato su Le blog de Joao. Questi denunciano soprattutto la gestione della situazione da parte di un’élite bianca francese con la “complicità silenziosa degli/e eletti/e locali/e”, cosi come il fatto che il mercato delle mascherine chirurgiche sia stato depredato dagli stessi gruppi privati dei Caraibi e de La Réunion, che sostituiscono, così, uno stato coloniale appoggiato da una tale delegazione.

In Guyana, Martinica e Guadalupa, molti sindaci hanno espresso il loro rifiuto rispetto all’apertura delle scuole.

“La pandemia del Covid-19 costituisce una grave minaccia per la sanità dei popoli autoctoni di tutto il mondo” afferma un comunicato dell’ONU. All’interno dell’impero coloniale francese, questa affermazione riguarda i popoli primi della Guyana e i clan kanak di Kanaky. “Il contesto ci pone di fronte all’eredità di una ferita coloniale e al trauma collettivo lasciato dalle epidemie che hanno decimato i nostri antenati” ha dichiarato il gran consiglio consuetudinario della Guyana in un comunicato. Durante questo periodo, la commissione dipartimentale delle mine guyanesi ha votato il 29 aprile a favore di un nuovo progetto minerario il cui nome, “Espérance” (N.d.T. “Speranza”), suona come un ulteriore affronto. Dopo la vittoria politica dei/delle militanti autoctoni/e e ecologisti/e contro il progetto Montagne d’Or nel 2019, si annunciano, quindi, delle nuove battaglie.

In Kanaky, alcune tribù hanno costruito delle barriere. Il numero ridotto dei loro ingressi gioca la maggior parte del tempo a favore della gendarmeria, che può così controllare facilmente gli ingressi e le uscite e, questa volta, sono utili per filtrare le persone.

Gli/le abitanti di Maré, Lifou e Ouvéa hanno organizzato un ponte aereo di trasporto dei prodotti per i membri delle loro famiglie bloccate a Nouméa.

Il 20 aprile, il paese è uscito dall’isolamento, malgrado una comunicazione esplicitamente contraria del Senato consuetudinario.

Il 26 aprile, le autorità consuetudinarie di Païta hanno organizzato una manifestazione davanti l’aeroporto internazionale di Tontouta per protestare contro il rientro di 180 militari coloniali. Alla fine, l’aereo è stato cancellato. Il 22 marzo, l’aeroporto era stato assediato per manifestare la volontà del paese di non accogliere più degli aerei che potenzialmente avrebbero potuto contribuire alla pandemia. Otto persone erano poi state arrestate dopo che dei mezzi di repressione di ampio raggio erano stati messi in atto.

Uno dei nostri contatti ci comunica: “Per quanto riguarda la posizione dei consuetudinari, è vero che prendono realmente la questione in mano e ciò non piace molto ai lealisti che la vedono come una minaccia istituzionale nel modello di governance e si rendono soprattutto conto della portata e l’influenza delle loro decisioni sulla comunità kanak”.

La data del referendum per la piena sovranità del paese è rimasta il 6 settembre. La situazione attuale non favorisce la campagna per il ”Si” all’indipendenza del paese. La data scelta era già abbastanza “precoce” (non è affatto due anni dopo il primo referendum), e la crisi COVID-19 non migliora niente.

Il 5 maggio, le tribù di Ouvéa, soprattutto quelle di Gossanah, hanno commemorato il 32esimo anniversario del massacro di 19 militanti (ricordiamo che tre di questi, tra cui Alphonse Dianou, sono stati brutalmente giustiziati) da parte dell’esercito coloniale e dal GIGN francese (N.d.T. Gruppo di Intervento della Gendarmeria Nazionale), vittime di tristi tattiche elettorali alla vigilia del secondo turno delle presidenziali tra il Presidente Mittérand e il Primo Ministro Chirac. Tuttavia, tutto permetteva di risolvere la crisi dei 27 gendarmi presi in ostaggio nella grotta di Gossanah dalla negoziazione; i militanti reclamavano principalmente l’eliminazione del seggio di Ouvéa da parte dell’esercito francese e la possibilità di essere processati in Francia piuttosto che dai tribunali coloniali.

Accendendo radio Djido (radio Kanaky) il 22 aprile 2020, si poteva sentire Maki Wéa, militante di lunga data della tribù di Gossanah, parlare del dolore attuale in relazione alla pandemia. Alla fine del suo appuntamento radiofonico, Maki testimonia ciò che lui interpreta come un segno: “Voi sapete, hanno chiamato questo virus “COVID-19”. 19 mi fa per forza pensare ai 19 che abbiamo perso quel giorno e “covi” in lingua iaai [una delle 28 lingue kanak, e una delle due parlate a Ouvéa] vuol dire “giovane uomo”, che per noi significa davvero che questo momento è più “covi 29”!”.

