Exarcheia: «You can't evict a movement».

Una panoramica sul quartiere ateniese

9 / 12 / 2019

Non c’è, in nessun angolo d’Europa, un militante o una militante che non abbia mai sentito parlare di Exarcheia. Il quartiere triangolare che collega il lusso di Kolonaki a Omonia, inglobando il Politecnico, da decenni costruisce ed esporta immaginari: una comunità meticcia, l’esperienza di autogoverno – se così lo si può definire – e autodifesa, la cultura geneticamente antifascista e antirazzista. 

Quel triangolo di terra, simbolo di una resistenza che non si è mai fatta passiva, dopo la sconfitta di Tsipras è diventato l’emblema di un nemico da annientare, da umiliare. Il governo di Mitsotakis, segretario del partito di destra Nea Dimokratia, dal giorno del suo insediamento ha dichiarato guerra a quella spina disobbediente, ma sbaglia chi crede che questa battaglia sia iniziata nell’estate del 2019.

La storia recente dell'Exarcheistan nasce nel 2008, con la crisi economica e la costruzione di centinaia di esperienze sociali all'insegna dell'autonomia, dell'autodeterminazione, della solidarietà. L'uccisione di Alexis Grigoropoulos segna sicuramente un'accelerazione di questo processo, ma al contempo rappresenta il livello di repressione che quel laboratorio attirava già allora. Pochi anni più tardi, la crisi migratoria del 2015, con la chiusura della rotta balcanica, costringeva decine di migliaia di persone sulle coste greche. In quella situazione, quando l’unica prospettiva era venire rinchiusi nei campi di Lesbo, a Moria, migliaia di persone decisero di raggiungere Atene, accampandosi in Pedion tou Areos e in platia Victoria, finché ad Exarcheia, di lì a poco, iniziarono a venire aperte le porte di decine di palazzi abbandonati, tra cui Notara26 e City Plaza Hotel, per dare loro una casa.

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Sulla scia delle misure anti-austerity del governo Tsipras, il quartiere ateniese è stato uno di quelli che maggiormente ha subito i tagli al welfare: rifugio di gruppi più vulnerabili, che trovavano nel mutualismo e nella solidarietà dei meccanismi di autogoverno una garanzia di sopravvivenza, di socialità e di dignità, ha subito il taglio dei servizi, ha visto crollare le misure di sostegno statale e ha assistito alla progressiva gentrificazione di alcune aree. Il governo di Syriza ha provato a prendere Exarcheia per la gola, ed in parte ci è riuscito, escludendo dai servizi soprattutto i/le migranti che la abitavano e facendo aumentare i prezzi degli affitti di alcune zone. Soprattutto a partire dalla primavera del 2018, è stato il governo di Tsipras a dare mandato di sgombero a numerosi stabili occupati, legittimando la narrazione di operazioni anti-spaccio e anti-degrado, quando in realtà negli squat ateniesi vige la norma no droga/no alcol.

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Sebbene le incursioni delle forze dell’ordine fossero frequenti e le scene di guerriglia urbana usuali, la situazione da agosto 2019 è velocemente degenerata. 

La vittoria di Mitsotakis ha provocato una rapida escalation nella guerra a qualsiasi elemento, o soggetto, che sfidasse il tentativo di imporre una forma di “normalità”. La dottrina della legge e del decoro, unitamente alla retorica della tolleranza zero, sono stati i principali argomenti che un governo che annovera tra le proprie fila esponenti dell’estrema destra ha usato per nascondere la sua totale inconsistenza e incapacità di risolvere la depressione economica. Con il suo tasso di astensione dal voto del 90%, con le centinaia di abitazioni occupate e i suoi particolarissimi meccanismi sociali, la popolazione di Exarcheia si configura agli occhi della governance come un gruppo estraneo ai bisogni del capitale. Forse, se Exarcheia sorgesse nelle estreme periferie della città, la sua esperienza di resistenza avrebbe qualche speranza in più di continuare. Il suo essere così vicino ai luoghi delle istituzioni, ai templi della più grande civiltà europea, ai centri dell’istruzione la rende invece insieme giustamente minacciosa e quanto mai desiderabile. 

Il processo di gentrification non è un fattore secondario quando si parla di repressione a Exarcheia: il capitale, che la retorica trasforma sempre magicamente in benessere, ha bisogno di quello spazio urbano, così appetibile per l’industria del turismo. Un’industria capace di trasformare un ambiente dissidente in una fabbrica di popolazione passiva e facilmente controllabile passando anche per l’appropriazione culturale – l’ennesima forma di estrattivismo! – di quei simboli, di quei graffiti, di quelle insegne che caratterizzano oggi Exarcheia. Le botteghe zapatiste, le mense sociali in cui i fornitori vengono scelti tra i produttori politicizzati, gli ambulatori popolari in cui la prestazione lavorativa smette di soggiacere ai vincoli di valore e profitto, i parcheggi trasformati in parchi e cinema all’aperto: sono tutte esperienze incompatibili con il capitale. Perché però ci si possa appropriare di questi simboli, di questi spazi, svuotandoli di qualsiasi significato e consegnandoli al popolo di Airbnb e TripAdvisor, occorre eradicare la memoria di questi luoghi, cominciando dall’eliminazione fisica di chi questi luoghi e questi simboli li abita, li vive e li fa vivere. 

