Definanziare il "Global climate wall"

I Paesi super ricchi e inquinanti spendono più del doppio per le forze di polizia di frontiera rispetto ai finanziamenti per le misure di adattamento ai cambiamenti climatici.

15 / 12 / 2021

Sette Paesi tra i maggiori emettitori di gas serra investono più del doppio nei loro confini che nei finanziamenti per affrontare la crisi climatica. Tod Miller per Roar Mag analizza il rapporto dal titolo The Global Climate Wall, alla luce dell’ennesimo fallimento riscontrato alla COP 26 di Glasgow. Traduzione di Anna Viero.

A settembre, in occasione di un incontro del Consiglio per la sicurezza nazionale statunitense, il Segretario di Stato Anthony Blinken ha affermato che le conseguenze del cambiamento climatico “stanno colpendo in maniera sproporzionata le popolazioni vulnerabili e a basso reddito”. “Stanno anche peggiorando le condizioni di vita ed esacerbando la sofferenza umana”, ha aggiunto. La crisi climatica è “un elemento centrale della politica estera statunitense” e “ogni impegno bilaterale e multilaterale che ci assumiamo – ogni decisione politica che prendiamo – influenzerà il nostro obiettivo di portare il mondo verso una traiettoria più sana e sostenibile.”, ha assicurato.

La dichiarazione di Blinken è stata sostenuta da un rapporto sugli impatti del cambiamento climatico e della migrazione pubblicato a novembre dalla Casa Bianca – uno dei tanti stilati in preparazione al vertice delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di Glasgow. “L’attuale situazione migratoria che si osserva dai confini statunitensi con il Messico fino all’America Centrale rappresenta un’opportunità per gli Stati Uniti di avviare buone pratiche, iniziare un dialogo aperto su una gestione umana dell‘immigrazione ed evidenziare il ruolo del cambiamento climatico in questo fenomeno.

Teoricamente queste parole dovrebbero rassicurare i più di 1,3 milioni di honduriani e guatemaltechi sfollati nel 2020 a causa di catastrofi provocate dal cambiamento climatico, come siccità, uragani e inondazioni. Ma la nobile retorica viene contraddetta da un’altra storia: quella narrata dal budget del governo statunitense.

In un rapporto dal titolo The Global Climate Wall (Il muro climatico globale) di cui sono coautore per il Transnational Institute di Amsterdam (think tank per la promozione di una società più giusta e sostenibile), abbiamo calcolato a quanto ammontano i bilanci di sette nazioni tra le più responsabili del cambiamento climatico al mondo. Questi Paesi – responsabili di quasi la metà delle emissioni di gas a effetto serra globali – includono il Canada, l’Australia, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, il Giappone e gli Stati Uniti (in cima alla lista in quanto responsabili del 30,1% delle emissioni). Complessivamente questi Paesi super ricchi e inquinanti spendono più del doppio per le forze di polizia di frontiera rispetto che per i “finanziamenti per il clima” - il sostegno ai Paesi vulnerabili nel processo di adattamento ai cambiamenti climatici e alla transizioni verso energie sostenibili.

Il rapporto della Casa Bianca mette sì in luce gli aiuti internazionali (notare che attivist* lo definiscono “deludente”), ma non menziona il fatto che gli Stati Uniti abbiano messo a disposizione dei finanziamenti 11 volte maggiori per militarizzare i propri confini e creare un apparato militare per la gestione dell’immigrazione draconiano, rispetto che per il finanziamento climatico. E mentre gli USA primeggiano a livello globale per il loro finanziamento alle frontiere (19 miliardi di dollari all’anno in media dal 2013 al 2018, per un rapporto di quasi 11 a 1 tra le frontiere e il finanziamento climatico), il Canada e l’Australia hanno dei rapporti ancora più alti (15:1 e 13,5:1). Gli Stati Uniti, o meglio la maggior parte dei Paesi, non sta assolutamente gestendo la questione dell’immigrazione “umanamente”. Anzi.

In generale, i più grandi emettitori di CO2 a livello mondiale stanno aggravando un disastro causato dall’attività umana con un altro ancora dello stesso tipo: stanno costruendo un mondo con più di 63 muri di confine, decine di migliaia di guardie di frontiera, e stanno investendo miliardi in tecnologie volte a bloccare e criminalizzare persone che si trovano in situazioni disperate, invece di fornire loro assistenza. Più di 44.000 persone (un’enorme minimizzazione secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) sono morte attraversando i confini tra il 2014 e il 2020, e altre decine di migliaia sono incarcerate in una rete globale di più di 2.000 centri di detenzione, mentre le aziende del settore frontaliero prevedono un incremento dei contratti nel bel mezzo di una crisi climatica turbolenta e in ascesa. L’azienda di servizi di sicurezza britannica G4S ad esempio, nel 2014 ha dichiarato al Carbon Disclosure Project (il più grande database di informazioni dei rischi connessi al cambiamento climatico) che secondo l’ONU “ nel mondo ci saranno 50 milioni di rifugiati climatici”, il che rappresenterebbe un’opportunità di investimento.