NEI QUARTIERI POPOLARI

Nel corso di questo secondo mese d’isolamento, abbiamo potuto osservare una continuità ed un rinforzo nella messa in atto dei dispositivi securitari e repressivi dello Stato, che mirano specificatamente agli/alle abitanti dei quartieri popolari. I coprifuoco fissati in molte città dall’inizio dello stato di emergenza sanitaria sono stati per la maggior parte prolungati. E’ il caso di più di 112 città tra le quali Colombes, Snières, Puteaux, Valence, Perpignan, Compiègne…

Ecco un esempio particolarmente lampante: a Nizza, gli abitanti dei quartieri popolari (Trachel, Jean Vigo, Notre-Dame, Saint-Charles, Bon Voyage, Maccario, Pasteur, Las Palmas et des Moulins) si sono visti imporre un quadro giuridico più repressivo, con un’estensione del coprifuoco di 2 ore. Questo quadro legale segregazionista, validato dal tribunale amministrativo di Nizza, si inscrive all’interno della genealogia coloniale francese e non è diverso dal coprifuoco dell’ottobre 1961 stabilito dal prefetto di polizia Maurice Papon che si applicava ai/alle soli/e algerini/e della regione parigina e che è sfociato il 17 ottobre in un massacro di più di un centinaio di manifestanti da parte della polizia.

Il periodo è stato anche caratterizzato da una continuità nelle violenze della polizia contro principalmente dei corpi non bianchi, precari e dei quartieri popolari. Lo stato di emergenza sanitaria mostra un allargamento dell’ambito d’azione della polizia in materia di violenza fisica. Molte donne hanno così subito arresti, placcaggi al ventre, colpi e scariche di taser. Come a Château-Rouge a inizio quarantena, o come lo testimonia questo video girato a Dammarie-les-Lys la notte tra il 18 ed il 19 aprile.

Tra l’8 aprile ed il 9 maggio, 9 persone sono state uccise dalla polizia francese in nome della lotta contro il virus. L’8 aprile, Mohamed Helmi Gasbi, 33 anni, è stato ucciso dopo essere stato arrestato nelle strade di Béziers. Dopo essere stato fermato per non aver rispettato la quarantena, anche se viveva per strada, è morto a causa dell’uso della tecnica del placcaggio ventrale, che ricorda la morte di Lamine Dieng nel 2007. Il 10 aprile, un uomo muore in un incidente d’auto a Estourmel dopo essere stato inseguito dalla polizia, mentre il passeggero del veicolo è ancora tra la vita e la morte. Lo stesso giorno, a Angoulême, Boris muore buttandosi nella Charente dopo essere stato inseguito da un’auto della polizia. Nella notte tra il 14 ed il 15 aprile, un sessantenne muore in una cella di detenzione al commissariato di Rouen. Secondo la versione della polizia, sarebbe stato vittima di un “malore” e non sarebbe riuscito a sopravvivere malgrado i tentativi di rianimazione. Il 15 aprile, un uomo, richiedente asilo afgano, muore colpito da tre proiettili da tre poliziotti nel parco La Courneuve. Nella notte tra il 27 ed il 28 aprile, un giovane di 14 anni muore in un incidente d’auto dopo essere stato inseguito dalla polizia. Il passeggero, un amico della vittima di 16 anni, è ancora in gravi condizioni. Nella notte tra il 28 ed il 29 aprile, un uomo di 43 anni muore in una cella di detenzione notturna al commissariato d’Albi dove era stato portato poche ore prima. Nella notte tra il 30 aprile ed il primo maggio, Romain, 30 anni, muore in una cella di detenzione notturna al commissariato di Saint-Denis. Il 7 maggio, un uomo muore nel quartiere di Villeneuve a Grenoble cadendo dal 13esimo piano di uno stabile, mentre tentava di scappare dai poliziotti della BST (N.d.T. Brigades spécialisées de terrain).

Mentre ancora 5 anni fa il tasso degli omicidi da parte della polizia oscillava tra i 10 e i 15 all’anno, è passato a 25-35 morti l’anno. Le vittime sono sempre, o quasi esclusivamente, degli operai non bianchi. Nel momento in cui è stato redatto questo rapporto, ovvero due mesi dopo l’inizio dello Stato d’emergenza sanitaria, 11 persone sono morte per cause legate all’attività della polizia: è un aumento evidente, ovvero l’equivalente degli assassini compiuti dalla polizia in un intero anno all’inizio degli anni 2010.

Le versioni della polizia sono di nuovo riservate in esclusiva al campo mediatico. In questo contesto, bisogna ricordare che le condanne a morte nelle celle di detenzione e i crimini legati all’inseguimento di corpi oppressi fanno parte integrante del repertorio d’azione repressiva abituale dello Stato. Ricordiamo, inoltre, che la criminalizzazione delle vittime e le azioni penali sono sistematiche e contribuiscono alla stessa logica di delegittimazione delle resistenze popolari.