Non è un caso che a settembre la repressione di Mitsotakis sia iniziata proprio con squadre di netturbini scortati dalla polizia a cancellare i murales e con lo sgombero delle abitazioni, prime tra tutte quelle dei/delle migranti. Sgomberi che hanno il sapore di grandiose prove generali, condotte alla luce del sole, tra le strade affollate della capitale greca. Un lavoro preliminare alla tragedia che di lì a poco sarebbe andata in scena tra le vie di quel triangolo, ormai completamente militarizzato. Dopo le abitazioni dei migranti è infatti venuto il tempo degli squat, dei centri sociali, e infine la caccia all’uomo. 

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Ogni anno l’inverno di Atene è segnato da due momenti particolari, sono il 17 novembre e il 6 dicembre, rispettivamente anniversari della rivolta del Politecnico, che diede il via al rovesciamento del regime dei colonnelli, e della morte di Alexis Grigoropoulos, un ragazzo di 15 anni freddato con un colpo di pistola nel 2008 da un poliziotto. Quest’anno, l’appuntamento di novembre è stato segnato da un’urgenza nuova: dal 1974 è in vigore una legge che vieta a qualsiasi tipo di forza dell’ordine e all’esercito di entrare nelle università. Una misura voluta proprio per evitare che la strage del Politecnico potesse mai ripetersi e che nel corso degli anni ha sancito il profondo legame tra i movimenti sociali e gli spazi universitari. Una misura che però Mitsotakis intende revocare, come ha più volte dimostrato l’esercito schierato di fronte all’ingresso delle facoltà di economia e ingegneria negli ultimi due mesi.

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Anche la ricorrenza dell’assassinio di Alexis Grigoropoulos, un episodio che nel 2008 diede il via a un mese di vera e propria insurrezione ad Exarcheia, con manifestazioni di solidarietà ovunque in Europa e centinaia di iniziative di auto-organizzazione del quartiere, ha avuto un significato particolare quest’anno. La violenza poliziesca ha raggiunto negli ultimi mesi soglie altissime ad Atene. Il triangolo di Exarcheia è costantemente e completamente militarizzato: sono circa 5mila gli agenti antisommossa, anti-terrorismo, in borghese che pattugliano quotidianamente il quartiere, accompagnati dai cannoni ad acqua e dagli elicotteri. 

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I numerosi video girati da militanti o semplici passanti ritraggono scene di vere e proprie cacce all’uomo, con decine di agenti concentrati nella cattura di una sola persona per volta, picchiata a sangue per strada, spogliata e tratta in arresto. 

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I marciapiedi di marmo di Exarcheia sono costantemente macchiati di sangue e l’attacco mirato, costante, rende difficile agli/alle abitanti riorganizzarsi. I tetti del quartiere, strategicamente presidiati da alcuni militanti che davano segnale della situazione di pericolo o di via libera delle diverse strade, sono stati completamente neutralizzati dall’ingresso – gestito come “un errore” dal ministero – dei droni, che hanno portato all’arresto di tutte le sentinelle. La pena per aver tenuto in mano una molotov è stata portata a 10 anni di detenzione, sono state inasprite le sentenze per travisamento, le politiche in fatto di flussi migratori sono state trasferite dal Ministero per le Politiche Migratorie al cosiddetto Ministero per la Protezione dei Cittadini, cui fanno riferimento anche le forze dell’ordine.

La volontà di distruggere l’Exarcheistan emerge dalla decisione al termine delle manifestazioni cui hanno preso parte decine di migliaia di persone, tanto il 17 novembre quanto il 6 dicembre, di spostare tutte le forze di polizia nel quartiere anarchico per dare il via a operazioni massicce e violente. Se nel primo caso erano circolati i video e le immagini di decine di arrestati costretti in ginocchio lungo i muri delle case, i video girati la notte del 6 dicembre mostrano le aggressioni brutali e umilianti della polizia ai danni di singoli, con ragazzi e ragazze cui vengono strappati di dosso i vestiti, picchiati/e selvaggiamente da più agenti esaltati.

Nonostante le difficoltà, però, Exarcheia sta resistendo, dimostrando una volontà di reagire, una disponibilità a giocarsi tutto, che più che testimoniare la disperazione ha il sapore della fiducia nella propria rivoluzione. Perché, come sta scritto da mesi fuori da Notara26, you can’t evict a movement.

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