Erdogan, potere assoluto

Genesi di un fallito colpo di Stato

19 / 7 / 2016

Il Medio Oriente degli ultimi anni è stato un bel contenitore di sorprese. Molte volte ci siamo trovati di fronte a situazioni impensabili e del tutto imprevedibili con effetti a cascata, come reazione di un evento all’altro. Il 15 luglio, ne abbiamo avuto un’altra conferma.

La notizia è rimbalzata dai social, con agenzie e testate giornalistiche internazionali che per prime l’hanno ripresa: la Turchia sta affrontando un colpo di stato. Detta così, può non sembrare una novità, infatti la storia della Turchia repubblicana si lega a doppio filo con l’interventismo e il protagonismo dei militari nella scena politica tanto che, per ben quattro volte, sono intervenuti militarmente per ristabilire l’ordine laico e democratico del paese anatolico. Quello che colpisce di più dei fatti che si sono susseguiti negli ultimi giorni è la totale incapacità di poter prevedere un atto di una simile importanza e gravità, avvenuto in un contesto di estrema tensione politica e sociale.

erdogan_annuncio

L’interventismo dei militari nella politica turca e, in particolare, il ritorno dei carri armati nelle piazze delle città turche, è ampiamente anacronistico e totalmente fuori luogo per questo preciso momento storico. Le Forze Armate turche sono in gran parte fedeli al governo dell’Akp e al presidente Erdogan, grazie soprattutto ad un lavoro compiuto da quest’ultimo nel corso degli anni del suo governo.

L’esercito infatti, da sempre custode dell’ideologia kemalista e laica della Repubblica, è stato pian piano fagocitato nell’apparato di controllo grazie all’azione dell’Akp, diventandone base solida e braccio armato di inaudita potenza. Tale fedeltà è stata conquistata attraverso un lavoro su due binari paralleli: il primo riguarda una vera e propria epurazione nelle Forze Armate e nella Polizia avvenuta dal 2011 in poi, da quando in seguito allo scandalo Ergenekon e al suo strascico giudiziario e politico oltre 500 tra generali e membri dei gabinetti delle Forze Armate sono stati indagati per terrorismo e quindi rimossi dai loro incarichi. 

Il secondo binario riguarda l’indottrinamento ricevuto dalle nuove leve delle Forze Armate da parte di tutto quel sistema creato dall’Akp e dalla sua ideologia islamista, che vede nel capo di stato la figura centrale a cui donare fedeltà incondizionata. Riprova ne è che l’esercito ha eseguito senza proferir parola ordini alquanto ambigui in Siria, Iraq e soprattuto in Bakur.

Questa operazione ha comportato il fatto che i vertici di tutti i corpi, dall’Esercito alla Marina, senza escludere servizi segreti e polizia, venissero sostituiti da persone fedeli ad Erdogan. Il dato di fatto è che tutti i più alti comandi sono persone molto vicine all’ormai conclamato Sultano della Turchia.

ponte sul Bosforo

Tornando ai fatti della scorsa notte, ormai è chiaro il dato che un gruppo di militari insoddisfatti e appartenenti a corpi intermedi ed in cerca di gloria, coadiuvati da reparti della Gendarmeria e dell’Aviazione, ha tentato di prendere il potere attraverso un’azione di forza. Come nello schema classico dei colpi di stato, i militari si sono impadroniti della sede della tv di Stato e hanno imposto la chiusura dei social networks. Contemporaneamente ad Istanbul, unità corazzate hanno bloccato i ponti che collegano le due sponde del Bosforo, isolando di fatto la parte europea della Turchia da quella asiatica. Anche l’aeroporto internazionale Ataturk, recente teatro di un sanguinoso attentato da parte dell’Isis, è stato bloccato e conseguentemente chiuso dai militari golpisti.

Ad Ankara la situazione è stata invece più tesa. Aerei ed elicotteri da guerra hanno sorvolato il cielo della capitale turca, colpendo a più riprese l’edificio della Grande Assemblea, il parlamento turco, e la sede del servizio segreto Mit.

Al di là dei fatti, che ripercorrono uno schema predefinito nelle pratiche golpiste di tutto il mondo, quello che balza all’occhio e all’orecchio è la rapidità con cui si sono susseguiti i fatti e le varie reazioni che ne sono nate. Tutto è contornato da una nebbia fitta. A distanza di giorni emergono però alcune verità, è molto probabile che qualche frangia delle Forze Armate, abbia deciso di inscenare l’atto ultimo: o golpe o morte, nel senso che se il coup fosse effettivamente riuscito staremmo accusando i militari turchi di interventismo insensato e invece, la comunità internazionale, con Ue e Stati Uniti in testa, dopo aver riconosciuto il governo eletto come unico interlocutore, sta pregando Erdogan di non lasciarsi prendere dalla mano pesante nella punizione dei golpisti.