Come ipotizzato dalla G4S i migranti e gli sfollati climatici sono già una realtà e dovrebbero aumentare in futuro. Non ci confronteremo solo con forti precipitazioni e inondazioni sempre più frequenti e intense che si presentano e si esauriscono velocemente, ma anche con disastri a insorgenza più lenta, come la desertificazione e l’innalzamento del livello dei mari, che provocano danni irreversibili e rendono i luoghi inabitabili. Il Internal Displacement Monitoring Center (database globale sullo sfollamento interno) stima che ci siano state quasi 25 milioni di persone sfollate dal 2008 a oggi. Questi numeri andranno solamente ad aumentare in uno scenario business as usual dove il 19% della superficie terrestre – abitata da quasi 1/3 della popolazione mondiale – diventerà una “zona caldissima a malapena abitabile” entro il 2070.

Dieci anni fa uno dei primi studi empirici a collegare il cambiamento climatico con la migrazione – un rapporto dal titolo In search of shelter (alla ricerca di un rifugio) - mise in guardia del fatto che continuando a seguire lo status quo “diventerà probabile che il numero di persone in movimento diventi esorbitante e superi ogni precedente storico”. Dieci anni dopo pare che questo monito sia stato ignorato.

Rispondere alla questione aumentando la militarizzazione ai confini significa creare una sorta di catastrofe distopica. Proprio come per i gas serra dobbiamo ridurre le barriere, i droni di sorveglianza e le telecamere high-tech. Un modo per farlo è togliere i finanziamenti per le forze di polizia di frontiera e per la gestione dell’immigrazione e stanziarli nei finanziamenti per il clima.

I sette Paesi nominati nel rapporto The Global Climate Wall fanno parte di quei Paesi che più ricchi che nel 2009, in occasione della COP15 di Copenaghen, si erano impegnati a mettere a disposizione 100 miliardi di dollari per i finanziamenti per il clima entro il 2020. Ma ad ora gli accordi non sono stati rispettati. E in ogni caso sono in molti, tra cui il Gruppo dei 77, a sostenere che l’obiettivo di 100 miliardi di dollari non sia sufficiente rispetto alla portata della crisi. Inoltre, la maggior parte di questi finanziamenti climatici sono destinati alla costruzione di strumenti di resilienza statici, come argini marini, nuove varietà coltivabili più resilienti alla siccità e infrastrutture per la gestione delle inondazioni.

I finanziamenti invece dovrebbero essere estesi all’assistenza di persone sfollate o obbligate a migrare a causa della catastrofe ecologica sempre più grave. Insomma, è proprio l’esatto opposto di costruire più muri frontalieri. I fondi potrebbero essere indirizzati al sostentamento dei costi per lo spostamento fisico delle persone migranti, oppure per la costruzione di infrastrutture laddove le persone migrano, ossia spesso in città all’interno del Paese d’origine. Perfino il nobile rapporto della Casa Bianca sostiene che “la migrazione è un’importante forma di adattamento e in alcuni casi una risposta essenziale alle minacce climatiche per gli esseri viventi e il benessere.”.

Una smilitarizzazione globale delle frontiere potrebbe generare le risorse necessarie per rendere tutto ciò possibile. Nel rapporto si legge: “Questo togliere fondi da una parte e investirli da un’altra potrebbe alleviare l’enorme sofferenza e morte provocata dall’attuale sistema frontaliero e far sì che sia più facile per le persone non doversi spostare.”. Questo rappresenterebbe sicuramente il primo passo per creare quel mondo più sicuro e sostenibile di cui ha parlato Blinken.

Il Dipartimento di Sicurezza degli interni degli USA però la pensa diversamente. In alcuni rapporti pubblicati questo mese sul cambiamento climatico si legge il suo piano strategico: “Gli impatti del cambiamento climatico vanno ben oltre lo scioglimento dei ghiacciai, infatti ha delle gravi conseguenze anche sulla sicurezza dei nostri confini, sul mantenimento dell’ordine basato su leggi e sullo stile di vita americano.”.

E ancora: “Gli impatti del cambiamento climatico possono potenzialmente modificare gli obiettivi del nostro Dipartimento per il futuro prossimo” tra cui “azioni proattive per gestire future crisi alle frontiere.”. 

Il governo americano inoltre è ancora in lotta con sé stesso. La Casa Bianca persegue una bellissima retorica di giustizia ambientale; il bilancio del Congresso segue lo status quo; la polizia e le lobby delle frontiere richiedono stranamente altri fondi. Mentre il movimento ambientalista globale si prepara a tenere d’occhio la prossima COP a Glasgow, ci si domanda se la richiesta popolare di giustizia – per togliere fondi ai confini e stanziarli nei finanziamenti per il clima – verrà ascoltata oppure no.

Con la COP26 di Glasgow ormai alle spalle non sono servite molte ricerche per rispondere alla domanda posta dall’autore dell’articolo: il tema della smilitarizzazione e del definanziamento delle frontiere non è stato affrontato dai grandi capi di Stato del pianeta (ndt).

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