Defend Kurdistan: appello al mondo accademico

19 / 1 / 2023

Alcuni giorni fa è stato divulgato un appello al mondo accademico (vai al form) in solidarietà al popolo curdo e alla rivoluzione del Rojava.

La Turchia porta avanti da decenni violente discriminazioni e attacchi alla popolazione curda solidale e critica dentro i suoi confini (in carcere ci sono decine di migliaia di persone) ma anche fuori. Dal 20 novembre 2022 la Turchia sta bombardando i territori dell’Amministrazione autonoma della Siria del nord e dell'est (nell' area del Kurdistan siriano più noto come Rojava) e le regioni dell'Iraq nordoccidentale (Kurdistan iracheno, noto come Başûr). I territori del Rojava, dopo essere stati liberati dall'occupazione ISIS, sono stati nuovamente attaccati dall'esercito turco e dalle bande jihadiste sue alleate che ne hanno occupato alcune aree nel 2018 e nel 2019. 

Quest’occupazione è tuttora in corso e rappresenta parte delle truppe di terra che Erdogan manovra per controllare e attaccare i territori del Rojava.

Nelle montagne del Kurdistan iracheno, da più di sei mesi, droni e aerei bombardano impiegando armi chimiche di ogni tipo, vietate dalle convenzioni internazionali e dal diritto internazionale.

In Iran da settembre 2022, dopo l’uccisione di Jina Mahsa Amini, non si ferma la mobilitazione della popolazione, in particolare donne e giovani, avviata rivendicando la prospettiva portata avanti dalle donne del movimento curdo: Jin, Jiyan, Azadi - Donna, Vita, Libertà. 

La volontà di Erdogan è quella di eliminare una prospettiva di libertà, e chiunque la supporti, che in Rojava dal 2012 viene praticata: il Confederalismo Democratico. Una forma politica di organizzazione sociale che si basa sulla democrazia diretta senza stato, l’autonomia delle donne e l’ecologia. Una prospettiva ed un'organizzazione praticate anche dalla popolazione ezida sul monte Shengal, soccorsa dalla guerriglia del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), dalle YPG e YPJ dopo essere stata abbandonata al massacro dell’Isis nel 2014. 

Il 23 dicembre a Parigi tre persone, tra cui militanti del movimento rivoluzionario, sono state uccise in un centro culturale della comunità curda. Questo a dieci anni dall’uccisione di altre tre donne sempre nel centro di Parigi, tra le quali una delle co-fondatrici del PKK.

Questo partito è inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dall’Unione Europea nonostante diverse sentenze della Corte Europea stessa abbiano evidenziato come questa scelta sia incongruente con le normative internazionali e presti il fianco a ricatti politici da parte della Turchia come la richiesta di rimpatriare rifugiati politici in Svezia e Finlandia per lasciare entrare questi stati nella NATO. 

In questa situazione, Abdullah Öcalan, leader del PKK incarcerato dal 1999 nell’isola di Imrali, tramite i suoi testi scritti dal carcere ha dato una prospettiva di pace e risoluzione democratica del conflitto in Turchia e in tutto il Medio Oriente. Non si hanno notizie da più di venti mesi perché non gli è più permesso parlare nemmeno con i suoi legali.

In questa lunga introduzione abbiamo messo insieme luoghi ed eventi diversi ma interconnessi e inseparabili, ora ci chiediamo: “Perché tutto ciò ci interessa?”.

Perché il nostro paese, insieme a molti altri, continua a garantire legittimità a Erdogan attraverso accordi commerciali nel settore tessile, alimentare, bellico e nella gestione dei flussi migratori. Erdogan è stato anche legittimato come mediatore di pace nella guerra della Russia in Ucraina. 

È evidente, seppure in poche righe, il corto circuito che sta attraversando le politiche internazionali, sempre più volte a una cieca prospettiva di guerra e violenza. Abbiamo tutte e tutti la responsabilità di prendere posizione di fronte ai massacri che stanno avvenendo: rimanere in silenzio significa legittimare e avvallare l'operato di Erdogan, la riorganizzazione dell'ISIS e l'indifferenza verso un'esperienza reale di democrazia e libertà faro per tutto il Medio Oriente.

Mobilitarsi in Italia e in Unione Europea è di fondamentale importanza per due principali motivi: con le nostre parole e azioni possiamo fare pressione su chi ricopre ruoli dirigenziali e politici per frenare e prendere le distanze dalle azioni di Erdogan. Inoltre, le nostre parole possono rompere il muro di silenzio che avvolge queste violenze e portare solidarietà a chi ogni giorno mette in gioco la propria vita combattendo per evitare la ripresa dell’Isis e per costruire una società fondata sui principi del confederalismo democratico. Perché se il popolo curdo non è libero di perseguire una prospettiva di pace e libertà, allora non possiamo esserlo neanche noi.