Inoltre, molte scene di violenza della polizia sono state registrate in numerose città della Francia. A Compiègne, Jean Uriel Agbalika viene colpito, insultato ed ammanettato durante un controllo documenti particolarmente violento. A Tolosa – dove alcuni giovani si fanno costantemente beccare dai poliziotti in mezzo agli isolati e subiscono minacce di morte – un giovane è stato picchiato il 22 aprile dalla polizia municipale al pub La Cité Madrid, mentre tentava di fuggire ad un controllo. E’ svenuto dal dolore in commissariato. Nell’udienza di comparizione immediata, si è preso una grossa multa e la condanna con rinvio per oltraggio, ribellione e violenza. Nella notte tra il 24 ed il 25 aprile, Olivier, cinquantenne, è stato picchiato da una pattuglia della polizia. Ha subito dei colpi di museruola che gli hanno fatto perdere i denti, mentre i cani poliziotti gli hanno lasciato tracce di morsi sui polpacci e sugli avanbracci. Dopo l’interrogatorio, è stato tenuto in custodia e condannato per “violenze con arma, minacce di morte, violenze su persone appartenenti alle autorità pubbliche, ribellione, porto e detenzione di arma di categoria C, e somministrazione di sostanze nocive”. Il primo maggio, nel quartiere della Reynerie, Fefe e Zack, 16 e 17 anni rispettivamente, sono stati picchiati da sei poliziotti. Alle 23 circa, sono scappati dal controllo. Zack è stato placcato al suolo e si è rotto il naso dopo aver ricevuto molti colpi, mentre Fefe ha subito minacce di morte: “sporco arabo, ti tagliamo la testa”. Nella notte tra il 25 ed il 26 aprile all’Ile-Saint-Denis, un giovane uomo è stato inseguito dalla polizia di Villeneuve-la-Garenne ed è saltato nella Senna per fuggire. E’ stato arrestato e, successivamente, picchiato nella volante della polizia, sotto le risate delle forze dell’ordine che allegramente facevano riferimento al massacro del 17 ottobre 1961 da parte della polizia: “Un bicot comme ça, ça nage pas”, “Ça coule, tu aurais dû lui accrocher un boulet au pied” (N.d.T. “Un magrebino come questo non sa nuotare. Affonda, avresti dovuto attaccagli un peso al piede”). Ancora una volta, lamodernizzazione dei regimi razzisti e coloniali dello Stato francese è esplicita e viene appoggiata fieramente dalle forze dell’ordine. L’impunità della polizia è totale, fortemente percepita da parte di tutti i loro membri. Nella notte tra il 14 ed il 15 aprile 2020, un poliziotto in borghese ha sparato al suo vicino dopo aver girato il video su Snapchat: “Vado dal mio vicino qui sotto che sta facendo casino. Mi chiede di scendere questo sporco figlio di p***na. Io scendo”, seguito da un’istantanea delle macchie di sangue sul pavimento ed accompagnato da un messaggio agghiacciante: “Ho sparato”. Il 16 aprile, nella Corsica del Sud, un agente della dogana spara un colpo in aria con un’arma, “esasperato dal rumore della vicina” alle 20.00 durante il conosciuto ’”appuntamento” degli applausi dai balconi.

La notte tra il 18 ed il 19 aprile è stato un momento di cristallizzazione della violenza di Stato particolarmente importante. A Dammarie-les-Lys, i poliziotti della BAC (N.d.T. Brigata Anti Criminalità) prendono a schiaffi una donna ammanettata e, successivamente, colpiscono le parti genitali di un uomo a terra ammanettato. A Tolosa, nel quartiere di Bellefontaine, un’auto della polizia insegue un veicolo e si schianta frontalmente contro un automobilista che proveniva dalla parte opposta: non aveva niente a che vedere con l’intervento di polizia. Secondo una testimonianza, l’uomo sarebbe uscito dal veicolo zoppicando e lamentando dolori alla testa. Sarebbe stato fatto un accertamento in modo sbrigativo e poi l’uomo è stato sollecitato dai poliziotti a rientrare rapidamente a casa sua senza recarsi all’ospedale. Nello stesso momento, nel quartiere della Reynerie, intorno alle 22.00, un giovane è stato menato da due poliziotti. Sarà lasciato sanguinante a bordo strada con l’arcata sopraccigliare aperta. La stessa sera, nella città di Villeneuve-la-Garenne, dei poliziotti fermi in una macchina non segnalata colpiscono con la portiera Mouldi C., 30 anni, che girava in moto. Viene così scagliato contro un palo e subisce una grave ferita alla gamba che lo obbliga a 3 mesi di ITT (N.d.T. Incapacità totale di lavoro). Queste tecniche di condanna a morte non sono affatto inedite. Samir Baaloudj, ex militante del MIB (Mouvement de l’Immigration et des Banlieues), spiega in un articolo di Bondy Blog: “Degli uomini che si fanno colpire in moto dalla polizia, questa non è una novità. Negli anni 90, si chiamava “pare-choquage”, ti facevano scivolare colpendo la parte posteriore della moto. Negli anni 2000, era un po’ più violento: abbassavano il vetro e ti colpivano violentemente con un manganello”. Queste tecniche letali richiamano anche il modo in cui Ibrahima Bah è stato ucciso dalla polizia il 6 ottobre 2019 a Villiers-le-Bel.

Quest’umiliazione generale e sistematica (hagra, in dialetto arabo) causa molte notti consecutive di insurrezioni in decine di quartieri popolari. Anche se Tolosa e Villeneuve sono gli epicentri delle rivolte, le azioni di resistenza sono organizzate in quasi 22 città a partire dal 19 aprile: Gennevilliers, Mulhouse, Aulnay, Villepinte, La Courneuve, Bordeaux, Lille e nei dintorni…. Si susseguono, così, molte notti consecutive di rivolte popolari, che si diffondono in modo differenziato nello spazio metropolitano, mobilitando un repertorio di azioni specifiche e ricorrenti: uso di mortai, fuochi d’artificio, contrattacchi in piccoli gruppi organizzati… Sono stati registrati pochi casi di arredi urbani distrutti o auto bruciate: “Oggi, i giovani hanno un avversario molto chiaro: la polizia” conferma Samir Baaloudj nell’articolo di Bondy Blog citato precedentemente.

