Dopo la batosta a Macri, il FMI sprofonda l'Argentina in una nuova crisi

13 / 8 / 2019

Le primarie argentine, svoltesi domenica 11 luglio, e che sono servite per determinare le liste che si presenteranno alla corsa presidenziale del 27 ottobre, han dato un segnale inequivocabile: un forte rifiuto alle politiche di austerità del governo neoliberista di Mauricio Macri. La lista di coalizione dell'opposizione peronista guidata da Alberto Fernandez e l'ex presidente Cristina Kirchner (2007-2015) ha ottenuto il 48% dei voti, contro il 32% del binomio Macri-Picchetto. Tutte e dieci le coalizioni han presentato un solo binomio presidente-vice presidente, di fatto non c'è stata alcuna competizione interna, il che ha trasformato la tornata in un grande sondaggio pre elettorale a cui ha partecipato il 75% degli aventi diritto. Molti danno per scontato che questo risultato si possa ripetere in ottobre e quindi che la coalizione progressista tornerebbe a prendere la presidenza, addirittura senza il secondo turno. 

La battuta d'arresto di Macri, considerato un presidente “amico” dei mercati globali ha gettato scompiglio tra gli investitori, causando una nuova svalutazione del peso che ha perso il 30% del suo valore in poche ore di fronte al dollaro e una caduta generalizzata dei titoli locali. Dopo aver toccato un picco di -48%, il secondo tonfo più grande della storia globale negli ultimi settant'anni, la borsa di Buenos Aires ha chiuso lunedì a -38%. La nuova crisi ha conseguenze molto dure per la popolazione. Siccome il dollaro è  la moneta di riferimento per il prezzo di quasi tutte le merci, la perdita di valore del peso di fronte alla moneta statunitense riduce drasticamente il potere d'acquisto dei salari. Per cercare di tamponare, il governo ha alzato i tassi di interesse da 63 a 74%, un livello che rende impossibile a chiunque l'accesso al credito.

Il panico finanziario è dovuto alla possibilità di una nuova presidenza peronista a partire dal 10 dicembre di quest'anno. Alberto Fernandez è stato dipinto lunedì mattina come populista dal Financial Times, come un “rischio maggiore per gli investitori rispetto a Macri” dal New York Times, e il Wall Street Journal rincara la dose sottolineando la sua opposizione all'accordo di libero scambio UE-Mercosur. Di lì la decisione di fuggire dai bond argentini e dal peso che ha provocato il tracollo economico di inizio settimana. Di fatto la finanza internazionale, con la sua “risposta” al voto popolare, è entrata in campagna elettorale. 

Macri ha ammesso che è stata “una brutta elezione”, pochi minuti prima della pubblicazione dei primi risultati. La sua coalizione, Juntos por el Cambio, ha perso in 22 delle 24 provincie argentine: a ottobre dovrebbe mantenere il municipio di Buenos Aires, vero e proprio bastione del centrodestra, e la provincia di Cordoba. Ma di fronte alla crisi causata dai risultati ha mantenuto lo stesso discorso degli ultimi anni: la colpa è del peronismo. E, per estensione, di chi li ha votati.

Alberto Fernandez, invece, è apparso domenica sera sul palco, che il Frente de Todos ha montato nel pieno centro di Buenos Aires, a braccetto della madre de Plaza de Mayo - línea fundadora, Taty Almeida, e della rappresentante dell'associazione dei famigliari dei desaparecidos e prigionieri politici durante la dittatura militare, Lita Boitano. Forti le critiche lanciate contro la politica economica del governo. Durante i quattro anni di presidenza Macri l'inflazione e passata dal 24 al 55%, la povertà dal 27 al 35%, la disoccupazione dal 7 al 10,5%. Il paese ha contratto debiti che arrivano ormai all'89% del pil, e ha ottenuto un pacchetto di “aiuti” da parte del Fondo Monetario Internazionale che limita la sovranità economica argentina. Durante il discorso Fernandez ha ribadito la sua opposizione alle riforme delle pensioni e del lavoro e le politiche di austerity che il FMI esige, come già espresso a giugno durante la riunione con l'emissario dell'organismo, Alejandro Werner.

Dopo le primarie sono già in molti, forse troppo frettolosamente, a dare per conclusa l'esperienza del centrodestra al governo dell'Argentina. Il risultato ha dato il via a lunghi festeggiamenti in tutto il paese. A La Plata, capitale della provincia di Buenos Aires, tamburi e claxon, che accompagnano ogni vittoria peronista, sono tornati a suonare durante tutta la notte di domenica. Le sconfitte del 2015 e 2017 erano state accompagnate dal pacato e silenzioso contegno dei sostenitori di Macri. Quello della provincia più popolosa del paese è sicuramente il risultato più sorprendente di tutti: l'ex ministro di economia di Cristina Kirchner, Axel Kiciloff, ha staccato di 20 punti l'attuale governatrice macrista, María Eugenia Vidal, considerata la dirigente più quotata nel partito del presidente.

I rumori intorno a un possibile rimpasto di governo non fanno altro che accrescere l'incertezza, e il rischio di manovre pericolose per la stabilità economica del paese da parte dei grandi capitali, specialmente stranieri, nel pieno di una campagna elettorale che, in realtà, è appena cominciata

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