Elezioni in Spagna: crisi della sinistra e avanzata delle destre?

10 / 11 / 2019

A meno di un anno dalle ultime elezioni, che lo scorso aprile avevano visto la vittoria del socialista Pedro Sánchez con il 28% di preferenze, gli spagnoli sono chiamati di nuovo a votare. Si tratta della quarta tornata elettorale in quattro anni e l’atmosfera che si respira è tutt’altro che chiara.

Dopo cinque lunghi mesi di trattative, nonostante Sánchez abbia provato a formare un governo fino alla metà di settembre, alla fine delle consultazioni si è deciso per le elezioni anticipate, che si terranno oggi 10 di novembre.

La mancata intesa tra Sánchez e Podemos, che già a luglio aveva negato la fiducia al governo del PSOE, non ha pesato solo sulla caduta di un ennesimo governo, ma avuto anche forti ripercussioni a sinistra.

«Pedro Sánchez commette un enorme errore storico - è stato il commento di Iglesias – costringendoci alle elezioni per l'ossessione di monopolizzare un potere assoluto che gli spagnoli non gli hanno dato».

Podemos aveva ottenuto il 12% e non gli era stato proposto alcun ministero. Errejón, ex numero due di Iglesias, che già a gennaio aveva preso forti distanze da Podemos candidandosi a Madrid con la lista di Carmena (Más Madrid) abbandonandone di fatto il cartello elettorale e dimettendosi poi dal parlamento, ha fondato ora un nuovo partito, Más País. Errejón si propone come nuova forza “progressista”, capace di formare alleanze più ampie a sinistra: «il nostro presentarci alle elezioni è un esercizio di responsabilità dopo il disastro degli altri leader politici che non hanno saputo scendere a patti per il bene del paese».

La sinistra arriva alle elezioni completamente frammentata, ma anche a destra la situazione non è compatta. È difficile prevedere ad ora quale dei due blocchi potrebbe avere la maggioranza.

Intanto nelle ultime settimane la situazione era al limite del surreale: mentre finalmente la salma di Francisco Franco veniva spostata dalla Valle de Los Caídos (dove si trovava da 45 anni a spese dello Stato spagnolo) alla cripta di famiglia, in Spagna si consumava una enorme frattura politica territoriale: con una pesantissima sentenza, l’Audiencia Nacional condannava dodici indipendentisti catalani a pene tra i 9 e i 13 anni per reati di sedizione e appropriazione indebita avvenuti durante  il referendum per l’indipendenza della Catalogna, il primo ottobre 2017. A questa sentenza sono seguite grandissime manifestazioni popolari, come quella avvenuta presso l’aeroporto di Barcellona dove Tsunami Democràtic (piattaforma che si organizza e comunica tramite Twitter ed Instagram) è riuscita a creare un enorme blocco dei voli. La repressione della polizia è stata come sempre durissima e non ha fatto che alzare il livello di tensione.

In tutto questo il blocco di sinistra, incapace da anni di prendere una posizione chiara, preferisce commentare la vittoria dell’esumazione di Franco. Intanto il PP rimonta e Vox, partito di estrema destra, sale nei sondaggi fino ad affermarsi come terza forza del paese.

Il 6 novembre Josep Ramoneda, sulle pagine de El País, parlava di una “Eclissi della sinistra”. Il problema è che nessuno dei partiti di sinistra affronta seriamente di petto il problema principale: il sistema neoliberista che, esasperando le disuguaglianze, sta mettendo in ginocchio le democrazie d’Europa. Nella campagna elettorale, assorbita da dibattiti identitari, che spazio hanno avuto macro-temi come il femminismo e l’ecologismo, che invece mobilitano migliaia di persone, in Spagna e non solo? Ciò che dovrebbe essere al centro del dibattito politico di sinistra, rimane appannaggio dei movimenti, e non è detto che sia di per sé un male.

Il blocco di sinistra dovrebbe interrogarsi sul perché il suo elettorato sia sempre più distante e sul perché sia previsto che circa 13 milioni di spagnoli non andranno a votare. L’astensionismo nel paese riguarda quasi sempre elettori di sinistra e quindi di questa astensione beneficerà quasi sicuramente il PP e la destra ultranazionalista di Vox. Anche a destra prevalgono i litigi tra Ciudadanos e il PP, con la diretta conseguenza che Vox si va delineando come nuovo traino della destra spagnola.

Il dibattito tra candidati di lunedì 4 novembre con i cinque candidati alla presidenza, ha evidenziato queste tendenze con un dibattito sulla Catalogna che si faceva sempre più acceso. È palese che la situazione non potrà che peggiorare con questo tipo di destra al governo che ammicca alla repressione franchista e che non farà che rafforzare l’odio dei catalani verso uno stato che più volte ha mostrato il suo lato più nero con gli indipendentisti. Questa destra non vuole dialogare, vuole eliminare il nemico; e se oggi il nemico è l’indipendentismo catalano, domani sarà un migrante, o di nuovo un basco. Vox si pone in linea con i peggiori populismi nazionali di Europa e il vuoto e l’indecisione a sinistra non fanno che accrescere il suo spazio. La posizione di Vox è la cancellazione di ogni autonomia, il ripristino di uno stato fortemente centralizzato che stronchi ogni tipo di dissidenza, un vero e proprio attacco alle garanzie democratiche.

Davanti a questo tipo di minaccia forse la sinistra spagnola dovrebbe ripartire ancora da quell’occupazione in Puerta del Sol, quando era stata capace di ascoltare le istanze dei movimenti, la loro indignazione. Quando aveva occupato con loro, focalizzandosi su un nuovo modello possibile. E solo il recupero di questa indignazione può salvare la Spagna dall’avanzata dell’estrema destra e dal suo collasso democratico.

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