La costruzione di una genealogia della violenza permette di analizzare queste rivolte e di legittimarle. Ne I Dannati della Terra, Frantz Fanon sviluppa l’idea secondo la quale lo sfruttamento dei/delle colonizzati/e da parte dello Stato non è altro che una violenza perpetua. Inoltre, egli crede che nei territori colonizzati, i gendarmi ed i soldati come intermediari del potere coloniale utilizzano solo un linguaggi, quello della violenza pura. E’ chiaro che si può fare un’analogia con quello che vivono gli/le abitanti dei quartieri popolari, come lo testimonia la tribuna La colère des quartiers populaires est légitime (La rabbia dei quartieri popolari è legittima).

E’ importante sottolineare che queste rivolte non costituiscono una rottura con le forme di autodifesa messe in atto fino ad oggi nei quartieri popolari. Infatti, tra il 12 ed il 19 aprile, sono avvenute alcune insurrezioni o azioni dirette contro la polizia di diverso tipo – meno mediatizzate – a Havre, Évreux, Bordeaux, Villiers-sur-Marne, Mantes-la-Jolie, Chanteloup-les-Vignes, Villeneuve-la-Garenne, La Courneuve, Trappes, Grigny… Dopo poco più di una settimana di lotte più localizzate e diffuse nel tempo e nello spazio, sono ricominciate le rivolte apparentemente più sincronizzate nel corso degli ultimi giorni.

Attraverso queste rivolte, il problema delle immagini viene riformulato. L’uso sempre più frequente dei fuochi d’artificio, soprattutto sfruttando tattiche di piccoli gruppi stile Generazione Call of Duty e, successivamente, la loro diffusione sui social media, sviluppa un’estetica a doppio taglio. Lo spettacolo delle sommosse non incita a diffidare del gesto insurrezionale. Nell’ombra del riot porn, la repressione è in corso e ha cominciato a colpire. Prima di tutto, per mezzo della chiusura di molti account Instagram, Snap e Twitter che diffondevano l’hashtag #mortauxporcs (in italiano: “morte ai porci”) e delle informazioni legate alle rivolte contro la polizia, in seguito, con la “pulizia” questi stessi social e il recupero di alcuni dati (impronte, DNA, “informazioni civili”…) e, infine, con i primi arresti. Possiamo sicurante aspettarci altre ondate di perquisizioni e, lontano dai proiettori e dalle loro applicazioni, bisognerà organizzare la solidarietà. D’altra parte, i video, che sono stati filmati da ogni angolo e condivisi largamente durante la prima serie di rivolte in aprile, sono scomparsi dopo i primi giorni. Sappiamo anche che la presenza di giornalisti indipendenti, che si potrebbero considerare dei collaboratori premurosi, è diventata problematica per alcuni gruppi che agiscono per strada, ostacolati e minacciati dalle immagini e dalla vicinanza di questi giornalisti. Così, questi gruppi hanno reagito al “problema delle immagini” cercando di impedirle. Le pratiche di solidarietà dovrebbero almeno partire dalle conclusioni tirate dalle forze combattenti.

Inoltre, le forme di auto-organizzazione e di autodifesa che nascono nei quartieri popolari in risposta alle violenze di Stato non possono essere riassunte dalle sole rivolte. A Tolosa, nel quartiere dei Izards, una chorba popolare viene organizzata durante il Ramadan dal ristorante Peppers e dalle associazioni Izards Attitude e JCETT (Journées Culturelles et Economiques de la Tunisie à Toulouse – in italiano: Giornate Culturali ed Economiche della Tunisia a Tolosa), che hanno distribuito più di 400 pasti ad alcune famiglie bisognose, creando così dei legami di solidarietà. Anche alla casa di quartiere di Bellefontaine ha organizzato delle distribuzioni alimentari e la casa del quartiere di Bagatelle ha programmato un Ftour solidale. Un dispositivo d’aiuto allo svolgimento dei compiti a distanza è stato offerto dal Comité Vérité et justice 31 dall’inizio della quarantena, con la collaborazione delle madri delle famiglie dei quartieri popolari. All’interno di questa logica, le Brigades d’Education Populaires sono nate un po’ dovunque in Francia. Nel quartiere d’Arnaud Bernard, un centro di Autodifesa Sanitaria ed Alimentare è stato costruito nella rete delle Brigate di Solidarietà Popolare esistenti in molte città (Nantes, Paris, Troyes, Genève, Lille, Liège, St Étienne, Marseille, Lyon, Bruxelles…). Un gruppo di avvocati ed avvocatesse è nato a Tolosa, con l’obiettivo di sostenere gli/le abitanti dei quartieri popolari e per lottare contro la repressione e le difficoltà di accesso al diritto normativo in periodo di quarantena.

A Parigi, sono nate molte iniziative di denuncia delle violenze da parte della polizia. L’UNPA (United Nations Postal Administration) ha fornito un’applicazione online che permette di filmare i poliziotti e conservare le immagini.

L’Echo des banlieues, Booska-P, Rapélite, Yard e Streetpress si sono coordinati per creare un servizio di messaggistica vocale che permetta di raccogliere e pubblicare le testimonianze delle violenze della polizia, chiamato “Sur Ecoute”. Infine, il collettivo Désarmons-les ha costituito una squadra di avvocati ed avvocatesse per fornire la garanzia di essere accompagnati/e e consigliati/e ai/alle familiari delle vittime di violenze della polizia. Le Brigate di Soldiarietà Popolare hanno più di 700 volontari nella regione parigina disponibili ad aiutare i/le svantaggiati/e e mettere in atto la solidarietà di classe in modo effettivo. Molte altre iniziative di solidarietà sono nate nei quartieri popolari, come Têtes Grêlées, Covid Entraide, così come raccolte alimentari sostenute dalle moschee o da altri centri religiosi….

