Divieto d’espatrio al torturatore uruguayano Troccoli, in attesa dell’esecuzione della sentenza per l’Operazione Condor

3 / 8 / 2019

Jorge Nestor Tróccoli Fernandez, ex torturatore del servizio segreto della marina uruguayana ai tempi della dittatura (1973-1985) è stato sottoposto a misure restrittive dalla Corte di Assise di Appello di Roma su istanza della Procura generale di Roma: sequestro del passaporto e divieto d’espatrio. La misura è stata notificata al governo uruguayano, che la aveva sollecitata.

Tróccoli vive attualmente in Italia, a Battipaglia (Salerno). È stato condannato l’otto luglio 2019 alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per due anni per il reato di omicidio volontario pluriaggravato continuato, commesso quando rivestiva il ruolo di comandante dell’S2 del FUSNA, i "Fusileros Navales" (Servizio d’Intelligence della Marina Militare uruguayana).

Aveva lasciato l’Uruguay rifugiandosi in Italia (dove aveva chiesto e ottenuto la cittadinanza come discendente italiano) poco prima dell’inizio di un processo, che lo vedeva imputato per gli stessi crimini per i quali ora è stato condannato, perché lo stato latinoamericano non prevede nella propria legislazione il processo in contumacia.

Nel 1998 Tróccoli ha anche scritto un libro L’ira del Leviatano. Dal metodo della furia alla ricerca della pace. Come scrive lui stesso nell'introduzione «nel riferimento agli eventi del passato … pretendo riferire il fatto nudo, spogliato da ogni valutazione, senza un carico di attributi». 

La lettura che Tróccoli da di se stesso e degli altri militari è di aver servito lo Stato in una guerra in corso tra due visioni del mondo, ciascuna delle quali poteva portare a una dittatura di segno opposto: la sua parte, quella “giusta”, avrebbe combattuto contro il “pericolo rosso”, e sminuisce la portata delle proprie azioni, degli omicidi commessi, con il fatto che anche gli altri, i guerriglieri, gli integranti delle varie formazioni insorgenti, uccidevano militari nelle loro azioni.

«Una guerra è una situazione di violenza estrema, dove i valori umani del tempo di pace, sono alterati e violentati […].Una guerra non ammette l’odio, ma l’esercizio calcolato della violenza, con il rischio continuo di eccedere i limiti di quanto è umanamente tollerabile. Per questo, un giorno ho detto che ero un professionista della violenza, termine che ha provocato “nausee” a qualche legislatore e “orrore” ad altri».

 E ancora: «Ma per molti, la guerra era una condizione di vita, una possibilità accettata da molti anni, o era il punto culminante della loro professione. Loro hanno pianto i loro morti […],ma la condizione di soldato, regolare o irregolare, istituito o istituente, include la possibilità della morte per mano del nemico. Pertanto, non possiamo qualificare il modo in cui sono morti, sono morti perché combattevano, o stavano integrando le forze combattenti. Non possiamo condannare quello che le forze che combattono si fanno tra di loro, quello che sì dobbiamo condannare, è l’aver permesso che la guerra si scatenasse, perché una volta che accade, soffriranno tutti. Per questo non ho mai odiato il nemico». Cioè, i morti sono tutti uguali. Una retorica che anche in Italia conosciamo bene.
«Non mi sono mai pentito di quello che ho fatto», scrive anche questo. Nel libro non ammette mai esplicitamente le tortura, anche nel dibattimento in aula minimizza, parla di interrogatori, di detenuti tenuti ore in piedi, bendati. Di non aver saputo che fine facevano gli arrestati. Le prove presentate nel processo d’appello lo smentiscono, e sono state decisive per la condanna. In primo grado, infatti, Tróccoli era stato prosciolto perché il delitto di sequestro era caduto in prescrizione, mancava una legge sulla tortura in Italia e non si era riusciti a ricostruire la catena di comando che dimostrasse il suo coinvolgimento dall'arresto alla scomparsa dei detenuti. Una sola ammissione: «i desaparecidos, ripeto, sono morti».

L’ex militare è stato condannato dalla Corte di Assise di Appello di Roma all'interno del “Processo Condor” lo scorso 8 luglio, sentenza che ha avuto grande risonanza in America Latina, perché ha condannato all'ergastolo tutti i 24 imputati ancora in vita, tra militari e civili resosi colpevoli di delitti di lesa umanità durante le dittature degli anni ’70-’80 nel cono sud, all'interno della famigerata Operazione Condor. Purtroppo in Italia, paese che ha da sempre problemi di memoria, la sentenza è passata quasi inosservata.
Luisa Costalbano

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