Di certo le immagini di centinaia di militari ammassati nelle palestre, mezzi nudi e con mani e piedi legati non lascia presagire niente di buono. Gli appelli lanciati dallo stesso Presidente invocano una punizione esemplare per i golpisti, evocando addirittura la pena di morte.

soldati_turchia

Queste ultime affermazioni stanno scuotendo il panorama politico internazionale, con Merkel e Obama in primis, che vanno chiedendo moderazione e rispetto dei diritti umani, pena la rottura dell’iter per l’entrata nell’Unione Europea del paese anatolico e la rottura dei rapporti diplomatici semmai la Turchia decidesse di usare una mano ancora più pensate contro i dissidenti.

Molte ombre invece rimangono, soprattutto sui mandanti ideologici. E’ innegabile che una parte sostanziosa della popolazione turca è contraria ad Erdogan e all’Akp, lo dimostrano i risultati elettorali dello scorso primo Novembre ma senza una regia politica tali fatti non potrebbero mai accadere. Il nemico numero uno al momento in Turchia è Fetullah Gulen, imam in esilio volontario negli Stati Uniti, che è a capo di un movimento religioso e culturale chiamato Hizmet. Uno dei fautori del successo del primo Erdogan, ma da alcuni anni si è scontrato apertamente con con lo stesso, tanto che si paventa abbia creato una struttura statale parallela nelle istituzioni sia politiche che militari, nella polizia e nel potere giudiziario, tale da combattere l’ideologia dell’Akp dall’interno. La resa dei conti con il movimento Hizmet sembra essere arrivato. La riprova sono le migliaia di arresti che stanno avvenendo nelle ultime ore in tutta la Turchia. Giudici, poliziotti e alte cariche dell’esercito stanno venendo letteralmente rastrellati. A tal proposito sembra essere in atto uno scontro con gli Stati Uniti, ritenuti complici del fallito golpe sia per il fatto che ospitano Gulen sia per il fatto che dalla base Nato di Incirlik, nella notte di venerdì, si sia alzato in volo un tanker che ha rifornito i caccia F-16 che hanno poi intercettato l’aereo presidenziale senza però poi abbatterlo.

aerei_F16

Dall’interno non c’è nessuno che può raccontarlo, come si potrebbe, dal momento in cui proprio mentre avveniva il golpe le tv di stato sono state oscurate e i siti di informazione online bloccati? Certo, nel corso degli ultimi anni, a partire dalle mobilitazioni in piazza Tahir, eravamo abituati a questa pratica, ma ora ci si è spinti ancora più in là; le agenzie di stampa locali si muovono con cautela, anzi possiamo dire con forte paura, a meno che non si tratti di riprendere parola per parola quello che viene enunciato dai palazzi del potere.

Quindi, nella Turchia degli ultimi giorni si porta in scena un nuovo spettacolo per certi aspetti “sorprendente”: un teatro di repressione, non solo forze dell’ordine e stampa, ma anche il personale legato alla magistratura, con l’eliminazione di una notevole percentuale dei giudici e dei procuratori. Inoltre, circa 1.500 dipendenti del ministero della Finanza sono stati sollevati dai loro incarichi per presunti legami con il religioso Fethullah Gulen. Le autorità turche hanno inoltre vietato l'espatrio ai dipendenti pubblici. In totale provvedimenti colpiscono in totale circa 3.000.000 di persone.

Il dato principale consegnatoci da questo tentativo di golpe in Turchia è che la posizione di Erdogan ne esce ulteriormente rafforzata: è la vittima principale di tutto questo gioco e la risposta popolare da lui invocata contro le forze armate golpiste, gli ha di fatto regalato un plebiscito di cui aveva sostanzialmente bisogno. Infatti, l’isolamento regionale e internazionale a cui è sottoposta la Turchia per le scelte compiute dal suo leader e la crescente crisi politica, ulteriormente radicalizzata, necessitava di una via d’uscita. E quale via d’uscita migliore di un tentativo di colpo di stato, con tutto il portato che assume in Turchia per la sua storia sopracitata?

La notte turca ha riportato alla realtà molte commentatori e giornalisti, i quali avevano prematuramente salutato la dipartita di Erdogan come un bene per la Turchia, il Medio Oriente e per la lotta al fondamentalismo e allo Stato Islamico. Questa realtà non ci è chiara, non vogliamo fidarci perché Erdogan ci ha insegnato a non fidarci di lui. Rimaniamo vigili e sospettosi rispetto ai fatti turchi.

La recente storia turca e le smisurate ambizioni del presidente Erdogan potrebbero non aver finito di stupirci.

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