Così, di fronte alle violenze di Stato, le forme di auto-organizzazione e di autodifesa vengono sviluppate dai “dannati della terra”, ce prendono in mano la loro esistenza e sopravvivenza e si riappropriano della strada.

I quartieri popolari hanno ripreso, in primis, ad usare l’azione diretta contro la polizia. Ma lo Stato sta già preparando le offensive future per mantenere l’ordine dopo la quarantena, ovvero per mettere in atto i mezzi repressivi finalizzati ad inquadrare il capitalismo post-quarantena. In linea con la società neoliberale e securitaria che ha stabilito lo stato di emergenza sanitaria, l’investimento massiccio nei settori della “difese” e della “sicurezza” sarebbe il garante del “rilancio della crescita”.

La costruzione di legami attraverso le inchieste e le pratiche di solidarietà contro le violenze di Stato nei quartieri costituisce la base quotidiana di organizzazione. A partire da ciò, bisogna correggere il più rapidamente possibile il rapporto delle forze contro lo Stato e mobilitate in strada, ovvero dotare le resistenze popolari di capacità di autodifesa e di confronto rispetto alla polizia, così come fornire dei mezzi concreti per la difesa della legittimità delle rivolte, per sostenere gli insorti, le vittime della repressione e i loro cari e per costruire la critica della polizia in quanto tale.

NEGLI ALLOGGI DEI/DELLE MIGRANTI

Secondo momento di auto-inchiesta dei Gilets Noirs: contro gli amministratori, l’autodifesa sanitaria, dei documenti per la dignità e la libertà!

I compagni in lotta negli alloggi hanno organizzato la solidarietà tra di loro e non hanno aspettato niente dallo Stato o dagli amministratori (le associazioni o le imprese che lavorano negli alloggi dove gli immigrati vivono, come Adoma, Coallia o ADEF). La difesa si fa già conducendo inchieste: questo significa semplicemente discutere collettivamente e quanto più possibile attraverso gruppi Whatsapp, durante gli approvvigionamenti ed i momenti collettivi di ftour, per esempio, traducendo nelle lingue parlate nel movimento, trasmettendosi le informazioni nell’alloggio e tra i vari alloggi per telefono. Quando ci trasmettiamo le informazioni, ci conosciamo collettivamente e possiamo condividere le nostre paure, i nostri problemi, ma anche il nostro coraggio e la nostra forza.

Trasmettendo le comunicazioni e organizzando la solidarietà tra i nuclei familiari, i Gilets Noirs si difendono contro la repressione degli amministratori, che nelle discussioni di tutti costituiscono i nemici principali durante il periodo di quarantena. Infatti, gli amministratori svolgono il lavoro della polizia persino negli alloggi, i proprietari e i poliziotti rimangono nemici, ma in secondo piano in questo periodo, sebbene continuino il loro sporco lavoro giornaliero nelle strade. Confinata, la lotta si fa corpo a corpo, “a domicilio”, in quel luogo di vita che è la casa.

I rapporti delle forze interne all’alloggio sono esacerbati dal periodo, e gli amministratori producono e alimentano queste fratture. In un alloggio, ci sono i responsabili, ovvero i dipendenti dei amministratori. Questi danno ordini e incassano gli affitti. Ci sono anche i delegati, eletti o scelti dai residenti “ufficiali” per rappresentarli. I delegati sono gli intermediari tra i residenti e gli amministratori ed hanno un ruolo centrale negli alloggi grazie alla loro posizione. Ci sono i residenti “ufficiali” e poi i compagni che compongono il movimento dei Gilets Noirs per la maggior parte, i “migranti irregolari”, ospitati dai loro amici, la loro famiglia o i loro compagni, che i amministratori chiamano “sub-occupanti”. Gli amministratori, da bravi poliziotti, mettono pressioni ai residenti per l’affitto. In alcuni alloggi, quando alcuni compagni hanno avuto la forza di andare a confrontarsi con gli amministratori, la risposta è stata una minaccia: “Se non pagate, avrete un debito. Saremo obbligati a togliere l’acqua e l’elettricità!”. In un alloggio, qualche giorno fa, c’è stata un’inondazione a causa di una caldaia regolata male: gli amministratori, invece di assumersi le proprie responsabilità, hanno scaricato la colpa sui “sub-occupanti”. In molti alloggi, gli amministratori hanno già usato l’emergenza sanitaria come pretesto per entrare nelle camere e cercano di separare i figli dai padri, come l’abbiamo già spiegato nel nostro testo « “Autodéfense immigrée : seule la lutte donne les papiers” (N.d.T. “Autodifesa immigrata: solamente la lotta fornisce i documenti”).

