Fatih e Adam, morti come prede di caccia

A Grenoble, due ragazzi di 17 e 19 anni sono morti a causa di un inseguimento della polizia.

8 / 3 / 2019

Il 2 marzo, Fatih e Adam sono morti in seguito a un incidente sul raccordo autostradale, schiacciati in moto tra un pullman e il parapetto nel tentativo di sfuggire alla BAC, Brigade anti-criminalité, corpo speciale di sicurezza che opera quotidianamente nelle cités e nei quartieri popolari, oppure durante le manifestazioni di piazza che si svolgono in Francia.

I due giovani erano inseguiti perché segnalati su un mezzo rubato senza targa e senza casco, ma la dinamica di quello che si presenta come un incidente fortuito è una storia che si ripete nel corso del tempo, da decenni, in quelle aree periferiche dove i giovani e le famiglie vivono in una "zona" di latente conflitto con le istituzioni e con la polizia in particolare, responsabile di esercitare un potere arbitrario e discriminatorio al minimo, e più concretamente di intervenire come "giustizieri" in quella che lo Stato stesso considera una no-mans land dei diritti.

Le cinque notti successive alla morte di Fatih e di Adam hanno riattizzato la collera nei confronti della polizia, ma anche riacceso, nel caso fossero spenti, i riflettori sulla situazione dei quartieri e sulle condizioni di vita dei loro abitanti. Questo è il significato della marcia silenziosa organizzata ieri, a cui hanno partecipato i familiari delle vittime alla periferia di Grenoble.

Le molotov e i sassi lanciati dagli immobili sulla polizia, che ha invaso con mezzi e uomini il quartiere per reprimere la sommossa, sono un messaggio uguale a quello delle 2000 persone dietro lo striscione "Fatih & Adam, plus jamais ça" (Fatih e Adam, mai più).

"Desidero ringraziare tutti quelli che li hanno resi felici fino alla fine" dice una cugina di Fatih, la cui salma è stata portata in Turchia per le esequie, alla fine della marcia in solidarietà ai due ragazzi, figli del quartiere. Non c'è immagine più vera di questa per descrivere uno dei troppi destini finiti così, di cui si devono indagare "le circostanze del dramma", come formula la giustizia.

La polizia, come da copione, insiste sul fatto che "erano conosciuti dai servizi" come piccoli delinquenti. Tutto è detto: dare la caccia ai ragazzini, acciuffarli e fargli passare il fine settimana nelle gabbie del commissariato dopo aver loro accollato la solita denuncia con comparizione immediata. Da questo volevano scappare Fatih e Adam. E questo merita il rischio di morire in corsa-safari sulla bretella autostradale della A480, secondo la BAC. Anche a costo di mettere a fuoco e fiamme quasi tutte le cités dell'agglomerazione metropolitana di Grenoble.

I paesaggi urbani sfigurati dagli incidenti notturni tra abitanti e polizia, le carcasse di auto incenerite sull'asfalto coperto di proiettili usati di granate lacrimogene e frantumi di vetro non riescono a mascherare le stigmate lasciate negli animi dei 3000 abitanti di Mistral, tra i quali c'è un giovane di 16 anni ferito gravemente durante gli scontri.

Ma più delle molotov e delle decine di auto bruciate, dimostrazione di esasperazione e di dolore allo stesso tempo, ciò che conta è “il giorno dopo”, quello che resta e ciò che invece torna a essere esattamente se non peggio di prima e della prima morte di una lunghissima lista che riguarda tutte le banlieues francesi. Si potrebbe dire che nei quartieri ci sono morti e feriti di una guerra sociale.

Égalité al posto di identité

Mistral è un quartiere costruito nel 1960 che viene definito "sensibile", eufemismo per dire che è un quartiere che vive tutte le contraddizioni della società francese a fior di pelle, ma non solo, quella che rappresenta una delle innumerevoli fratture interne delle politiche urbanistiche, economiche e sociali dei successivi governi in totale continuità, è una profonda lacerazione, una ferita sempre aperta, che non si rimargina più. Ben più grave di una percezione che allude a una sorta di emotività e fragilità, come se questi attributi servissero a costruire l'immagine di una marginalità che in realtà non esiste.

Essere messi ai margini nelle cités non vuol solo dire essere di "seconda, terza o ultima" categoria come viene raccontato dai media, o presentato nelle ricerche sociologiche in questi anni, dopo le sommosse del 2005. Con la crisi, gli abitanti dei quartieri sono gli "invisibili" degli invisibili, ma le banlieues non sono il deserto politico che si vuole far credere.

La visione dell'associazionismo salvifico è sintomatica: creare associazioni, entità rappresentative è il solo suggerimento che, da parte dell'amministrazione, dei vari ministeri interessati dell'intero arco politico, sia uscito fuori in vent'anni, da una generazione, la terza, o quarta per molti. La questione principale sembra essere quella dei "tagli alle strutture e alle associazioni", certo questo non aiuta anzi penalizza, ma è come parlare di mettere un cerotto su una mutilazione a caldo. Il welfare della "diversità" inteso come beneficio concesso, un "firstaid" da ONG, oggi, non corrisponde al bisogno e non funziona prima di tutto in quei luoghi dove le persone sono parte integrante e viva della società francese.

Il sindaco ecologista di Grenoble, Eric Piolle, fa del centro culturale, Le Plateau, un simbolo di resilienza in questo distacco di frontiera, enclave urbana che ha come limite e orizzonte le cime dell'altopiano del Vercors dietro a una barriera di cemento, il muro di un'autostrada che perimetra povertà e miseria che si riproducono tra simili, famiglie di origine immigrata, scolarizzazione precaria, disoccupazione e piccola criminalità. Da una decina di anni c'è un nuovo progetto urbano e un cantiere permanente che l'amministrazione auspica possa sanare l'insanabile, forse.    

Sul muro di una scuola elementare a pochi centinaia di metri del punto in cui Fatih e Adam sono morti si può leggere, tra altre scritte, "La police tue la jeunesse de demain" ( La polizia uccide la gioventù di domani ), sembra più un avvertimento che una denuncia.  

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