Egitto, prosciolto l’ex presidente Mubarak

di Giuseppe Acconcia, Il Manifesto 29 novembre 2014

30 / 11 / 2014

Il Cairo. Cade l’accusa di aver ucciso i manifestanti Piazza Tahrir. Morsi rischia invece l’esecuzione

Sono stati tutti pro­sciolti: a comin­ciare dall’ex pre­si­dente Hosni Muba­rak fino al san­gui­na­rio mini­stro degli Interni Abib el-Adli. La ven­detta è com­piuta, la restau­ra­zione com­ple­tata, il Par­tito nazio­nale demo­cra­tico, e con lui lo Stato gui­dato dal nuovo gene­rale, il suc­ces­sore di Muba­rak, Abdel Fat­tah al-Sisi anche. L’ex raìs egi­ziano è stato assolto dalle accuse di omi­ci­dio di mani­fe­stanti durante le rivolte di piazza Tah­rir del gen­naio 2011 in cui mori­rono oltre 200 per­sone tra le mille che furono uccise nei 18 giorni di occu­pa­zione della piazza. Il para­dosso è che invece Moham­med Morsi, ormai una spe­cie di inci­dente di per­corso più che ex pre­si­dente, il primo eletto nella sto­ria egi­ziana, rischia la pena di morte per spio­nag­gio. Muba­rak e i figli Alaa e Gamal sono stati assolti anche dalle accuse di cor­ru­zione e di gua­da­gni ille­citi mosse con­tro di loro nell’ambito di un’inchiesta sulla pre­sunta ven­dita di gas natu­rale a Israele a prezzi infe­riori a quelli di mercato.

«Me l’aspettavo, avevo fidu­cia in Dio e nella mia inno­cenza», è stato il com­mento dell’ottantaseienne in barella. Muba­rak è tor­nato nell’ospedale mili­tare di Maadi, dove risiede dopo la sua scar­ce­ra­zione del luglio 2013. Il suo sistema, quel nizam che i rivo­lu­zio­nari vole­vano scar­di­nare, ha vinto dopo il colpo di stato mili­tare di Sisi. Lo Stato si è ven­di­cato di isla­mi­sti e movi­menti con leggi repres­sive e limiti alla libertà di espres­sione. E nes­suno pro­te­sterà per que­sta sen­tenza. Nono­stante gli annunci roboanti di chiu­sura di piazza Tah­rir per il peri­colo di mani­fe­sta­zioni, i movi­menti isla­mi­sti di oppo­si­zione hanno scelto la resi­stenza paci­fica e il con­fronto con il regime a bassa inten­sità, come dimo­stra anche la mani­fe­sta­zione di pro­te­sta dello scorso venerdì.

Era il 2 giu­gno 2012, quando Muba­rak venne con­dan­nato all’ergastolo, con il pro­scio­gli­mento dei ver­tici della poli­zia. Tut­ta­via, nel gen­naio 2013, l’istanza pre­sen­tata dagli avvo­cati dell’ex pre­si­dente alla Corte di Cas­sa­zione ha azze­rato il primo pro­cesso. Il ten­ta­tivo di lasciare impu­niti gli uomini del vec­chio regime nasconde anche lo scon­tro all’interno della magi­stra­tura egi­ziana. Dal giorno del boi­cot­tag­gio del refe­ren­dum costi­tu­zio­nale (dicem­bre 2012), i magi­strati hanno tra­sfor­mato la rab­bia verso gli isla­mi­sti in scon­tro aperto con i soste­ni­tori di Morsi, facendo l’occhiolino al vec­chio regime. I giu­dici hanno riman­dato al mit­tente la riforma pro­po­sta dalla Fra­tel­lanza che pre­ve­deva la rimo­zione e il pre-pensionamento di migliaia di toghe. Non solo, appena è stato pos­si­bile, hanno appog­giato mili­tari, poli­zia e libe­rali favo­rendo la desti­tu­zione di Morsi.

La Corte d’appello del Cairo aveva sta­bi­lito nell’aprile 2013 per il raìs egi­ziano la libertà con­di­zio­nata, pur non dispo­nen­done la scar­ce­ra­zione. Il ten­ta­tivo di discol­pare Muba­rak è par­tito il giorno seguente alle sue for­zate dimis­sioni. Il 12 feb­braio 2011, 24 ore dopo l’annuncio del vice pre­si­dente Omar Sulei­man che il vec­chio lea­der avrebbe lasciato il Cairo, Muba­rak è stato prima tra­sfe­rito a Sharm el-Sheykh, dove ha vis­suto agli arre­sti domi­ci­liari fino al pro­cesso del tre ago­sto 2011. Nei mesi seguenti, è andato avanti un ten­ta­tivo costante, per­pe­trato dai suoi avvo­cati e dalla tele­vi­sione di stato, di uma­niz­zare il «dia­volo», il prin­ci­pale respon­sa­bile di trent’anni di auto­ri­ta­ri­smo, rap­pre­sen­tan­dolo come con­ti­nua­mente malato, col­pito da attac­chi car­diaci o pian­gente di fronte alle imma­gini di Muham­mar Ghed­dafi, tru­ci­dato in Libia.

Muba­rak ha assunto invece un’aura di «intoc­ca­bi­lità»: ormai da anni non appa­riva in pub­blico prima delle pro­te­ste del 2011 per il timore di atten­tati e cri­ti­che. E anche in que­sto Sisi lo segue a ruota, non ha fatto cam­pa­gna elet­to­rale e non appare mai in pub­blico, men­tre Morsi aveva aperto il palazzo pre­si­den­ziale agli ultimi, inclusi i lea­der delle tribù del Sinai.

E’ curioso poi che si voglia negare la respon­sa­bi­lità della poli­zia nelle vio­lenze: una delle molle che ha inne­scato le pro­te­ste è l’opposizione alle abi­tu­dini umi­lianti e degra­danti dei poli­ziotti nei quar­tieri popo­lari. Da poveri, disoc­cu­pati e ven­di­tori ambu­lanti, i poli­ziotti sono sem­pre stati dif­fu­sa­mente per­ce­piti come una forza para­mi­li­tare che usa tor­ture e vio­lenze. Il 25 gen­naio 2011, al Cairo e Ales­san­dria i mani­fe­stanti attac­ca­rono prima di tutto un cen­ti­naio di sta­zioni di poli­zia, nei quar­tieri popo­lari di Hel­wan, Embaba, Bab al Sha­rya, Bou­laq Dakrur e al-Mattarya. Quando la situa­zione sul campo apparve fuori con­trollo, la poli­zia scom­parve, l’esercito decise allora di abban­do­nare Muba­rak al suo destino e di non spa­rare sulla folla. Ora però tutto è cam­biato. I poli­ziotti sono tor­nati ad essere parte inte­grante del sistema che ha rove­sciato gli isla­mi­sti. La furia dello Stato si sca­tena con­tro i Fra­telli musul­mani. E nes­suno pagherà per i mas­sa­cri degli ultimi quat­tro anni.

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