L’arrivo dei medici per fare il test è percepito con inquietudine dai “migranti irregolari”, che spesso non hanno alcuna copertura sanitaria e hanno paura dei rapporti che l’ARS (Agences Régionales de Santé) o i medici potrebbero dare all’amministratore. La maggior parte dei test sono richiesti dai amministratori che cercano di colmare la loro assenza già risaputa nelle prime settimane della quarantena e sono muniti di liste di residenti. La campagna di test serve in realtà al processo di conteggio al quale le squadre sanitarie collaborano, a volte controvoglia, con gli amministratori per il loro lavoro di divisione e di smistamento. Per avere accesso ai test, i residenti sono spesso obbligati a dichiarare chi ospitano e devono lasciare in mezzo ad una strada i sub-occupanti per tre mesi. Con la scusa della lotta contro la pandemia, queste operazioni di conteggio, di solito rifiutate dai residenti e dai delegati, permettono agli amministratori di prendere due piccioni con una fava. Da una parte, considerando i “migranti irregolari” come “sovrannumero” e “sub-occupanti”, contribuiscono a tracciare la loro presenza negli alloggi, li forzano a nascondersi e a non rivendicare alcuna forza collettiva per evitare un’ulteriore repressione. Dall’altra parte, gli amministratori mettono pressione anche ai residenti “legali” degli alloggi, utilizzando la loro presenza per ricordare che la loro azione di solidarietà molto basica, quella di ospitare i membri della famiglia, gli amici o i compagni migranti irregolari, non è prevista dal loro contratto da residenti. Così, i residenti si trovano di fronte alla paura di doversi organizzare per fermare i pagamenti dell’affitto, in modo da non “mettere in pericolo i giovani fratelli migranti irregolari, sebbene questi ultimi siano il motore della lotta.

Malgrado tutto ciò, i Gilets Noirs riflettono e si organizzano sia per difendersi che per attaccare. I delegati, intermediari tra amministratori e residenti, prendono una posizione e alcuni entrano in lotta con i residenti. E’ proprio in queste circostanze che molti alloggi dove i Gilets Noirs si organizzano hanno deciso di smettere di pagare l’affitto e di esprimere le loro rivendicazioni agli amministratori. Il pagamento con prelievo automatico generalizzato negli alloggi trasformati in “residenze sociali” impedisce lo sciopero degli affitti, perché i responsabili non possono più spostarsi per incassare gli affitti di persona. Gli amministratori non cercano di espellere tutti i “sub-occupanti” irregolari degli alloggi, ma piuttosto vogliono tenerli docili e isolati, poiché costituiscono una manodopera necessaria ai padroni e allo Stato. Sono la vita e l’organizzazione a livello collettivo che sono possibili in un alloggio che rappresentano il bersaglio delle politiche degli amministratori. E’ sempre questa vita collettiva ciò che vogliamo difendere, poiché è parte integrante della lotta per la regolarità dei documenti, la libertà e la dignità. Noi non ci aspettiamo niente da loro e non reclamiamo niente, noi esigiamo le azioni che formuliamo per e con la lotta contro gli amministratori, creando il rapporto di forza. I responsabili sono spesso cacciati, gli affitti sospesi, i residenti e i migranti irregolari si capiscono e parlano con i delegati. Tutti si preparano al periodo successivo alla quarantena per uscirne ancora più forti. Quindi, l’autodifesa sanitaria è una tappa centrale: la strategia di comunicazione che qualifica automaticamente i nostri alloggi come “bombe sanitarie” è per noi, i Gilets Noirs, pericolosa. Questo crea un’emergenza e persino una forma di panico, come se gli alloggi fossero fino ad ora delle “fosse comuni”, affinché le prefetture, l’ARS e gli amministratori vengano intimiditi per intervenire dentro/per gli alloggi.

Ma è proprio nel messaggio “Fate qualcosa!” che sta il pericolo! Cosa fanno di solito gli amministratori e le prefetture quando si parla di alloggi? Fanno uno smistamento, distruggono le organizzazioni collettive, trasformano gli alloggi in “residenze sociali” per individualizzare meglio i casi e distruggere i momenti collettivi e, quindi, potenzialmente di resistenza. Perché pensare che le misure contro il covid-19 cambierebbero i loro obiettivi?

Contro il covid-19, i Gilets Noirs organizzano un’autodifesa sanitaria, sorvegliano gli alloggi e la salute di tutti, si scambiano consigli per isolarsi meglio ed individuare i sintomi della malattia, si procurano termometri grazie alla solidarietà popolare delle brigate e di altri collettivi, puliscono le aree comuni e assicurano gli approvvigionamenti dei prodotti per la casa per gli alloggi dove i compagni ne hanno bisogno, chiamano i pompieri se c’è necessità, allertando gli altri compagni che possono tradurre, e si assicurano della procedura se non si ha la CMU (N.d.T. Copertura Sanitaria Universale) o l’AME (N.d.T. Supporto sanitario dello stato), affinché non si resti isolati nel caso di un’eventuale cura. Impedire al covid-19 di entrare negli alloggi, significa evitare la repressione che potrebbe verificarsi nel momento dei test negli ospedali, dove il razzismo è onnipresente.

I media, i deputati e le associazioni parlano molto delle discussioni del Ministero rispetto a una possibile regolarizzazione, come in Italia o in Portogallo. Queste novità sono al centro di tutte le nostre discussioni. Ma aspettare una possibile regolarizzazione rimanendo calmi, nel nostro alloggio, come loro vorrebbero, non ci conviene. Loro vogliono farci dormire, prevedendo già che questa regolarizzazione sarebbe solamente parziale e ci dividerebbe. Ma noi ci comunichiamo le informazioni, ci confrontiamo con le nostre testimonianze e le nostre riflessioni per preparare insieme il contrattacco e costruire la nostra lotta. Noi lottiamo per la regolarità dei documenti non solo in strada e negli edifici che occupiamo, (dove non siamo mai i benvenuti di solito, se non come lavoratori schiavizzati), ma anche nei corridoi, nelle cucine e nelle camere dei nostri alloggi.

