Continua a crescere il paro nacional in Ecuador e Lasso comincia a cedere

18 / 6 / 2022

Non è trascorsa nemmeno una settimana dall’inizio dello sciopero generale a tempo indeterminato e già si intravedono i primi scricchiolii nel governo del banchiere Lasso, costretto a firmare nella serata di venerdì le prime concessioni per cercare di fermare le crescenti proteste contro il suo operato. Al tempo stesso, mentre con una mano si mostra aperto al dialogo con l’altra firma lo stato d’eccezione in tre province, Pichincha, Cotopaxi e Imbabura.

L’arresto del presidente della CONAIE Leonidas Iza avvenuto la notte di lunedì non ha sortito l’effetto desiderato da Lasso, ovvero quello di sedare la protesta. Anzi, una volta ottenuta la giusta libertà, Iza ha potuto riprendere a guidare la protesta che proprio grazie al suo arresto ha iniziato a crescere di dimensioni, con l’adesione di altri settori strategici, come quello degli autotrasportatori, dei commercianti dei mercati popolari di Quito e degli studenti universitari.

Sono quindi continuati i blocchi stradali lungo le principali arterie del Paese, in particolar modo sulla Panamericana all’ingresso della capitale. Quito che è stato teatro anche di grandi manifestazioni nelle piazze Arbolito e Santo Domingo, organizzate dagli studenti universitari e da altri settori del mondo del lavoro. Proprio qui si sono verificati i primi cruenti scontri con le forze di polizia che hanno cominciato ad usare la forza per impedire le manifestazioni. Studenti universitari protagonisti anche a Cuenca dove sono stati duramente colpiti dalla repressione della polizia che ha lanciato lacrimogeni addirittura all’interno dell’area universitaria. La rettrice dell’Università, María Augusta Hermida ha poi difeso i manifestanti: «siamo in una giornata di lotta nazionale, è normale che gli studenti protestino dentro le università».

Proteste moltitudinarie si sono verificate in questi giorni anche nella città di Riobamba, nella provincia di Chimborazo, dove proprio ieri ci sarebbe stata la prima vittima del paro nacional, Juan Manuel Sislema Minta, un giovane colpito dai proiettili sparati dalla polizia. La Alianza de Organizaciones por los Derechos Humanos, ha pubblicato una mappa con tutte le denunce di violazioni avvenute in questi primi giorni di mobilitazioni. In questa mappa, dove non è ancora stato confermato il decesso del giovane a Riobamba, sono state registrate 37 denunce di repressione e violenza da parte delle forze armate, 52 persone arrestate e 43 persone ferite, di cui 11 gravemente.

Per cercare di non perdere il controllo della situazione Lasso ha inviato quindi un primo messaggio alla nazione invitando al dialogo ma al tempo stesso minacciando il ricorso all’uso progressivo della forza (la recente legge approvata anche con il sostegno dei correisti) qualora ci fosse un’escalation delle violenza. Per il presidente «nel 2019 c’erano i motivi per protestare ma ora non esiste nessun motivo». Parole che hanno attirato su di lui tutta la rabbia di chi sta vivendo una condizione di precarietà, incertezza e miseria e che dimostrano come il presidente viva in un mondo lontano dalla realtà. Un mondo, come ribadito dallo stesso Iza nella pronta risposta collettiva al messaggio presidenziale, dove l’aumento dei prezzi dei beni di consumo e del carburante sta mettendo in difficoltà la popolazione, un mondo dove chi ha bisogno delle cure mediche non è seguito per mancanza di medicine, strutture, medici. Un mondo dove la violenza della criminalità costringe a vivere nel terrore.

Come dice lo storiografo e docente dell’Università Andina Pablo Ospina, «le mobilitazioni dell’ottobre 2019 e quelle di oggi sono mobilitazioni chiaramente marcate dalla frattura di classe, cioè i settori più poveri, impoveriti, emarginati sono disperati mentre i settori della classe media no», non essendo colpiti allo stesso modo dalla crisi economica. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il sociologo e giornalista Decio Machado che in un lungo articolo di analisi sulla fase attraversata dal paese ha rimarcato come «solo tre ecuadoriani su dieci hanno un impiego degno […], il 32% vive con meno di 2,8 dollari al giorno, il che significa in una situazione di povertà estrema».

La svolta potrebbe dunque essere arrivata nella serata di venerdì. Mentre Leonidas Iza annunciava i preparativi per spostare le mobilitazioni nella capitale Quito, il Presidente Lasso a sua volta è riapparso in pubblico annunciando da una parte la decisione di emanare lo “stato d’eccezione” nelle tre province di Cotopaxi, Imbabura e Pichincha (dove tra l’altro si sono verificate le proteste più accese in questi giorni), che prevede il divieto di transito dalle 10 di sera alle 5 del mattino nelle aree interessate, mentre dall’altra parte una serie di misure economiche volte a mitigare le conseguenze della crisi. Le misure decise dal governo riguardano alcune delle rivendicazioni della protesta: l’aumento del “bono de desarrollo humano” a 55 $, il raddoppio degli investimenti per l’educazione interculturale, il condono dei prestiti scaduti fino a tre mila $ e dichiarare in emergenza la sanità pubblica.

Con queste misure attuate dal governo, il ministro dell’Interno Patricio Castillo ha dichiarato che «i violenti non hanno più il pretesto per vandalizzare, fare blocchi stradali, attaccare la popolazione e colpire la democrazia». Di diverso avviso la CONAIE e le altre organizzazioni aderenti al paro nacional. Dopo aver analizzato i punti proposti dal governo, Leonidas Iza ha tenuto una conferenza stampa: «salutiamo i punti di avanzamento, anche se sono irrisori e non aiuteranno nessuno, ma i temi di fondo, Presidente della Repubblica, lei non vuole risolverli. Per questo motivo ratifichiamo la continuazione del paro a livello nazionale e territoriale, e prepariamo la mobilitazione nella città di Quito». Per Gary Espinosa, della FENOCIN (Confederación Nacional de Organizaciones Campesinas, Indigenas y Negras), che ha annunciato l’adesione della propria base alle mobilitazioni a Quito, il presidente Lasso «vuole prendersi gioco del popolo ecuadoriano, non può essere che pensi di ingannarci così».

Inizia quindi una nuova fase del paro nacional, in cui il debole (a livello politico) governo di Lasso sarà assediato da una mobilitazione che giorno dopo giorno appare più forte e determinata ad ottenere le rivendicazioni che hanno scatenato la protesta. Protesta che dovrà però vedersela con un sicuro aumento della repressione, probabilmente la sola arma in mano a un governo con un indice di approvazione bassissimo e di cui, come riporta Decio Machado, nemmeno gli Stati Uniti si fidano più.

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