Alla luce delle ragioni storiche e politiche appena espresse, abbiamo deciso di rivolgere un appello alla comunità accademica di tutta Italia per una presa di posizione decisa e univoca contro l'attacco di Erdogan alla proposta democratica del Kurdistan. In questa occasione il mondo della ricerca e della docenza universitarie può contribuire a fare la differenza su aspetti decisivi del conflitto che è stato tratteggiato e delle ingiustizie profonde che lo attraversano, per diverse ragioni. 

In primo luogo, è necessario acquistare consapevolezza che ogni guerra, compreso l'attacco di Erdogan alle regioni curde, passa per la ricerca scientifica universitaria. Le tecnologie raffinate e devastanti impiegate in questo conflitto, dai dispositivi satellitari ai tristemente famosi elicotteri da combattimento "Mangusta", che ogni giorno colpiscono persone e strutture civili in Rojava e in Başûr, sono prodotte da industrie italiane come la Leonardo S.p.A. e aziende connesse. Queste industrie hanno al centro del proprio sviluppo la ricerca tecno-scientifica, in collaborazione stretta e proficua con decine di Atenei italiani. La ricerca militare e le aziende che ne giovano sono, infatti, spesso e volentieri presenti all'interno degli ambiti scientifici accademici, in forma di finanziamenti, assegni di ricerca, partnership, orientamento e avviamento al lavoro. L'esempio di Leonardo S.p.A. è paradigmatico di un'impostazione e una simbiosi sempre più profonda tra il sapere accademico e la "fame di conoscenza" della guerra che è necessario cominciare a mettere in discussione. 

Un altro aspetto centrale per impegnarci a difendere, come comunità accademica tutta, l'esperienza rivoluzionaria del Rojava, è la sua proposta di formazione universitaria. Tra le nuove istituzioni che il confederalismo democratico sta producendo, vi sono anche le Università del Rojava e di Afrin e l'Accademia della Mesopotamia. In forme diverse, questi luoghi di formazione accademica cercano di sviluppare una formazione che miri allo sviluppo di una società e una personalità libere. I principi su cui si fondano sono principi di ecologia, autonomia delle donne e democrazia, gli stessi principi che orientano la società. In questi luoghi viene praticata una vita comunitaria, con modelli di insegnamento esplicitamente tesi a superare le forme tipicamente autoritarie dell'educazione nella società. Per distruggere e superare una personalità autoritaria, il progetto formativo rivoluzionario unisce ai contenuti dell'insegnamento gli strumenti creativi per cooperare nella vita sociale. 

Un ulteriore progetto da considerare e difendere è il progetto internazionale dell'Accademia della Modernità Democratica, piattaforma educativa con l'obiettivo di promuovere i principi scientifici e pratici del confederalismo democratico in tutto il mondo, alla luce degli scritti e delle preziose ricerche dal carcere di Abdullah Öcalan. 

Queste esperienze di formazione, in un contesto attraversato dalla guerra su più fronti della Turchia e dell'ISIS, vanno non soltanto supportate, ma valorizzate e tutelate anche alle nostre latitudini. La possibilità di una conoscenza libera e non autoritaria in Medio Oriente è anche una nostra responsabilità.

Prendere parola all'interno delle Università, dalla posizione di chi produce il sapere e ricerca la conoscenza, è un'operazione imprescindibile per sostenere la possibilità del pensiero critico nei territori sotto attacco e non solo: nella stessa Turchia, studenti, studentesse e docenti sono continuamente arrestati o repressi per le loro prese di posizione contro Erdogan e le sue scelte politiche. Anche nelle nostre Università, là dove elaboriamo ogni giorno forme di pensiero che vogliamo abbiano un impatto sulla realtà, dobbiamo dare voce alla nostra critica e prendere posizione. L'impegno e la dignità delle nostre accademie devono misurarsi non soltanto sulla ricchezza del sapere e della scienza che arriviamo a sviluppare, ma anche sul grado di etica che riusciamo a esprimere. E il rifiuto della guerra, del genocidio, della violenza fascista è il principio fondamentale di ogni virtù che orienti la ricerca. 

Per concludere, rivolgiamo questo appello al mondo della formazione accademica, perché difendere l'esperienza del confederalismo democratico significa difendere quella che è attualmente la più importante e incisiva proposta di democrazia a livello globale, in un sistema che a ogni latitudine mostra di essere in crisi ecologica, economica, sociale ed etica. L'attacco di Erdogan è un attacco a tutti e tutte coloro che ogni giorno lottano per la democrazia e la libertà delle persone. Per questo esprimere solidarietà è non solo giusto, ma necessario.

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