Nei CRA

La reclusione continua nei centri di detenzione amministrativa (CRA). La chiusura delle frontiere e l’impossibilità di espellere mostrano chiaramente che questi luoghi sono prima di tutto delle carceri per i/le stranieri/e.

Nonostante gli effetti dell’annuncio e le numerose liberazioni proprio all’inizio della quarantena, lo Stato non ha mai smesso di rinchiudere gli/le stranieri/e. Le prefetture, che avevano annunciato la chiusura di alcuni centri di detenzione, sono state riaperte in gran silenzio. Per esempio, è successo così nei CRA di Lyon, Nîmes e Bordeaux. Gli/Le ultimi/e prigionieri/e dei CRA di Plaisir e di Palaiseau sono stati/e trasferiti/e a Mesnil-Amelot a fine marzo, dove tutti/e i/le prigionieri/e sono raggruppati in due edifici; questa decisione aumenta i rischi di trasmissione del COVID-19 e permette allo Stato di ridurre il numero dei poliziotti sul posto. Nei centri di detenzione delle colonie d’oltremare, la reclusione delle persone straniere non si è mai fermata: a Mayotte, il CRA ha riaperto, col pretesto di mettere in quarantena dei/delle nuovi/e arrivati/e sull’isola, di cui molti provengono dalle altre isole Comore.

Ad oggi, molti CRA sono di nuovo stati rapidamente riempiti dalle prefetture: degli edifici chiusi riaprono e le nuove detenzioni sono molto spesso validate e prolungate dai giudici della libertà e della detenzione (JDL). Come potevamo aspettarci, la quarantena e lo stato d’emergenza sanitaria hanno rafforzato i controlli dei documenti e gli arresti razzisti, specialmente legati al lavoro. Come già accadeva prima della quarantena, molti migranti irregolari sono stati anche trasferiti direttamente dalle prigioni ai CRA. Durante la quarantena, un buon numero di persone, spesso donne, sono state lasciate sole nei CRA, isolate dall’esterno e a la mercé dei poliziotti. Nella maggior parte dei CRA, i/le prigionieri/e che digiunano durante il Ramadan sono stati/e separati/ dagli altri. Le deportazioni “europee” non si sono interrotte: mercoledì 29 aprile molte prefetture hanno espulso una cinquantina di persone rinchiuse nelle carceri di Mesnil-Amelot, di Lille-Lesquin e di Tolosa (ma in minor parte) verso la Romania e l’Albania utilizzando alcuni aerei appositamente preparati.

Ormai in tempi “normali”, i rifiuti delle cure sono sistematici nei CRA: alcuni/e prigionieri/e sono costretti ad interrompere le loro terapie, coloro che si ammalano non hanno mai accesso ai farmaci, etc. Le interruzioni delle cure costituiscono una pena supplementare. Nel contesto della pandemia, lo Stato ha deliberatamente fatto rischiare ai/alle prigionieri/e di morire, continuando a rinchiudere nuove persone ogni giorno, spesso tanti in ogni cella, in condizioni insalubri, ed accettando il rischio che i poliziotti potessero contagiarli. Ad oggi, in almeno tre CRA (Lille, Oissel e Vincennes), dei detenuti sono stati identificati come contagiati ed isolati dagli altri residenti molto tardivamente, senza terapie e quasi mai trasferiti in ospedale. A fine marzo, dei prigionieri si sono organizzati e hanno iniziato a fare lo sciopero della fame al CRA di Vincennes, per protestare contro la situazione sanitaria. Successivamente, l’edificio 1 ha chiuso, i prigionieri si sono concentrati negli edifici 2A e 2B, dove, il 9 aprile, alcuni casi di COVID-19 sono stati confermati. I poliziotti, invece di portare i malati all’ospedale, li hanno messi in isolamento.

La mattinata del 12 aprile, i prigionieri hanno cercato di appiccare il fuoco in un’area del CRA. Successivamente, hanno affrontato i poliziotti per esigere che uno di loro fosse portato all’ospedale. Sebbene quest’ultimo avesse gravi sintomi del virus, si sono rifiutati di chiamare un’ambulanza. I prigionieri sono alla fine riusciti a farlo trasportare in ospedale verso mezzanotte.

Il 14 aprile, in seguito alla procedura per direttissima richiesta dalle associazioni per tutelare le libertà, il tribunale amministrativo di Parigi ha preso una decisione vile ed ambigua, poiché invece di chiudere il centro, ha solamente vietato di concedere ulteriori posti di detenzione nel centro. Il tribunale richiede anche che i prigionieri positivi al COVID-19 vengano “isolati e confinati, mantenendo il loro diritto di accesso alle cure necessarie per il loro stato di salute”. L’amministrazione ha fornito delle mascherine per i/le prigionieri/e, ma quest’azione è stata vista come un insulto perché la maggior parte dei/delle prigionieri/e erano già stati/e contagiati/e nel frattempo e poiché si trattava, prima di tutto, di una misura per proteggere i poliziotti e placare i loro sindacati.

Un esempio che testimonia l’interruzione delle cure sistematiche è quello di un prigioniero liberato da un carcere per essere operato e poi trasferito al CRA di Mesnil-Amelot, dove la sua terapia è stata sospesa. Questo prigioniero ha iniziato lo sciopero della fame verso il 20 aprile e, dopo un malore, è stato obbligato a ricominciare a mangiare dai poliziotti e dai medici. Giovedì 30 aprile, i prigionieri hanno appiccato il fuoco in numerose celle dell’edificio 11 in solidarietà con il detenuto malato. In seguito a questo rogo, un prigioniero è stato accusato dalla polizia di frontiera (la PAF, che sorveglia il CRA) e messo in isolamento, e poi, il giorno dopo, tre persone sono state portate in custodia. Due di loro sono state fermate di nuovo al CRA e il terzo è stato sicuramente processato per direttissima, ma da allora non abbiamo avuto più alcuna notizia. In seguito a questo episodio, i prigionieri sono stati raggruppati nello stesso edificio, ritrovandosi fino a quattro per camera. Il 3 maggio, una cella dell’edificio 10 è stata incendiata dai prigionieri. Questa volta, è stato impossibile per i poliziotti spostarli; quindi, hanno dormito nelle camere ancora piene di cenere. Inoltre, da alcuni giorni dei prigionieri di questo CRA lamentano costantemente dei sintomi “strani” dopo i pasti: forte stanchezza, lingua secca. I loro compagni ci hanno raccontato che dormono per tutto il pomeriggio, al contrario di ciò che fanno abitualmente, e sentono che hanno la bocca impastata al telefono. Denunciano l’uso di farmaci nel cibo per farli dormire ed impedire le rivolte.

Sempre a Mesnil-Amelot, nella notte tra l’11 ed il 12 aprile, il cortile del viale è stato bloccato dai/dalle prigionieri/e. I “piani alti” e la direzione del CRA hanno cercato di farli rientrare nelle loro celle, ma si sono rifiutati e hanno passato la notte fuori. Durante la mattinata del 12 aprile, i CRS (N.d.T. Compagnia Repubblicana di Sicurezza) sono arrivati in rinforzo, oltre ai poliziotti anti sommossa già presenti. Una parte dei prigionieri è stata picchiata mentre i poliziotti hanno compiuto una perquisizione generale degli edifici e confiscato dei telefoni. I CRS hanno poi portato con la forza i prigionieri nelle loro celle, ad eccezione di otto persone che sono state fermate e poi trasferite in altri CRA: cinque a Lille Lesquin e tre a Oissel (Rouen).

Per i detenuti che sono stati trasferiti a Lille la repressione continua: sono stati isolati altri detenuti, collocati in una zona del CRA aperta appositamente per l’occasione. Quando domenica 12 aprile i tre prigionieri di Mesnil-Amelot sono arrivati a Oissel dopo un trasferimento violento, i tredici detenuti del CRA hanno intrapreso uno sciopero della fame, allora i tre detenuti trasferiti si sono uniti alla lotta in corso. Non hanno potuto recuperare i loro averi e i loro documenti perché i poliziotti della PAD li hanno lasciati a Mesnil-Amelot.

A Lille, a inizio maggio, erano trattenute sempre più di 45 persone: in seguito a un’azione condotta il 27 aprile nella struttura B per protestare contro le condizioni durante il Ramadan, tre persone sono state identificate come i leader della rivolta e una di loro è stata portata in isolamento e pestata durante la notte. L’indomani mattina, molto presto, tutti e tre sono stati svegliati, ammanettati e trasferiti a Metz – il CRA è pressoché vuoto dall’inizio della quarantena. Una quarta persona è stata trasferita nello stesso modo, perché “rimaneva un posto libero” e perché sarebbe stata accusata di aver mentito a uno dei poliziotti. Con questi esempi di rivolte e repressioni, osserviamo bene la strategia di trasferire i/le prigionieri/e di CRA in CRA per soffocare le rivolte e la solidarietà e punire coloro i/le quali protestano.

Dunque la situazione eccezionale non fa che esacerbare le violenze sistemiche e quotidiane che costituiscono il sistema di detenzione per stranieri/e. I media si sono interessati ai CRA solamente per evocare le cosiddette “scaramucce” con i poliziotti. Ancora peggio, i media a volte accentuano il pericolo per i detenuti in rivolta: diversi giornalisti (compresi alcuni “militanti”) hanno pubblicato delle testimonianze audio dei prigionieri e degli articoli con il loro nome, senza considerare i rischi di repressione. Se molte associazioni e politici hanno domandato la chiusura dei CRA durante la quarantena per ragioni sanitarie, nessuna di queste associazioni ha sostenuto le rivolte o ha ascoltato le rivendicazioni dei/delle detenuti/e, rivendicazioni che condannano il sistema di detenzione nel suo insieme. Come spesso accade, per le gattabuie e i CRA, i momenti di crisi possono servire il discorso riformista dell’“umanizzazione” delle condizioni di detenzione, dell’assetto delle pene, così come delle uscite per gli arresti domiciliari. Questo risveglio umanitario maschera così un’accettazione delle politiche migratorie razziste dello Stato in “tempi normali” e c’è da scommettere che la fine della quarantena sarà accompagnata dalla scomparsa della questione dei CRA dal dibattito pubblico.

Per maggiori info:      

·https://abaslescra.noblogs.org/lenfermement-dans-des-conditions-de-merde-continue-situation-dans-les-cra-au-21-avril/

·https://abaslescra.noblogs.org/enfermer-enfermer-toujours-la-situation-dans-les-cra-au-10-avril/

Appelli alla solidarietà: https://abaslescra.noblogs.org/messages-de-solidarite-aux-revoltes-dans-les-cra/

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